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IL FINANZIAMENTO PUBBLICO E (È) LA CRISI DEL CINEMA ITALIANO

13 Aprile 2026 Istituto Bruno Leoni: Il mondo del cinema rischia di perdere di vista l’obiettivo principale: avere e coltivare le idee, per fare bei film.

di Istituto Bruno Leoni | 16 Aprile 2026

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Il cinema italiano non trova pace. Le ultime polemiche che lo hanno investito, in ordine di tempo, sono tre: la ripartizione per il 2026 del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo, il mancato sostegno pubblico al documentario su Giulio Regeni e l’assenza di film italiani al prossimo Festival di Cannes.

Se poi si aggiunge che sono state depositate ben quattro proposte di legge per riformare (ancora una volta) la normativa del settore, è facile individuare il problema principale: l’incertezza e l’instabilità del mondo del cinema. Un ambiente in agitazione permanente, segnato da polemiche croniche – ormai più la regola che l’eccezione – e da continui ritocchi alle norme.

Il risultato è ben rappresentato proprio dal Festival di Cannes: su 2.541 film proposti ai selezionatori, provenienti da 141 Paesi, non ce n’è nemmeno uno italiano tra quelli invitati. Può trattarsi di un caso, oppure della manifestazione più evidente di un problema più profondo: tutto questo rumore intorno al cinema rischia di produrre il nulla, cioè l’irrilevanza del cinema italiano a livello internazionale. Un’irrilevanza già segnalata dalla mancata presenza di opere italiane nelle nomination agli Oscar e dall’assenza di film italiani in concorso a Berlino, altro festival di primo piano.

Per il regolatore, il rischio è quello di inseguire le polemiche e intervenire ex post nel tentativo di sanare i “problemi”. Il risultato, però, è spesso quello di aggiungere toppe su toppe, rendendo il sistema sempre più complesso. È ingenuo pensare di poter correggere le distorsioni continuando ad accumulare interventi e modifiche: così facendo, si finisce solo per rendere instabile il quadro complessivo e complicarlo ulteriormente.

Anche nel dibattito sul finanziamento pubblico al cinema promosso su Lisander, al quale hanno partecipato diversi esperti, è emerso chiaramente come il settore stia cambiando. Da un lato, l'”ecosistema” – a seguito delle innovazioni tecnologiche e delle modalità di fruizione – si è trasformato al punto che è ormai più corretto parlare di audiovisivo in senso ampio; dall’altro, è emersa con forza la necessità di una semplificazione del sistema, che sia capace di garantire stabilità e certezze.

Quanto al mancato sostegno al documentario su Giulio Regeni, si è parlato di una possibile “scelta politica”. In generale, il ricorso a criteri “selettivi” apre inevitabilmente alla discrezionalità. Pur assegnando una parte molto piccola del totale dei fondi pubblici (nel 2025 è stata del 13 per cento) l’operato di queste commissioni si presta a facili “dietrologie”.

Come ha osservato Andrea Minuz, solitamente i commissari sono chiamati a valutare progetti quando questi non sono ancora opere compiute, ma semplici proposte. A ciò si aggiunge il “ricatto del contenuto”, che può portare a mettere da parte perplessità stilistiche e formali pur di evitare polemiche successive. Esiste poi una sorta di “manuale Cencelli” non scritto, per cui si tende a compensare finanziamenti precedenti: chi è rimasto escluso in passato viene più facilmente sostenuto in seguito. Ne deriva una situazione in cui si cerca continuamente un equilibrio, provando a dare un po’ a tutti. L’impressione, in definitiva, è che il mondo del cinema sprechi troppo tempo inseguendo domande di accesso a contributi, polemiche e tentativi di influenzare le decisioni: si osservano le mosse della politica, le proposte di legge, la distribuzione dei fondi. Tutti aspetti importanti, certo, ma che rischiano di far perdere di vista l’obiettivo principale: avere e coltivare le idee, per fare bei film.

https://www.brunoleoni.it/finanziamento-pubblico-e-crisi-del-cinema/

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Pubblicato in : Cultura, Redazionale

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