C’è una domanda che attraversa il dibattito pubblico dopo fatti come quelli di Modena: perché una parte della narrazione politica e culturale, soprattutto a sinistra, rifiuta con tanta ostinazione la parola “terrorismo”? Perché si insiste a ridurre tutto alla follia individuale, come se la scelta delle modalità, dei bersagli e del contesto fosse un dettaglio irrilevante?
Bene. La risposta non è ideologica ma strutturale: è un meccanismo comunicativo, culturale e politico che si ripete da anni e che oggi mostra tutti i suoi limiti.
La categoria della “follia” è infatti molto comoda, addirittura rassicurante. Essa rappresenta una scorciatoia che permette di evitare domande scomode.
Infatti, mentre la follia è un caso, il terrorismo è un fenomeno, mentre la follia è individuale, il terrorismo è culturale. La follia inoltre non chiama in causa nessuno mentre il terrorismo chiama in causa politiche, scelte, integrazione, sicurezza, e modelli sociali.
Per questo, quando un atto violento ricalca modalità operative tipiche del terrorismo internazionale, come appunto l’uso di un veicolo per colpire civili, tattica documentata da anni nei rapporti Europol e utilizzata in numerosi attacchi in Europa, la reazione immediata è negare la cornice più ampia e rifugiarsi nell’alibi del singolo squilibrato.
Ma la scelta del modello non è mai casuale. Un individuo può essere fragile, disturbato, instabile. Ma scegliere proprio la modalità tipica del terrorismo internazionale non è un gesto neutro. È al contrario imitazione, interiorizzazione, esposizione a narrative ostili all’Occidente secondo i dettami della radicalizzazione islamica. È esso quindi un segnale culturale, non solo disagio psichiatrico.
Gli studiosi chiamano tutto questo “radicalizzazione non organizzata”: in pratica non serve un gruppo ma basta un modello e quel modello esiste, è noto, è stato replicato più volte in Europa.
Perché allora una parte della politica italiana rifiuta di riconoscerlo?
Semplice! Perché ammettere che un atto possa essere ispirato da un clima culturale ostile all’Occidente significa aprire un dibattito che la sinistra dal PD ad AVS preferisce evitare: quello sull’integrazione fallita, sulle seconde generazioni in conflitto identitario, sulle zone urbane dove lo Stato è meno presente, sulla diffusione di narrative estremiste online, sulla difficoltà di conciliare valori occidentali e visioni religiose che non sempre accettano la separazione tra sfera civile e sfera spirituale. È esso un dibattito complesso, che richiede coraggio politico e lucidità culturale. E proprio per questo viene evitato.
C’è poi un altro elemento che non va sottovalutato: riconoscere un atto come terrorismo significa ammettere che esiste un problema che non nasce oggi, ma che affonda le radici in vent’anni di gestione insufficiente delle politiche migratorie, significa cioè riconoscere che non tutto è andato come si è raccontato, significa accettare che la narrazione rassicurante secondo cui “non c’è nessun problema” non regge più. E allora si preferisce la via più semplice: ridurre tutto alla follia, negare il contesto, evitare la parola che aprirebbe una discussione più ampia.
Infine, c’è poi la paura della polarizzazione: parlare di terrorismo significa evocare tensioni sociali, richieste di misure più rigide, discussioni su identità, valori, sicurezza. È molto più semplice dire che si tratta di un caso isolato, di un gesto incomprensibile, di un episodio che non ha nulla a che vedere con dinamiche più ampie. Ma purtroppo sappiamo che ignorare un problema non solo non lo risolve ma addirittura lo amplifica.
Il punto è che la follia spiega l’impulso, non la scelta del modello. E quando il modello è quello tipico del terrorismo internazionale, la domanda non è se ci sia un attacco all’Occidente, ma quanto quell’attacco sia consapevole o interiorizzato. Non si tratta di accusare comunità, religioni o gruppi quanto piuttosto di riconoscere che esistono narrative ostili, individui vulnerabili che le assorbono, modalità operative che non nascono dal nulla, problemi di integrazione che non si risolvono negandoli.
Fare finta che sia tutto un caso non porta a nulla di buono. E rifiutare la parola “terrorismo” non elimina il fenomeno: elimina solo la possibilità di affrontarlo.
Che questo sia ben chiaro a tutti, sinistra in primis.
.


AVVISI PER I NAVIGANTI
Lascia un commento