Seguendo il dibattito sui problemi e le prospettive delle più eclatanti innovazioni tecnologiche, sulle frontiere della ricerca scientifica e delle relative implicazioni in campo etico e politico capita sovente di incontrare citazioni e riferimenti ai classici della fantascienza del secolo scorso, come Ray Bradbury, Arthur Clarke, Philip Dick e Isaac Asimov. In effetti, parlando di esplorazione dello spazio, di robot e intelligenza artificiale è abbastanza difficile non cadere nella tentazione di tirare in ballo le Cronache marziane, Hal 9000 o chiedersi se Gli androidi sognano pecore elettriche, ma è addirittura quasi impossibile evitare “le tre leggi della robotica”.
Asimov, però, oltre che dei problemi generati dallo sviluppo scientifico e tecnologico, ha scritto anche sull’ostilità rivolta contro la scienza in sé, ai suoi metodi e alla sua visione del mondo nonché sui rischi che tutto ciò comporta per la convivenza civile.
Nel 1941 nel racconto Nightfall – in italiano Cade la notte (1962) e poi Notturno (1971) – racconta di un pianeta illuminato da sei soli che, per questo, non conosce la notte. L’unico suo satellite, però, ogni duemila anni provoca una eclissi totale e lo choc causato da tale “misterioso evento” rigetta quella civiltà nel terrore e nella barbarie. Questa volta, dopo la scoperta della gravitazione universale, un gruppo di astronomi è in grado di fornire la spiegazione scientifica del fenomeno ma tutto ciò porta solo all’assalto e alla devastazione dell’osservatorio da parte di una folla inferocita.
In The wind of change (1982) – in italiano Il vento è cambiato (1984) – invece ci porta in un ufficio di un’istituzione universitaria americana in cui tre persone aspettano l’esito della riunione del Consiglio di Amministrazione per la scelta del nuovo rettore. Si tratta del preside della facoltà, del favorito per la nomina, nonché probabile prossimo Nobel, e del professor Dinsmore che sostiene di aver trovato il modo per viaggiare nel tempo e non solo di averlo fatto realmente ma anche di aver modificato il corso della storia facendo sì che sarà lui ad essere nominato rettore perché “il mondo che era non è più”, e l’essere stati membri della Lega per i diritti costituzionali o aver contribuito al Manifesto del libero pensiero, come avevano fatto in gioventù i suoi increduli interlocutori, ora è un gravissimo crimine. A conferma di ciò irrompono nella stanza gli uomini della Falange della Virtù e arrestano il preside e l’autorevole fisico accusandoli di “diabolismo e stregoneria”.
Oggi sappiamo benissimo che visione scientifica del mondo e democrazia liberale non sono acquisiti una volta per tutte e che sfiducia e ostilità nei confronti dei saperi condivisi possono essere suscitate e insinuate dalle più svariate pseudoscienze e enfatizzate da eventi limite, congiunture particolarmente critiche per le quali non sono necessari eclissi inspiegabili e complicati sistemi gravitazionali, bastano guerre, carestie, pandemie e cambiamenti climatici.
Certo non si può parlare di rapporti di causa ed effetto o di filiazione diretta ma dovrebbe essere ben evidente come la crisi di paradigmi di verità condivisi comprometta le possibilità di un dibattito pubblico consapevole, civile e costruttivo e, al contrario, faciliti il successo di chi, proclamandosi uomo della provvidenza o incarnazione del divenire storico, in nome di un futuro radioso o del ritorno ad un passato inesistente e mitizzato, avanzi soluzioni semplicistiche basate su fondamenta esclusivamente ideologiche.
La Belle Époque non è solo il tempo della modernità trionfante che si autocelebrava nelle esposizioni universali e nei teatri, della ferrovia, dei transatlantici e della fiducia nelle sorti “magnifiche e progressive” dell’umanità, è anche il tempo in cui prendono, o riprendono, vigore astrologia, mesmerismo, spiritismo, occultismo, sorge la Società Teosofica e si cercano continenti scomparsi o l’ingresso alla Terra Cava e molti di questi contenuti affascineranno Hitler e la sua cerchia.
Il tema del rapporto tra nazismo e filosofie occulte, trattato inizialmente da alcuni giornalisti e divulgatori già negli anni Quaranta, venne affrontato a metà degli anni Sessanta da George Mosse in Le origini culturali del Terzo Reich, irruppe nella cultura pop all’inizio degli anni Ottanta grazie alle avventure di Indiana Jones e fu poi ripreso dallo storico britannico nel 1985 Nicholas Goodrick-Clarke con diversi lavori a partire da Le radici occulte del Nazismo e da Giorgio Galli nel 1989 con Hitler e il Nazismo magico e, infine, I mostri di Hitler di Eric Kurlander (2017) può essere considerato una summa sull’argomento.
All’infatuazione per le pseudoscienze e l’esoterismo Hitler affiancò il rifiuto della relatività di Einstein, del Big Bang e della meccanica quantistica in quanto prodotti della scienza “ebraica” e “degenerata” a cui contrappose teorie deliranti come quella del ghiaccio cosmico di Hörbiger. Ma le nuove teorie fisiche e cosmologiche sull’origine dell’universo non ebbero maggior fortuna in Unione Sovietica dove furono accusate di idealismo e osteggiate per la loro incompatibilità col materialismo dialettico e la stessa sorte toccò alla genetica definita “scienza borghese” e liquidata, con delibera del Comitato centrale del Pcus, in favore delle teorie neolamarkiane di Lisenko che sosteneva l’ereditarietà dei caratteri acquisiti (Francesco Cassata, Le due scienze).
“Fiorivano scienze occulte d’ogni sorta, mezze scienze e ciarlatanerie, oscuro spirito settario e insulse religioni da strapazzo, crassa ciurmeria e fede da carbonari, tutto questo era molto in voga e determinava lo stile del tempo”. Queste considerazioni di Thomas Mann sull’avvento del nazismo risalgono al 1935 e dimostrano come il grande scrittore tedesco avesse lucidamente colto il rapporto tra “mezze scienze e cialtronerie” da una parte e ascesa del totalitarismo dall’altra. Sono parole che, come ha scritto Umberto Napolitano (Thomas Mann, Moniti all’Europa, Introduzione) costituiscono “una lezione che torna ad ammonirci e illuminarci, nelle crisi sociali, culturali e politiche di questo inizio del XXI secolo in Europa”. Una lezione da affiancare a quanto scriveva nel 1951 Hannah Arendt (Le origini del totalitarismo) sulla differenza, nel loro uso da parte del dittatore, tra le bugie tattiche, continuamente mutevoli, e le menzogne ideologiche che assumono connotati di sacralità.
È risaputo che le menzogne ideologiche non sono patrimonio esclusivo dei regimi dittatoriali e da sempre chi è al potere propone una visione del passato atta a esaltare o perlomeno a giustificare le sue politiche ma ove la ricerca è libera, gli archivi sono aperti ed è possibile confrontare le diverse interpretazioni sorrette da serie argomentazioni la società civile progredisce in conoscenza e consapevolezza e la scienza storica costituisce un autorevole presidio di democrazia. Dove invece tutto questo manca la storia cessa di essere “scienza degli uomini nel tempo”, secondo la definizione di Marc Bloch (Apologia della Storia), per diventare una forma di propaganda assurta a dottrina dello stato finalizzata a giustificare e preservare il potere dittatoriale secondo l’adagio orwelliano per cui “chi controlla il passato controlla il futuro”.
Per controllare il passato non è necessario viaggiare nel tempo a “riaggiustarlo”, come fa l’antieroe del secondo racconto di Asimov, basta riscriverlo. Mentre, sempre secondo Poi, per farne accettare la riscrittura bisogna, sempre per usare le parole di Orwell, “controllare il presente”, vale a dire ridurre al silenzio ogni dissenso e istituire un ferreo controllo sulla società, da qui la necessità di quella che nel racconto di fantascienza si chiama Falange della virtù e che il Novecento ha conosciuto come Ovra, Gestapo, Kgb e con tanti altri nomi tristemente noti.
Repressione, controllo asfissiante sulla società e sugli individui, costruzione di un nemico sempre più minaccioso, ritualità pubblica connessa all’ideologia di stato, al culto del capo carismatico e alla sua missione storica sono le costanti di ogni totalitarismo, tanto negli anni Trenta del secolo scorso come ai nostri giorni. Ma la differenza riguarda il rapporto con l’antiscienza, con le bugie tattiche e le fake news. Mentre le pseudoscienze contribuirono a creare un ambiente favorevole all’avvento del nazismo oggi sono invece alimentate consapevolmente e utilizzate come arma di guerra ibrida contro le democrazie e le loro istituzioni.
Dato che il Russkiy Mir e il Maga non possono certo essere proposte come ideologie universali l’autocrate del Cremlino e l’aspirante dittatore della Casa Bianca, aggrediscono la democrazia liberale sul piano politico e culturale con narrazioni alternative non necessariamente coerenti, magari anche tra loro contraddittorie, purché declamate in una notte, opportunamente preparata, in cui “tutte i gatti sono bigi”.
E per avere una notte buia bisogna spegnere quella luce che permette di distinguere tra autorevolezza degli studi e sentito dire, tra ipotesi scientifica frutto di ricerca, analisi approfondite e coerente interpretazione da una parte e semplice opinione dall’altra. A questo mira la diffusione di fakes e teorie strampalate, a disconoscere valore al metodo scientifico per ridurre il sapere condiviso a opinione tra le altre. In tale contesto i contenuti diventano irrilevanti, addirittura intercambiabili, per cui va bene tutto: il terrapiattismo, la nuova cronologia di Fomenko, le teorie dei QAnon, le scie chimiche, i complotti per la grande sostituzione orditi di Soros, quelli della finanza ebraica, della lobby dei pedofili satanisti guidata da Barak Obama e da Hillary Clinton, magari in combutta con gli alieni rettiliani, i vaccini che fanno male, gli immigrati che mangiano i nostri animali domestici, “sulla luna non ci siamo mai andati”, comunque, qualsiasi cosa stia succedendo, “non vogliono farcelo sapere!” e via delirando… Non è certo un caso che nel corso del 2022 molti novax, già cacciatori di scie chimiche, si siano riconvertiti in casse di risonanza della propaganda putiniana.
Procedendo in questo modo l’erosione dei confini tra il falso, il finto e il vero rende più spendibili, nella guerra delle informazioni, le narrazioni filorusse e trumpiane convergenti nel tentativo di distruggere nello spazio delle democrazie un accettabile grado di realtà condivisa, base di quel terreno informativo comune in assenza del quale cade ogni possibilità di dibattito pubblico argomentato seriamente e, di conseguenza, le istituzioni libere muoiono.
Si potrebbe obiettare che tutto ciò impedisce di parlare di rifiuto della scienza da parte dei dittatori. Anzi, sistemi di riconoscimento facciale conduzione di guerre ibride, hackeraggi, attacchi informatici, conoscenza della psicologia delle folle, capacità di influenzare le opinioni pubbliche occidentali tramite l’uso di trolls, boot e echo chambers, IA, sono davanti ai nostri occhi e dimostrerebbero il contrario.
In parte, ma solo in parte. Se andiamo oltre il sapiente e massiccio utilizzo dei prodotti delle nuove tecnologie ai fini di prevaricazione, condizionamento e controllo, e consideriamo personalità e atteggiamento epistemico dei soggetti in questione risultano evidenti alcuni tratti distintivi del pensiero magico. Non esiste quindi discontinuità tra il Putin descritto da Elena Kostioucovitch, autrice di Nella mente di Vladimir Putin, che in un’intervista definisce l’ideologia dello zar “basata sulla contraffazione storica, sulla paranoia, su un brodo di miti sconnessi portato al limite del ridicolo” e poi aggiunge: “Putin ha una mentalità atavica, mistica, oscura. È uno che non usa il computer, non naviga su Internet, dà ascolto ad eremiti, va in clausura sul Monte Athos, crede a indovini e sciamani” (Repubblica.it 16/04/2022), e quello che nel dicembre dell’anno scorso spiegava a Xi Jinping e a Kim Jong-un che “con lo sviluppo delle biotecnologie, gli organi possono essere trapiantati più volte, e le persone possono diventare sempre più giovani e persino raggiungere l’immortalità”.
L’immortalità, ultima tentazione che accomuna oggi dittatori e tecno-oligarchi in un “saremo come dei” che fa dire a Assia Neumann “l’occultismo oggi non è più quello delle messe nere nei boschi, ma quello che non si vede, tra i server della Silicon Valley.” (lastampa.it, 05/09/2025).
Nella Silicon Valley dove si studia la possibilità fusione tra uomo e macchina e Ray Kurzwell spera di caricare la mente umana in un computer per risolvere il problema della morte; o nei laboratori dell’Alcor – Life Extension Foundation in Arizona, a Mosca in quelli della KrioRus, a Jinan in Cina quelli del Yinfeng Life Science Research Institute dove già si conservano individui ibernati post mortem, almeno per ora…
Nessuno intende negare l’importanza degli studi per la crioconservazione degli organi e del loro recupero al fine di rendere più agevoli i trapianti ma se perdiamo il senso della medicina che, per quanto può, salva le vite o ne rende migliore la qualità e pensiamo possibile raggiungere l’immoralità allora ci troviamo nella narrazione pseudoscientifica sostenuta dal cosmismo russo e dal transumanesimo, la “nuova religione” dei magnati del big tech.
Michel Eltchaninoff, studioso di filosofia russa, già docente alla Sorbona e attualmente rédacteur en chief di Philosophie Magazine, nel suo lavoro dedicato al cosmismo (Lenin ha camminato sulla Luna, 2022) ha sottolineato le forti affinità tra le due visioni, malgrado siano queste frutto di personalità, tempi e contesti storico culturali molto diversi. Da una parte la Russia di fine Ottocento e le teorie di Nikolaj Fëdorov, un filosofo in cui convivono misticismo e scientismo esasperato, cristianesimo ortodosso e promessa di un’utopia terrena figlia dell’inarrestabile progresso scientifico grazie al quale l’uomo sarà in grado di resuscitare i morti, diventerà immortale e colonizzerà lo spazio. Inizialmente queste idee passarono in parte della cultura sovietica, caddero in disgrazia verso la metà degli anni Trenta ma non scomparvero del tutto e poi, anche in conseguenza del volo di Yuri Gagarin, iniziarono il tortuoso cammino verso la riabilitazione approfittando dell’atmosfera parascientifica e pseudoscientifica che dilagava nell’Urss brezneviana e oggi la “filosofia cosmista” è materia di insegnamento nelle università russe. Dall’altra parte il transumanesimo nato negli anni Novanta del secolo scorso in ambito anglosassone, che col cosmismo condivide l’aspirazione al superamento di ogni limite umano: i limiti biologici quali invecchiamento, malattia e morte, ma anche i limiti cognitivi che saranno travolti dall’IA e da una sempre più stretta integrazione uomo macchina che favorirà la conquista dello spazio. E tutto questo non è rimandato ad un futuro indefinito perché secondo i vari Elon Musk, Peter Thiel, Jeff Bezos, Max More, e il già menzionato Ray Kurzwell, solo per citarne alcuni tra i più noti, questo futuro è già cominciato e le tecnologie per attuarlo sono dietro l’angolo.
Ma in conclusione del libro l’autore guardando i possibili futuri sviluppi del sogno antico di Fëdorov e di quello odierno dei transumanisti, vede apparire qualcosa di cui sarebbe il caso di preoccuparsi: la minaccia di un “totalitarismo tecnologico”.
Torniamo così al rapporto di contiguità tra antiscienza, pseudoscienze e mentalità totalitarie collegate da forme di pensiero magico e dal delirio di onnipotenza dell’apprendista stregone. Come capita per Putin che fa il bagno nel sangue di cervo secondo la tradizione sciamanica siberiana e per Trump che pensa che il Covid si possa curare con l’idrossiclorina e affida la salute dei suoi connazionali ad un complottista novax, mentre insieme incendiano mezzo mondo e ne minacciano l’altra metà.
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PERCHÉ LA SINISTRA RIFIUTA LA PAROLA TERRORISMO
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