Da almeno tre anni, con puntualità da metronomo, si ripete lo stesso ritornello: «in Italia non c’è più democrazia». Come se la vittoria del centrodestra alle elezioni fosse stata il sipario calato sul pluralismo e l’inizio di un regime. Siamo passati dalle urne alla paranoia, con alcuni settori della sinistra che recitano un copione scritto con inchiostro ideologico e nostalgia per un passato che, onestamente, ha poco di epico e molto di comodo.
Non lo dico per simpatie politiche di parte: vengo da una lunga tradizione familiare e personale di sinistra, quella riformista, laica, pragmatica. Ma mi risulta intollerabile vedere la deriva in cui è sprofondata una sinistra consegnata a una dirigente educata ma impreparata (la «scolaretta» Schlein), affiancata da un sedicente avvocato del popolo, Giuseppe Conte, il cui pedigree politico di sinistra è più un mito urbano che una realtà storica.
Ogni manifestazione diventa un’occasione per gridare al fascismo. Si confondono le critiche legittime a Israele con l’antisemitismo, si flirta col paradosso inneggiando ad Hamas come fosse la nuova «Resistenza» (se Sandro Pertini risorgesse, forse chiederebbe di tornare giù) e così vedono bandiere pro-pal sventolare anche a raduni per la salvaguardia dei panda. Insomma, il filo logico è talmente largo che ci si perde dentro.
Prendiamo l’accordo sul 5% per la difesa, sottoscritto da quasi tutti i paesi europei: secondo certi ambienti della sinistra, sarebbe la prova che l’Italia sta militarizzando la spesa pubblica, tradendo il welfare. Come se fossimo pronti a difenderci da soli, rifiutando la storica alleanza atlantica. Una visione che ignora la realtà geopolitica contemporanea: se fossimo noi oggi sotto attacco come l’Ucraina, staremmo ancora a discutere di quote percentuali?
Certo, la fase politica è complicata. Ma ridurre il dibattito al mantra della «dittatura imminente» è una caricatura grottesca, che serve solo ad alimentare il vittimismo quando non c’è un programma serio da proporre. Il fascismo evocato a ogni angolo non è più un argomento: è una scorciatoia dialettica, un feticcio utile a mascherare l’assenza di proposte.
Nel frattempo, nessuno ha sospeso le libertà, il Parlamento funziona, i media continuano a frullare, l’opposizione ha ampio spazio.
Dove sarebbe, concretamente, il pericolo autoritario?
Eppure, slogan e indignazione si moltiplicano a comando, come se bastasse urlare più forte per avere ragione.
Se la sinistra vuole davvero parlare di democrazia, cominciasse allora a farlo dalle autocrazie rosse che affliggono diverse parti del mondo: dove i dissidenti scompaiono, la stampa è zittita e il potere è trasmesso come un’eredità feudale. Ma quelle non fanno notizia, perché non rientrano nella comoda narrazione del campo largo.
La libertà, è vero, comporta responsabilità. Ma anche onestà intellettuale, quella che manca quando si dipinge l’Italia come un paese governato da tiranni solo perché la sinistra ha perso le elezioni.
Accusare il centrodestra di familismo e incompetenza senza prove non è critica: è propaganda. I leader del campo largo (Schlein, Bonelli, Conte) non portano un programma, ma un catalogo di etichette e una playlist di indignazioni da usare in loop e mentre gridano slogan, dimenticano che la nostra democrazia oggi vive di istituzioni che funzionano, di pluralismo, di elezioni regolari. Se questo è segno di incompetenza, allora il problema è lo sguardo — non la realtà.
Chi denuncia favoritismi e spartizioni ignora, o finge di ignorare, decenni di gestione “familiare” della sinistra: cooperative rosse che controllavano l’economia territoriale, sindacati che piazzavano i propri fedelissimi nei gangli dello Stato. Si faceva carriera per tessere, circoli e gergo. E chi osava mettere in discussione quel sistema veniva bollato come «nemico della democrazia».
Oggi che il vento è cambiato, improvvisamente tutto è diventato scandalo. Tutto è complotto. Tutto è… pioggia.
La verità?
Nessuno ha il monopolio dell’etica. Il potere si esercita, sì, ma ciò che conta è come lo si controlla. E se le istituzioni continuano a funzionare, le libertà restano garantite e le elezioni si svolgono, allora il «fascista sotto il letto» è solo una figura retorica mal riposta.
Se davvero ci pisciano in testa, allora è il caso di chiederci chi ha tenuto l’ombrello fino a ieri.
E lo dice uno con una tradizione di sinistra salda e orgogliosa. Mio fratello è stato tra gli ultimi intellettuali riformisti del PD. Dopo la sua morte, il PD è diventato un laboratorio di slogan, guidato da una scolaretta che ha confuso la lotta con il marketing elettorale.
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L’unica salvezza è l’indifferenza. Perfino per se stessi.
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