Solo Riformisti, con il workshop “Territorio, Economia e Lavoro” (Pistoia, 3 dicembre), ha sollecitato un poliedrico gruppo di esperti, amministratori e rappresentanti dei corpi intermedi a confrontarsi sulle “sfide della Toscana del futuro”. Data l’informalità propria di questo tipo di incontri, il tema è stato trattato da una pluralità di prospettive ma, cosa non scontata, restando con i piedi piantati sulla Toscana senza farsi schiacciare dalla cappa di preoccupazioni per il recente deterioramento del clima generale di fiducia e senza disperdersi nei macro-scenari dei conflitti geopolitici. Certo, non un periodo facile per questo tipo di esercizi.
Particolarmente intrigante il quesito sollevato da uno dei relatori che, dopo aver snocciolato una batteria di indicatori su inverno demografico, produttività, mercato del lavoro, retribuzioni e investimenti in energie rinnovabili, si chiedeva fino a che punto le macchinose mediazioni tra le forze politiche, sociali ed economiche riflettano la consapevolezza del ritardo della Toscana rispetto alle Regioni del Nord Italia, anche queste, peraltro, negli ultimi anni non particolarmente brillanti. E quanto incide sull’apparente rinuncia a colmare il distacco rispetto al Nord il probabile scollamento tra quello che raccontano gli indicatori macro e la percezione micro dei toscani sul proprio benessere?
Una possibile spiegazione di questa sorta di rimozione collettiva va ricercata nel fatto che il sistema economico regionale si presenta più articolato rispetto al passato e che dovremmo iniziare a fare riferimento alle molte Toscane. Interi settori come la farmaceutica, la nautica e la carta hanno performance paragonabili a quelle delle più forti regioni europee. A smussare il disagio per la condanna a occupare posizioni di mezza classifica concorrono i numerosi casi di aziende e di piccole filiere di settori meno avanzati, ma di tutto rispetto, come vino, hospitality, ristorazione, beni di lusso, fiere, logistica, vivai, turismo e marmo. Più in generale, è giusto tenere presente che, nonostante le strozzature infrastrutturali in fatto di mobilità, reti digitali e gestione dei rifiuti, la regione conserva una buona dose di attrattività come certificano le 500 imprese industriali estere con i loro 35.000 addetti, le elevate percentuali di laureati STEM o di occupati nei settori high tech e la spiccata propensione verso i mercati esteri.
Per rispondere al quesito iniziale probabilmente occorre scavare nei valori medi incapsulati nei vari indicatori. L’impressione è che lo scarto rispetto alle altre regioni sia rimasto costante ma che ne sia aumentata la varianza; in altri termini, i redditi medi dei toscani si mantengono inferiori a quelli delle regioni del Nord, ma questo è il risultato di andamenti molto diversi a livello di aree, settori e dimensioni di imprese. Difficile stabilire se e come la Toscana abbia rinunciato, più o meno deliberatamente, a intraprendere sentieri di sviluppo più dinamici. Il gap di performance rispetto alle regioni del Nord non è certo un fenomeno recente. Senza evocare il moderatismo granducale, possiamo ricondurlo, almeno in parte, allo stesso DNA della “industrializzazione leggera”: i meritori distretti industriali hanno trascinato lo sviluppo regionale lungo sentieri altrimenti impraticabili alle singole pmi dei settori tradizionali. Dopo i picchi di sviluppo segnati negli anni Ottanta, per i distretti toscani è iniziato un preoccupante processo di declino che, prima della pandemia, sembrava essersi arrestato. Escluso, pensando al distretto pratese, che si potessero difendere i volumi produttivi degli anni Novanta, la combinazione di patrimoni di know-how, near-shoring, investimenti diretti dei più grandi brand, gli innesti di laboratori di analisi e di prestigiose scuole di formazione, e il consolidamento di professionalità della digitalizzazione e della sostenibilità, si proponeva come un solido argine in grado di arrestarne il declino. Gli addetti del tessile pratese nel 2000 erano 35.000; oggi sono circa 15.000, cifra coerente con la difesa di uno zoccolo duro di produzioni con più alto contenuti di personalizzazione e di servizi. I più accrediti osservatori del settore ritengono che difficoltà dei distretti della moda di questa prima parte del 2024, più che da divari di competitività, siano da ricondurre alla brusca frenata dei consumi nei mercati del lusso. La prova del budino, in questo caso, è rimandata al 2026.
L’ultima considerazione riguarda le politiche che si presentano, anche queste, più complesse e frastagliate. I toscani, non diversamente dagli altri italiani, sono affetti (come direbbe De Rita) da un doppio deficit di progettualità e di vitalità. Il mantra degli ultimi mesi che recita “occorre una politica industriale” nel caso della Toscana è stato declinato con “occorre ripensare i distretti industriali” anche se, in entrambi i casi, non è chiaro a che tipo di strumenti si faccia riferimento: fondamentalmente tante buone intenzioni, non tutte consistenti, e una serie di strumenti nel complesso modesti. Meriterebbero una seria riflessione gli interventi a favore dei distretti messi in atto nei trentacinque anni intercorsi dall’art 36 della l.317 del 1991. E’ vero che non ci sono state politiche con la “P” maiuscola ma c’è stata comunque una caotica proliferazione di interventi con la “p” minuscola di cui nessuno si è preoccupato di ricostruire l’efficacia. Tornando all’esempio di Prato, nel periodo della bulimia per i bonus il Governo Draghi, con la finanziaria del 2022, ha stanziato 10 milioni per aiutare il distretto a rilanciarsi. Come sarebbe piaciuto a Becattini, amministratori, sindacati, associazioni di categoria hanno concordato come utilizzare questi fondi. Su un totale di 2000 imprese, 150 hanno beneficiato di contributi per efficientamento energetico, transizione digitale ed ecologica e per progetti di ricerca, sostanzialmente gli stessi obbiettivi delle politiche nazionali e regionali per le imprese. Solo una parte (2 milioni) saranno utilizzati per piattaforme di sistema distrettuale. I corpi intermedi, in questi casi, sono come “la Cassazione” e le scelte da loro operate le migliori tra quelle possibili, oltre al fatto che meritano un plauso anche per il tempo relativamente ristretto tra la definizione dei bandi e l’erogazione dei contributi. Senza studi impatto, tuttavia, è difficile farsi un’idea della efficacia di queste misure e l’unico rilievo che ci sentiamo di fare è la raccomandazione a coinvolgere di più voci fuori dal coro e possibilmente dissonanti rispetto alla concertazione dei corpi intermedi. Ancora più deludenti i programmi per le politiche industriali. Dai recenti tavoli organizzati dalla Regione sulla crisi del settore moda sono arrivare generiche richieste di tutela delle filiere, che non devono assolutamente svuotarsi, ammortizzatori sociali a favore dei dipendenti delle pmi, moratorie per i crediti e fondi per la formazione. Tutto giusto ma troppo poco per un programma di rigenerazione delle nostre industrie “leggere”. La vera politica industriale si fa iniziando ad interrogarsi sul punto di caduta delle mediazioni tra le forze politiche, sociali e economiche. Siamo sicuri che i piani operativi comunali e paesaggistici e i vincoli alla realizzazione di parchi eolici, invasi, reti stradali e impianti per i rifiuti, tutti adottati interpretando la media dei desiderata dei toscani chiusi nelle rispettive bolle di comfort, aiutino a recuperare, sempre che lo si voglia fare, il gap rispetto alle altre regioni?
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L’ITALIA È UN PAESE STATALISTA
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