Esistono le emozioni e poi, tutt’altra cosa, la politica. Una diversità ontologica che non di rado, però, viene bypassata dai partiti, i quali sono tentati di fare politica con i sentimenti, sollecitando cioè le emozioni per raccogliere consenso. E la scorciatoia, comprensibilmente, costituisce un’arma propagandistica di particolare efficacia in un panorama geopolitico tumultuoso, cruento e imprevedibile come l’attuale. Dopotutto, cosa c’è di più popolare della parola pace, quando la guerra infuria alle porte di casa? E tuttavia cosa c’è di più dannoso che affrontare le scelte richieste da una grave crisi internazionale facendo appello ai sentimenti, sollecitando le paure della gente, contrapponendo il burro ai cannoni?
È questo il dilemma che affligge, in Italia, maggioranza e opposizione. Tutte e due sono sfidate al proprio interno da una demagogia pacifista che assume ormai gli accenti corrosivi (e incostituzionali) del neutralismo. La destra deve vedersela con le ambiguità ireniche di Salvini e con le posizioni filorusse di Vannacci. La sinistra viene sospinta nelle sabbie mobili dell’estremismo sentimentale dalle intemerate contro la guerra di Conte e Bonelli, ma anche di importanti settori del Pd. Virginia Libero, la segretaria dei Giovani Democratici, si è spinta fino ad evocare la diserzione.
Certo, mettendo assieme i neutralisti di destra e di sinistra, non si tratta di poca cosa. E, alla vigilia delle elezioni, la tentazione di raccogliere consensi in quelle praterie è forte. Come è forte il timore, altrimenti, di perdere la partita. Ma è altrettanto evidente che mai come di fronte a queste scelte si misurerà la credibilità (la credibilità storica, vorrei dire) delle due coalizioni. Giorgia Meloni e Elly Schlein, le leader dei due partiti maggiori, sono a un bivio che probabilmente segnerà il loro stesso destino politico e certamente segnerà il destino politico della destra e della sinistra italiane. Devono decidere se assecondare la demagogia neutralista o isolarla. Se dare spazio ai facili slogan della pace bella o responsabilizzare l’opinione pubblica, spiegando come stanno le cose oggi nel mondo, senza allarmismi, ma anche senza mettere la testa sotto la sabbia.
Una cosa, tuttavia, va aggiunta con chiarezza. Meloni ha già fatto buona parte della strada che si richiede a una statista, rifiutando l’alleanza con Vannacci, tenendo a freno Salvini e mettendo nel conto che tutto ciò potrebbe costarle Palazzo Chigi. Elly Schlein no. La leader dell’opposizione, al contrario, prevede di imbarcare in un eventuale governo l’intera truppa arcobaleno, pacifisti, neutralisti, promessi disertori, antimperialisti, anticapitalisti, antiamericani, antieuropei, filoputiniani, filocinesi, filoislamisti. Sta contrattando le alleanze di un campo largo il quale, deplorevolmente, non prevede quei confini che pure sarebbero richiesti dalla coscienza della crisi globale, dal senso dello Stato e dal rispetto della Costituzione (art. 11, 52, 78 e 87). Magari sta promettendo a Conte la Farnesina o a Bonelli il Commercio Estero. E qualcosa anche a Virginia Libero. Resta un fatto indubitabile: Meloni ha scelto, Schlein non ancora. O meglio sembra avere tutta l’intenzione di non scegliere. Ne avrà qualche punto in più alle elezioni? Possibile (ma non garantito). Di certo non ne avrà l’allure della statista.
…


TOSCANA NOSTRA: OLTRE LA CARTOLINA [28]
Ottimo