1. Una introduzione
Il rapporto tra genere e politica sta diventando sempre più problematico, paradossalmente o forse proprio a partire da quando ha iniziato a verificarsi un progressivo riequilibrio di potere tra donne e uomini. Con la “prima” Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, e un vertice tutto femminile dell’Unione europea, fatto dalla Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, la Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, e la Presidente della Banca Centrale Europea Cristine Lagarde, la questione di genere in politica potrebbe sembrare tutta superata.
Invece non è affatto così, e proprio la metafora della rottura del tetto di cristallo da parte di donne che assumono ruoli apicali fa emergere il cuore della questione di genere, come questione che non si lascia ingabbiare nella tradizionale grammatica del potere[1].
Il tema posto dalle battaglie femministe sulla parità di genere non è mai stato soltanto quello di partecipare alla distribuzione del potere politico, bensì quello di cambiare il potere stesso, e di farlo per migliorare la condizione di vita di tutte le donne. Nei nostri tempi, è proprio questo che non sta accadendo. Abbiamo più donne nei posti di governo e abbiamo un arretramento sul piano dei diritti civili e sociali; abbiamo donne forti, a destra e a sinistra, e il ritorno di un neopatriarcato che riafferma la funzione domestica delle donne come fulcro della società (voce “autorevole” di questa posizione in Occidente è l’attuale Vice Presidente americano J.D. Vance); abbiamo donne forti di destra e un progetto politico, il “femonazionalismo”, che usa la rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche anti-immigratorie[2].
Allora genere e politica stanno ancora in forte tensione tra loro, come dice Giorgia Serughetti[3], in un rapporto che può generare effetti indesiderati, backlash sociali, e – più in profondità – una messa in discussione delle originarie istanze femministe. Perché, se a destra le donne al potere non cambiano la politica, anzi la ripiegano verso modelli familisti, e se a sinistra torna a prevalere la posizione dell’alterità radicale rispetto a una politica maschile alla quale non si deve partecipare, si rischia di perdere la dimensione nella quale negli anni si sono affermate le conquiste di emancipazione delle donne, di tutte le donne, e della loro liberazione politica, civile, sociale. Si rischia cioè di indebolire quel piano della rappresentanza, che tiene insieme donne di vertice e donne della società. Non è un caso che, se più donne stanno negli esecutivi, sempre meno donne sono elette nei consigli e nei parlamenti. È questo dato, dal mio punto vista, che indebolisce le politiche di genere.
[1] J. Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, 2017.
[2] S. R. Farris, Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne, Edizioni Alegre, 2019.
[3] G. Serughetti, Potere di altro genere. Donne, femminismi e politica, Donzelli, 2024
2. Il genere come lente di analisi, di pratica ed esperienza
Quindi il tema del rapporto tra genere e politica ha molto a che fare, in maniera strutturale, con la crisi della politica contemporanea, con la crisi della sinistra, e con la crisi della rappresentanza.
È alla luce di queste riflessioni di lungo periodo, che ho iniziato da tempo un’analisi sui problemi della nostra quotidianità politica, sul dibattito pubblico attorno alla questione di genere, e sugli assi di potere sociale e politico lungo i quali scorre e cresce ancora un’avversione verso le donne che fanno politica, anche se non manifesta e plateale, ma sottesa ad atteggiamenti e discorsi influenzati da stereotipi di genere.
Come vogliono le pratiche femministe, che partono dalla conoscenza situata[4] in precisi contesti sociali, politici e culturali, queste riflessioni sono partite dalla mia personale esperienza.
Durante la mia lunga militanza politica non ho mai avuto la sensazione di subire pregiudizi di genere. Soltanto a distanza di anni, e ormai fuori dalla battaglia, riguardando retrospettivamente ad alcuni passaggi rilevanti, mi sono accorta che invece ci sono state discriminazioni nei miei confronti anche per il fatto di essere donna. E ciò è avvenuto, sia quando venivo amorevolmente cooptata nei vari organismi in ossequio alle quote di genere – che il PCI si era autoimposto, grazie alla battaglia di Livia Turco e alla Carta delle Donne del 1986, strumento di alleanza tra donne del partito e donne dei movimenti – , sia quando ho deciso di candidarmi in piena autonomia. Nel primo caso venivo anche molto valorizzata e apprezzata in quanto tale, ma – e questo è significativo – per ricoprire incarichi di vertice non sono mai stata la prima scelta, bensì la scelta di risulta (necessaria) quando mancavano uomini disponibili. Nel secondo caso, invece, ero apertamente contrastata, certo per le diverse posizioni politiche, ma anche per la sostanziale imprevedibilità delle mie azioni: e questa dell’imprevedibilità è, per me, una delle caratteristiche principali di una politica di genere.
Dal mio punto di osservazione di donna impegnata in politica e di ricercatrice di gender studies, nel tempo delle pari opportunità affermate per legge, resta una visione dicotomica della società, rappresentata sulla distinzione maschio/femmina, sull’eterosessualità e sull’eteronormatività – che non a caso non è stata ancora scalfita giuridicamente – che riperpetua discriminazioni e continua a organizzare le relazioni di potere in forme latamente misogine.
Non c’è soltanto il linguaggio sessista, che è autoevidente e può essere immediatamente respinto. Ci sono invece tante, più sottili, talora impercettibili, linee argomentative e atti conseguenti, che celano sempre, alla fine di ogni conto, atteggiamenti di diffidenza, giudizio e ostilità nei confronti di donne che decidono di esporsi pubblicamente.
[4] D. Haraway, Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective, «Feminist Studies», 1988, pp. 575-599.
3. Il caso delle primarie pistoiesi
È accaduto anche in occasione della campagna per le elezioni primarie del 12 aprile, per scegliere il candidato o la candidata a Sindaco di Pistoia del centrosinistra, che ha visto misurarsi un candidato (maschio) Giovanni Capecchi, docente universitario, già impegnato in politica nei Verdi e candidato a Sindaco nel 2007 in alternativa alla coalizione di centrosinistra per una battaglia su temi ambientali, e una candidata (femmina) Stefania Nesi, insegnante di Liceo, consigliera comunale PD di opposizione. Già qui si delineava una prima differenza di genere: da una parte una personalità già molto nota a Pistoia, per la sinistra il simbolo di una battaglia ancora viva nei ricordi di chi l’aveva sostenuta a suo tempo, e per un altro pezzo di politica e di città un uomo che ha fatto carriera accademica, rimanendo presente in modo forte nel sistema culturale pistoiese attraverso la Fondazione Caript (quindi, un profilo perfetto che mette insieme l’istanza di cambiamento, rappresentata quasi venti anni fa, l’esperienza amministrativa e la conoscenza del potere organizzato: tant’è che ha avuto anche la possibilità di godere di quell’etichetta di civismo, molto cara in tempi di crisi dei partiti); dall’altra parte una donna molto stimata nel suo ambiente di lavoro, ma priva di una storia politica che pochi anni di Consiglio comunale – peraltro all’opposizione, quindi con l’impotenza che ne deriva nel soddisfare richieste – non potevano bastare a scrivere (una novità largamente sconosciuta a quel ceto medio riflessivo pistoiese, molto influente sull’opinione pubblica pistoiese che ha bisogno di certezze, e in più con lo stigma di partito: anche questo un tema di grande momento da approfondire, pure per me che ho lasciato da anni la tessera PD).
È in questo scenario, tra un candidato molto conosciuto e una candidata che si è affacciata alla politica in tempi più recenti, che la questione di genere sembra non aver giocato alcun ruolo. Nel 2022, invece, il PD aveva comprensibilmente usato il tema, tra altri, per sostenere la candidatura di Federica Fratoni, donna forte del partito e del centrosinistra, con già molti incarichi alle spalle. Ma forse proprio questo fatto aveva avuto l’effetto di neutralizzare l’elemento di genere: donna sì, ma non nuova alla politica, quale cambiamento avrebbe potuto introdurre nell’amministrazione comunale pistoiese?
Con questo precedente, il quadro dell’analisi si complica, inducendomi a chiedere: il genere può giocare ancora un ruolo in politica, e come?
Ho cominciato allora a guardare il dibattito sulla campagna delle primarie, a favore o contro la candidata, per cercare di rilevare quanto abbia pesato la componente di genere. Tra i sostenitori di Stefania Nesi, non c’è stato nessuno che abbia dichiarato di appoggiarla “in quanto donna”. Questo non lo ritengo affatto un fattore negativo. Nemmeno io l’ho scelta per questo; più in generale non ho mai sostenuto nessuno “in quanto qualcosa”, perché sono sempre stata refrattaria a ogni politica dell’identità che si nutre di soli simboli e bandiere. E penso che derivi da questo il fatto di aver ricevuto molte critiche da parte dell’altro schieramento, il quale “dava per scontato” che io – per la mia collocazione a sinistra – appoggiassi la candidatura di Giovanni Capecchi. Anche su questo potrei indugiare a lungo, ma preferisco ora e qui tenere il focus soltanto sulla candidata.
Se dunque nessuno ha fatto della questione di genere un cavallo di battaglia elettorale, ho invece notato che molti e molte che NON hanno sostenuto Stefania Nesi “in quanto donna”. Secondo questa analisi, il tratto di genere non funzionerebbe più tanto in positivo, quanto in negativo. E sarebbe molto interessante provare a capire se un tale elemento sia legato non solo al caso specifico, ma sia diventato invece un dato più generale.
4. Le argomentazioni contro il genere
1) La prima è quella che sostiene che l’essere donna non è elemento qualificante di novità, cambiamento ecc. Il “donnismo” – si è detto – non ci rappresenta. È interessante come questo argomento sia stato usato, per esempio, dalle Donne Democratiche che hanno compattamente sostenuto l’altro candidato. Su questo non mi permetto di eccepire niente. Avranno avuto certamente ragioni solidissime per sostenere Giovanni Capecchi, per le sue caratteristiche politiche. Del resto, a proposito di donnismo, basta aver letto qualche pagina di Simone de Beauvoir[5] per sapere che sesso e genere sono cose diverse. Però ho trovato questa sottolineatura sul genere, per giustificare il fatto di non sostenere una donna, una specie di “excusatio non petita” che rivela un modo di ragionare ancora binario, secondo il quale va bene promuovere le donne, ma a fianco dell’uomo migliore. Se questo fosse, saremmo ricaduti indietro a quelle Commissioni femminili di partito utili a creare maggiori spazi politici per le donne, senza l’ambizione di rivendicare un vero e proprio “potere di altro genere”; spero non sia così, e spero di vedere dei segnali diversi nel futuro.
2) La seconda argomentazione è stata usata all’inizio della campagna per le primarie per screditare “in quanto donna” la candidata, accusata di essere contro la L. 194 e le unioni civili. La polemica è durata lo spazio di un mattino, essendo stata sufficiente una replica ferma della diretta interessata, con dati alla mano degli atti compiuti fin dalla elezione in consiglio comunale. In ogni caso, il tentativo è stato rivelatore di una pulsione profonda, recondita, a colpire Stefania Nesi su temi sollevati in un modo volto ad allontanarle il voto femminile. Ancora il dato di genere usato in chiave negativa, anche e prevalentemente da donne.
3) La terza argomentazione, risultata prevalente durante la campagna, ha riguardato il presunto patrocinio politico della candidatura di Stefania Nesi. Lei è stata rappresentata come la candidata “dei renziani” (una definizione che era utile ad alienare il voto a sinistra), appoggiata dai “poteri forti” e da una parte di establishment PD. Questo elemento non è stato sollevato per l’altro candidato, che pure annoverava tra le sue file altrettanti sostenitori etichettabili in questo modo. E questo è avvenuto per un motivo preciso: perché si pensa che una donna, a differenza di un uomo, non possa non essere condizionata da quei sostegni e “in perfetta continuità” con gli stessi: cioè una donna sarebbe incapace di autonomia e di autorevolezza. Questo argomento ha coinvolto anche molte altre donne (e solo donne, guarda caso) che sono intervenute nel dibattito pubblico, quelle di cui si è detto, di volta in volta, essere state “imboccate” per quello che hanno scritto, incapaci cioè di informarsi da sole e di prendere posizione. Questo atto di screditamento di donne più giovani fa il paio con, invece, il “riconoscimento” per altre donne di essere tra i “poteri forti” (di cui anch’io – lo sottolineo col sorriso – farei parte): come se le donne non potessero dividersi che tra quelle al servizio di qualcun altro e quelle che hanno fatto il salto di specie nell’élite – ovviamente compromettendosi, e quindi anche loro in qualche modo condizionate dalle loro trame di potere. Sembra non esistere il tipo “donna” libera di pensare e di agire; certamente, secondo questo argomento, non può esserlo quella che – come Jack Frusciante – esce dal gruppo[6].
4) Infine, una quarta argomentazione versus Stefania Nesi è stata l’improvvisazione della sua candidatura. Non bastano 4 anni di Consiglio Comunale (solo uno in più ne ha fatti Riccardo Trallori, che molti tra quelli che hanno sostenuto Capecchi avrebbero voluto come candidato) per avere le credenziali; non basta aver studiato con cura, anche per la responsabilità di presiedere la Commissione Urbanistica nel momento più importante dell’istruttoria del Piano Strutturale, per avere un’idea della città. Serve un apprendistato più lungo, serve soprattutto qualche lustrino in più nel curriculum. Chissà a quante di queste obiezioni avrà dovuto replicare Silvia Salis in campagna elettorale, per diventare Sindaca a Genova. E per inciso, non sarà certo un caso che anche lei ha dovuto denunciare quegli insulti sessisti, che sono stati indirizzati a Stefania Nesi nei giorni della campagna delle primarie. Per ricordare come la misoginia non nasce per caso, ma si nutre di un clima diffuso e profondo di pregiudizi e stereotipi di genere.
[5] S. de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, 2016 (ed. or. 1949).
[6] E. Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Transeuropa, 1994.
5. Brevi e provvisorie conclusioni
Io penso, per esperienza sul campo e per studi di genere che sto coltivando, che tutte queste argomentazioni contro la candidatura di Stefania Nesi possono essere ricondotte a sentimenti ancora assai diffusi di invidia, sospetto e paura verso la libertà femminile; sentimenti nutriti sia da uomini, che resistono a cedere lo scettro del potere, sia da donne, che non hanno il coraggio della scelta e non riescono a riconoscerlo alle donne che lo esercitano.
Un uomo è da sempre più rassicurante, per gli uomini che si sentono più rappresentati e per le donne che rimandano le scelte. Figuriamoci poi se quella candidatura femminile arriva inaspettata, dopo che tutto sembrava andare a confluire nell’altra direzione, mettendo insieme gruppi e partiti diversi, cittadine e cittadini estranei alle ataviche contese politiche locali. Una candidatura simile risulta incomprensibile, incontrollabile e imprevedibile.
Penso che dunque una parte del risultato che ha visto vincente Giovanni Capecchi su Stefania Nesi – risultato costruito in un tempo lungo, con solidi appoggi non soltanto pistoiesi – sia stato condizionato anche dalla paura verso questa libertà femminile.
La libertà femminile non è la libertà delle donne “in quanto donne”. E’ la libertà di chi “esce dal gruppo”, dentro il quale è limitato e spesso anche oppresso, per aprire ad altri gruppi e altre soggettività. E’ la libertà di chi aspira a costruire non una unione dentro un “noi” indifferenziato, ma alleanze plurali e convergenze sempre negoziabili tra diversi. E’ la libertà che, solo già manifestandosi, cambia lo stato delle cose: come ha fatto Stefania Nesi, col semplice atto di candidarsi.
Spero che l’appuntamento con l’affermazione pura di libertà femminile sia solo rimandato; perché sono convinta che abbia a che fare con il rinnovamento della politica, della sinistra e della democrazia.


IL POPULISMO/SOVRANISMO SI È AFFLOSCIATO
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