Stiamo davvero capendo la natura del conflitto che circonda Israele e i suoi nemici? È possibile continuare a interpretare la guerra come un problema di confini? O siamo di fronte a qualcosa di più profondo, ideologico, forse perfino teologico?
Gli ultimi eventi sembrano suggerire la seconda ipotesi. L’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas e, più recentemente, l’intervento militare israeliano e americano contro obiettivi iraniani, non sono semplici episodi bellici. Sembrano piuttosto manifestazioni di una guerra che non ha come posta la terra, ma l’identità, la religione, l’ordine mondiale stesso. Israele e Stati Uniti hanno colpito con decisione obiettivi considerati una minaccia esistenziale. L’Iran, non dimentichiamolo, è un regime che nega l’Olocausto, promette platealmente la distruzione di Israele e considera l’Occidente un nemico “corrotto”.
Rispetto agli errori imperdonabili del passato – vedi l’avventurismo catastrofico in Iraq e Afghanistan, dove si è tentato di esportare democrazia in contesti profondamente ostili a quei valori, ottenendo invece un aumento del caos e del terrorismo – oggi invece siamo di fronte a un’azione che, per quanto dura, appare fondata su un realismo difensivo. Non si tratta di idealismo né di ingerenza: si tratta di contenimento. E per questo merita, almeno, di essere compresa nella sua logica e nella sua coerenza strategica.
Si può discutere sulle modalità degli attacchi, ma una cosa è certa: non stiamo parlando di un conflitto classico. E non c’è equivalenza morale tra gli attori e tra le azioni commesse. Da un lato ci sono democrazie liberali che, con tutti i loro limiti, praticano il pluralismo, la laicità, i diritti individuali e si difendono. Dall’altro, regimi che rivendicano aggressivamente la supremazia religiosa e il martirio come valore supremo.
Nessuno vuole minimizzare l’orrore delle vittime civili: ogni singola vita innocente persa è una tragedia. Proprio per questo, occorre vedere l’intero quadro con lucidità, non solo ciò che alimenta indignazioni parziali.
Vale la pena ricordare che Hamas non è nato per rappresentare i palestinesi in senso statuale. È il ramo locale dei Fratelli Musulmani. Nel suo statuto si legge: “La morte per Allah è il più alto dei desideri”, oppure “Israele esisterà e continuerà ad esistere finché l’Islam non lo cancellerà, come ha cancellato altri prima di esso”. Non sono dichiarazioni metaforiche. È un programma ideologico. E, soprattutto, non è mai stato revocato.
Quando Hamas ha chiamato l’invasione del 7 ottobre “Diluvio di al-Aqsa”, non ha scelto a caso. Al-Aqsa è la moschea costruita sul luogo più sacro dell’ebraismo. È un nome carico di significato: simbolico, religioso, spirituale. La posta in gioco non è un confine, ma la cancellazione di un’identità. E allora, ci si può chiedere: è davvero per la Palestina che si combatte, o per un’idea totalitaria che usa la Palestina come pretesto?

Questa domanda diventa ancora più urgente se guardiamo alla diffusione del messaggio jihadista fuori dal Medio Oriente, dove l’obiettivo sembra essere un’“intifada globale”: nei campus universitari, nei sobborghi europei, in certi media. Una guerra che non si combatte solo con le armi, ma con i simboli, con la propaganda, con l’infiltrazione ideologica. La Palestina diventerebbe così il cavallo di Troia ideologico per globalizzare l’intifada e dare forza alla miriade di associazioni islamiche non moderate e fondamentaliste presenti in Occidente.
E qui sorge un altro interrogativo: perché per anni si sono finanziate, tramite Onu e Ue le strutture assistenziali a Gaza senza chiedere nulla in cambio? E’ davvero realismo politico, o è una forma di autoinganno culturale? Bisogna invece ascoltare attentamente quella parte del mondo musulmano quando dichiara apertamente che vuole globalizzare l’intifada. Non lo dice così tanto per dire. Del resto, l’islam non moderato non ha mai pensato in termini di Stato-nazione. È un’ideologia internazionalista, con milioni di simpatizzanti e militanti attivi in ogni angolo del globo, che non riconosce confini né istituzioni civili. Riconosce solo l’ummah (la comunità dei fedeli), la jihad, la supremazia religiosa e la sharia come scopo ultimo. E infatti, nel testo fondativo di Hamas, non si parla mai di uno Stato palestinese: l’obiettivo è la dissoluzione di Israele e la sua sostituzione con un ordine religioso integralista.
Lo ha spiegato bene Mosab Hassan Yousef, figlio di uno dei fondatori di Hamas, nel suo impressionante libro “Il Figlio di Hamas”: Hamas non vuole uno Stato accanto a Israele. Hamas vuole la fine di Israele. È un movimento islamista radicale, guidato dalla teologia, non dalla politica.
E l’autrice best-seller libanese-americana Brigitte Gabriel, che ha vissuto sulla propria pelle la violenza anticristiana in Libano, ha analizzato nel suo saggio “They must be stopped” che l’estremismo islamista non minaccia solo con le armi, ma anche nelle scuole, nei media e nei centri culturali dove si costruisce la narrativa che forma le generazioni future.
Ha senso, allora, continuare a finanziare Gaza senza pretendere nulla in cambio? Possiamo davvero separare il piano umanitario da quello ideologico, quando perfino le scuole sono luoghi di indottrinamento? Si tratta di una questione ineludibile.
Pur tra mille difficoltà, Israele, con l’aiuto degli Usa, sta cercando un’alternativa: sottrarre ad Hamas il controllo dei fondi, distribuire aiuti direttamente ai civili, creare le condizioni per un’economia civile. Funzionerà? È molto incerto, non c’è dubbio. Ma sicuramente ha più senso che continuare a finanziare chi costruisce tunnel, lancia missili e promette nuove invasioni.
Senza un cambio di rotta, la spirale di morte riprenderà come sempre dall’inizio: attacco a Israele, risposta di Israele, condanna di Israele
Le recenti operazioni israeliane contro obiettivi iraniani, Hezbollah e le milizie jihadiste in Yemen mettono in evidenza un fatto spesso trascurato: Israele, nel difendere la propria sopravvivenza, si fa anche carico della difesa di principi liberali condivisi. È un attore discusso, ma sempre più paesi musulmani lo riconoscono come interlocutore legittimo. Attaccarlo oggi non significa solo colpire un paese, ma anche mettere in discussione valori che appartengono al mondo libero.
La domanda, allora, è politica: l’Unione Europea ha ancora la forza e la volontà di difendere fino in fondo i propri valori? Oppure preferisce accettare compromessi al ribasso con regimi come quello iraniano, che predica la distruzione di Israele, impone la sottomissione religiosa, perseguita donne e minoranze? Perché la realtà è sotto gli occhi di tutti: all’Iran non interessa affatto il nucleare civile — e diciamolo chiaramente: far finta che Teheran voglia solo produrre energia pulita è roba da cabaret geopolitico. L’obiettivo è la bomba atomica. E fingere il contrario, in nome di un dialogo a ogni costo, significa essere complici di un’ipocrisia che mina proprio quei valori che l’Europa dice di voler difendere.
Forse è giunto il momento di un cambio di paradigma per gli stati europei: meno ambiguità nei principi, più cooperazione con i paesi musulmani autenticamente moderati, e soprattutto maggiore lucidità e determinazione nel riconoscere e contrastare l’estremismo, in tutte le sue forme e travestimenti.
E in patria, vigilanza sull’Islam non moderato, anche quando si maschera da multiculturalismo. Perché dietro parole come “resistenza” e “intifada” può nascondersi simpatia o militanza per un progetto di suprematismo teocratico incompatibile con i nostri valori costituzionali. Così come nel secolo scorso abbiamo imparato a non sottovalutare e a combattere le ideologie totalitarie, oggi dobbiamo riconoscere con lucidità la nuova minaccia ideologica del XXI secolo. Una minaccia che può insediarsi nei nostri spazi pubblici, radicarsi nel tessuto sociale e, approfittando delle stesse libertà democratiche, ambire perfino a una rappresentanza politica.
Sarebbe un errore tragico. Perché la laicità, la libertà di critica, la libertà religiosa, i diritti umani e il rispetto della dignità individuale sono il nostro vero petrolio: non solo pilastri morali, ma anche fattori che creano fiducia, innovazione, crescita.
Israele si trova oggi in prima linea a contenere un fronte ideologico ostile all’Occidente, con il sostegno, non scontato, degli Stati Uniti. Forse anche in Europa ci si dovrebbe interrogare di più a fondo su cosa sta accadendo. Perché ignorare gli aspetti culturali, religiosi e politici di questo conflitto potrebbe, col tempo, rendere le nostre democrazie fragili e vulnerabili, più per quello che si sceglie di non vedere che per la forza altrui.
Riferimenti e citazioni:
Innanzitutto, riguardo all’analisi dello statuto di Hamas le osservazioni sulle sue aspirazioni globali, nonché avere ispirato la scrittura di questo commento, lo splendido canale you tube, di storia, cultura e politica in Israele traveligisrael.com particolare il video: “It’s Not a War Over Gaza & Iran — It’s a War Over God (And the West Doesn’t get it)”.
Poi i libri citati:
– Mosab Hassan Yousef, “Il figlio di Hamas. Dall’intifada ai servizi segreti israeliani”,
Gremese Editore, 2011. Mosab Hassan Yousef racconta in prima persona la propria storia come figura di spicco all’interno di Hamas diventato poi informatore dei servizi israeliani. Molto interessante per comprendere la natura ideologica e la mentalità dell’organizzazione.
– Brigitte Gabriel, “They Must Be Stopped. Why We Must Defeat Radical Islam and How We Can Do It”, pubblicata in inglese da St. Martin’s Press nel 2008.
In questo libro d’impatto, la Gabriel lancia un appello contro l’espansione dell’Islam radicale. La sua analisi è tanto politica quanto personale: sopravvissuta alla guerra civile libanese e cresciuta in un rifugio sotto le bombe, l’autrice parla con la voce di chi ha vissuto sulla propria pelle l’odio ideologico e ha vissuto il declino del Libano, sostenendo che l’Occidente deve smettere di ignorare il pericolo e reagire con lucidità e determinazione.


IL CAMPO LARGO E L’OSSESSIONE DELLA DITTATURA (Landini compreso)
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