La vittoria di Magyar è un punto a favore dell’Unione europea. Una delle “quinte colonne” di Putin insediate in Europa è stata democraticamente estromessa dal governo di un Paese europeo. Ne restano altre, che in Italia hanno il nome di Salvini nel governo e di Conte nell’opposizione. Le “quattro colonne” sono date in marcia verso Kiev – come quelle del generale Mola verso Madrid nel corso della guerra civile spagnola – da oltre quattro anni. Improbabile che ci arrivino.
Rimangono tuttavia aperti tutti i problemi politico-istituzionali dell’Unione europea, di cui il più grande resta quello del diritto di veto attribuito ad ogni Stato. Senza la rottura di questo cappio, l’UE sarà sempre a rischio di auto-asfissia. Né nella piattaforma di Magyar né in quella della ex-orfana di Orban, Giorgia Meloni, c’è, per ora, l’abolizione del diritto di veto. La strada non è più in salita, ma non è ancora in discesa: è piana, ma piena di macigni. Stiamo però arrivando, forse! ad un turning point della vicenda del sovranismo nazionalista.
L’antefatto è noto. La globalizzazione economica, produttiva, finanziaria ha stretto in una rete tenace ogni angolo del pianeta. Gli “animal spirits” del tardo-capitalismo liberale erano una brezza leggera rispetto alla furia dell’uragano, che ha investito gli Stati-nazione, grandi, medi, piccoli. Le frontiere sono state bucate. Persino quelle cinesi. Le conseguenze sono state socio-economiche e politico-istituzionali. Quanto a quelle socio-economiche, sono state diverse e opposte.
Nei Paesi “ricchi” le diseguaglianze relative si sono accentuate, i ceti medi sono rimasti indietro e si sono percepiti come declassati, mentre avanzava una nuova classe di tecno-feudatari, dotati di enormi poteri tecnologici, finanziari e politici. “Rimanere indietro” non vuol dire automaticamente impoverirsi, ma certo significa percepirsi come declassati. Non è caduto il reddito assoluto, ma quello relativo. E con ciò le attese sono andate decrescendo. La perdita vera o presunta di futuro ha sottoprodotto narrazioni, spesso catastrofiche, che hanno influito negativamente, in particolare, sulle generazioni più giovani. Invece, nei Paesi che erano dagli anni ’60 classificati “Terzo mondo” si è innescata una dinamica di sviluppo: la globalizzazione ha funzionato quale ascensore sociale.
Quasi un miliardo di esseri umani è uscito dalla povertà. Con ciò non sono cessati i fenomeni che da sempre hanno accompagnato le fasi più turbinose dello sviluppo: sfruttamento all’estremo della forza-lavoro, lavoro minorile, inurbamento forzato, migrazioni, ecc.… Ciononostante, le centinaia di milioni di cinesi o di indiani strappati traumaticamente alle campagne non si sognano minimamente di tornarvi.
Quanto alle conseguenze politico-istituzionali, qui le cose si sono complicate, ancora una volta più in Occidente che altrove. Se l’economia è diventata globale, le istituzioni, gli Stati-nazione, la politica sono rimasti “locali”. Quale governo può tenere sotto controllo la potenza eversiva della globalizzazione? Nessuno. Perciò nelle opinioni pubbliche dell’Occidente è partita, dopo la crisi finanziaria del 2007-08, la reazione populista, che accusava di impotenza le istituzioni della democrazia liberale e di corruzione i tradizionali gruppi dirigenti.
Al modello liberal-democratico, fondato sulla rappresentanza, si doveva sostituire un Leader – l’Elevato di Grillo – coadiuvato da una potente rete di computer, dove ogni giorno i cittadini potessero “in-putare” domande e ottenerne immediati “out-put”. Quando sono riusciti ad andare al governo, i populisti si sono trovati in mano lo Stato politico-amministrativo. Dopo qualche tentativo velleitario di demolirlo, hanno preferito tenerselo. Così Salvini, così Meloni, così Orban, così Trump… Dal populismo in politica interna si è passati al nazionalismo/sovranismo in politica estera.
Se il multilateralismo cooperativo modello-ONU era ed è incapace di esercitare una governance efficace degli effetti della globalizzazione, perché non tornare ai vecchi Stati-sovrani, ciascuno padrone in casa propria, che difendono le frontiere dal movimento degli uomini e delle merci, che la globalizzazione ha attivato in modo massiccio? Questa è stata la piattaforma originaria di Trump. Ciascuno si è messo in testa di “fare grande” chi l’America, chi la Gran Bretagna, chi la Francia, chi l’Italia… La Meloni ha sostituito la parola “Paese” con quella di “Nazione”. Pare suoni più rotondo. In questa faccenda è entrato anche Putin. Che volendosi levare dalla scarpa il sassolino della “più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, ha dichiarato ai suoi concittadini e al mondo intero che la democrazia liberale era finita e che era necessario il ritorno all’antica Russia zarista-staliniana.
Questa piattaforma ideologica comune spiega le convergenze in un’illusoria Internazionale sovranista di Trump, di Putin, di Farage, di Le Pen, di Orban, di Fico (quello slovacco!), con i loro discepoli italiani Salvini e Conte. Tuttavia, come è stato osservato da più parti, “Internazionale sovranista” è un classico ossimoro, a rigor di logica e, soprattutto, di realtà effettuale. Il nazionalismo sovranista è un’illusione senza avvenire. Questo è il messaggio delle elezioni di Budapest. È molto. Non basta.
da Italia Oggi – 15 aprile 2026


IL CREPUSCOLO DELLE CERTEZZE NEL DISORDINE GLOBALE
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