In vista del voto referendario gli opposti schieramenti hanno iniziato ad affilare le armi. In tutto il Paese si sono formati molti Comitati, a favore del SI e del NO. Tutti cercano di spiegare le proprie ragioni, a difesa o contro la legge Nordio che modifica la Costituzione introducendo la separazione delle carriere nella magistratura. Il referendum, che è costituzionale e non abrogativo, non serve ad abrogare la legge ma a confermarla. Non è previsto un quorum di partecipazione, basta un voto in più e la legge entra in vigore se vince il SI e non entra in vigore se vince il NO.
Per tutti gli aspetti normativi e tecnici della consultazione rimandiamo comunque al saggio di Maurizio Bozzaotre “Un voto sulla giustizia” pubblicato su SoloRiformisti. In questa sede noi vogliamo richiamare l’attenzione invece su quello che è il significato politico del referendum e che, anche se in pochi lo dicono, costituisce la vera posta in gioco della consultazione. In definitiva, la ragione per cui da una parte e dall’altra ci si sta dando tanto daffare.
Per avere ben chiara la questione bisogna rispondere alla domanda, che in una democrazia è fondamentale, su chi è il titolare della sovranità. Il quesito è facile e tutti indistintamente, a destra come a sinistra, rispondono: il popolo. Ma visto che non siamo nelle città-stato greche dove i partecipanti alle assemblee della polis erano un numero limitato, e quindi potevano partecipare direttamente alle scelte, bisogna porsi un’altra domanda: a chi il popolo, titolare della sovranità, deve delegare il proprio potere perché possa essere esercitato?
Nelle democrazie liberal-democratiche, in sintesi in Occidente, la risposta è: al Parlamento, composto da rappresentanti scelti dal popolo che periodicamente attraverso il voto scelgono la maggioranza che deve governare. Nei regimi autoritari invece, sia pure con la foglia di fico di un Parlamento solo formale, il popolo delega il suo potere di governo ad un leader o ad un partito che si suppone sia in grado di farsi meglio interprete della volontà popolare. Il problema è che nelle liberal-democrazie il popolo, attraverso il voto, può cambiare la maggioranza del momento, nei regimi autoritari una volta delegata la sovranità ad un leader o ad un partito non si torna più indietro. Questa possibilità di cambiare maggioranze e indirizzo politico si chiama “primato della politica”. La politica, cioè il popolo con la sua possibilità di indirizzo, ha il potere di cambiare le cose.
Negli anni però si è affermata, in modo particolare in Italia ma non solo, una linea di pensiero che, partendo dal fatto che nei paesi democratici esiste un corpus di diritti e di principi consolidati, sia opportuno sostituire al “primato della politica” il “primato della giurisdizione”.
Sono i giudici insommache applicano quei principi consolidati che di fatto diventano immutabili. E’ la giurisdizione che prevale sulla politica. Il popolo delega la sovranità ai giudici che diventano non solo intoccabili ma anche i veri interpreti della volontà popolare. Assumono, surrettiziamente e anche senza volerlo, il ruolo che nei regimi totalitari ha il leader o il partito unico.
In Italia il tentativo di sostituire il primato della giurisdizione a quello della politica è iniziato negli anni ’80. Ed è stata la sinistra a percorrere questa strada prima con il “moralismo berlingueriano” poi con la sponsorizzazione del giustizialismo di Mani Pulite che a sinistra era visto come una scorciatoia per l’accesso al potere.
Questa doppia impostazione, superiorità morale e giustizialismo, ha prodotto poi due conseguenze: il populismo, di cui in sostanza hanno beneficiato i Cinquestelle, e il primato della giurisdizione sulla politica che, per essere conservato, ha bisogno del mantenimento dell’unificazione delle carriere dei magistrati che, come è stato giustamente ricordato, fu non a caso disposto nel 1941 dal gerarca fascista Dino Grandi durante il suo mandato di Ministro della Giustizia.
La posta “politica” del referendum è tutta qui: decidere chi deve avere il primato, cioè la sovranità. Per chi vota SI il primato deve essere della politica, per chi vota NO della giurisdizione.
Il paradosso della situazione è che buona parte dei sostenitori del NO sono di sinistra, mentre è proprio la sinistra che avrebbe i maggiori vantaggi da una vittoria del SI. La ragione è semplice. Sono ormai più di 30 anni, praticamente da Mani Pulite, che la maggioranza della sinistra sposa la via giudiziaria nella convinzione che per questa strada sia più facile raggiungere il potere.
Solo che la strategia si è dimostrata fallimentare. Non è servita con Berlusconi, non ha funzionato con la Meloni e soprattutto non funzionerà domani. Se la sinistra non abbandona il giustizialismo, fra l’altro si trova sempre qualcuno più giustizialista di te, e non torna a fare politica attraverso idee e programmi difficilmente potrà tornare al governo e se ci torna, come è già avvenuto, è destinata a restarci per poco tempo.
Ma la sinistra, nella sua maggioranza, è molto restia a percorrere questa strada perché vorrebbe dire rinnegare la politica degli ultimi 30 anni e soprattutto significherebbe ammettere che Craxi aveva ragione e che anche Renzi era sulla strada giusta.
Non ci sarebbero problemi se questa scelta della sinistra riguardasse solo la sinistra e non avesse ripercussioni sul Paese. Invece non è così. L’attuale primato della giurisdizione ha conseguenze negative importanti su tutti gli aspetti della vita pubblica, sull’assetto istituzionale, sui diritti dei cittadini, sulla vita economica.
È un freno alla crescita e allo sviluppo. Senza contare che è un gran regalo alla destra perché impedisce all’elettorato moderatamente progressista di appoggiare un centro-sinistra che è di fatto prigioniero del populismo giustizialista di marca grillina.
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MAGNI NOMINIS UMBRA
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