Si chiamava Anja Michailewna Rozenštejn, era nata negli anni ’50 del XIX secolo in una famiglia di commercianti ebrei a Moskaja, una piccola comunità rurale nel governatorato di Cherson, come si può leggere sul necrologio pubblicato sull’Avanti! del 30/12/1925 e sulla Treccani, o, forse, come sostengono altri, a Simferopol’ in Crimea. Non ancora ventenne per poter frequentare l’università, cosa impossibile per una donna nell’impero zarista, si era trasferita a Zurigo dove conobbe e sposò il giovane anarchico Pëtr Makarevič. Nel 1873 entrambi furono costretti a rientrare dall’editto che richiamava in Russia gli studenti frequentanti atenei stranieri emanato dallo zar Alessandro II, lo stesso che tre anni dopo avrebbe vietato insegnamento e circolazione delle opere in lingua ucraina.
Rientrata ad Odesa svolge propaganda anarchica tra gli operai e i contadini, processata insieme al marito per attività sovversiva riesce a fuggire e a trasferirsi a Kyiv sotto falso nome e poi nuovamente in Svizzera dove, per evitare di essere rintracciata dalla polizia zarista, cambia ancora una volta identità e diventa Anna Kuliscioff: il nome che compare nell’elenco dei firmatari dello statuto di una società di mutuo soccorso tra gli esuli Russi di Ginevra, in cui spiccano il filosofo e scienziato anarchico Pëtr Kropotkin e Mychajlo Drahomanov, socialista, alfiere del patriottismo democratico ucraino e grande estimatore di Mazzini.
Nella comunità dei fuoriusciti si lega all’anarchico romagnolo Andrea Costa e con lui tra Lugano, Firenze, Londra e Parigi, condivide, attività di propaganda, arresti, frequentazioni e entusiasmi rivoluzionari e poi il progressivo avvicinamento al socialismo democratico. Ma dopo il rientro in Italia la loro relazione va in crisi e Anna torna in Svizzera per studiare medicina a Berna, portando con sé la figlia Nina, di pochi mesi.
All’aggravarsi dei problemi di salute per la tubercolosi polmonare contratta anni prima nel periodo di detenzione nel carcere di Firenze, per poter seguire i corsi in un clima per lei più salubre, si trasferisce con la bambina a Napoli, dove, dopo un periodo di collaborazione a Pavia col futuro premio Nobel Camillo Golgi per ricerche sulle cause della febbre puerperale, diventa la prima donna medico laureatasi nell’ateneo.
Nel frattempo aveva conosciuto Filippo Turati con cui avrebbe condiviso il resto della sua intensa vita a Milano. Nel capoluogo lombardo Anna coniuga attività politica e professione medica, tanto che per i milanesi diventa la dutura dei poveri per il suo impegno e l’assistenza rivolta alla parte più debole della popolazione. E prestando quotidianamente la sua opera nell’ambulatorio che la filantropa Alessandrina Ravizza aveva affiancato alla Cucina dei malati poveri, si inserisce, da protagonista, in quella tradizione ambrosiana in cui filantropia, socialismo e femminismo si fondevano in un riformismo concreto e illuminato di cui la Società Umanitaria è ancor oggi esempio e testimonianza.
Ma l’infezione polmonare si sta diffondendo all’apparato scheletrico e ad ogni periodo trascorso in carcere le condizioni peggiorano ulteriormente e comportano notevoli limitazioni all’uso delle gambe. Costretta per questi motivi ad abbandonare l’attività di medico riversa tutto il suo impegno nella sfera politica e intellettuale. Per opera sua, di Turati e di Lazzari sorge nel 1889 la Lega Socialista Milanese, nel 1890 al Circolo Filologico Milanese, suscita scalpore con una conferenza sul tema del rapporto uomo-donna; nel 1891 sempre con Turati dà vita alla storica rivista Critica Sociale e l’anno seguente, al congresso di Genova, è tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani che tre anni dopo avrebbe preso il nome di Partito Socialista Italiano.
Non c’è iniziativa e lotta per i diritti sociali o politici che la trovi assente: sconta otto mesi di carcere al tempo della repressione di Bava Beccaris dei moti milanesi per l’aumento del prezzo del pane; a lei si deve la legge Carcano per la tutela del lavoro minorile e femminile approvata nel 1902; nel 1911 è protagonista dell’opposizione alla guerra di Libia e della battaglia per il voto alle donne, nonostante la scarsa convinzione dei dirigenti del partito compreso il suo compagno Filippo. Si deve a lei la nascita del Comitato socialista per il suffragio femminile e quella del periodico La difesa delle lavoratrici impegnato anche su questo fronte.
Nel 1917 guarda con speranza e entusiasmo alla rivoluzione di febbraio e al governo di Kerenskij mentre a ottobre è subito diffidente nei confronti dei bolscevichi e della loro presa del potere e ne denuncia le tendenze autoritarie e liberticide e non esita a definire Lenin il “primo zar del comunismo”.
Anna morì il 29 dicembre del 1925, il 31 i fascisti aggredirono il corteo funebre. Nello stesso anno, a settembre, La difesa delle lavoratrici fu costretta ad interrompere le pubblicazioni. Episodi emblematici di quell’annus horribilis per la democrazia italiana iniziato con il discorso alla camera con cui Mussolini aveva spalancato le porte alle “leggi fascistissime”.
Tre giorni dopo quell’intervento Filippo le aveva scritto: “Se campiamo tanto da vedere le nuove aurore, forse ci compiaceremo con noi stessi della resistenza durata, della battaglia che avremo combattuto col solo rimanere ritti nell’abdicazione universale”.
Sarebbero “rimasti ritti” ma nessuno dei due campò abbastanza, anche Filippo morì quando la nuova aurora era ancora lontana, nel 1932.
Nel pensare a questa grande donna a cento anni dalla sua morte non si può evitare di ascoltarla come fosse nostra contemporanea dato che anche oggi, in una situazione che Robert Kaplan nel suo ultimo lavoro (Il secolo fragile) non esita a paragonare a una Weimar su scala mondiale, le democrazie sono di nuovo sotto attacco. Un attacco che riguarda tutti noi, perché i valori della società aperta, i nostri valori di giustizia e libertà, non hanno confini e sono gli stessi valori che l’esercito e la società ucraina stanno difendendo nelle terre videro Anna bambina.
In particolare in questi giorni, di fronte alle deliranti analisi storico-politiche di Putin, di Trump e dei loro accoliti nostrani e alle loro dichiarazioni d’intenti è opportuno ricordare, a testimonianza di una comune storia europea, che se un italiano, Giuseppe Mazzini, può essere considerato il nonno del patriottismo democratico ucraino, è un’ebrea ucraina, Anja Michailewna Rozenštejn meglio conosciuta come Anna Kuliscioff, la madre del socialismo umanitario, democratico e riformista italiano.
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IL TEMPO SCORRE, INESORABILMENTE
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