«Genova per noi… che abbiamo il sole in piazza rare volte…». Di sicuro il coro del campo largo o larghissimo, appena giunti i risultati delle Comunali, ha intonato il refrain della canzone di Paolo Conte. Per dare a Cesare quel che è di Cesare, all’assemblaggio di sigle che oggi dicono di rappresentare la sinistra va concesso un respiro di sollievo (rispetto alla grama vita d’opposizione degli ultimi anni), durato poco, però. Elly Schlein, con voce squillante, ha guidato il coro in cui tutti si sentono tenori e Genova è diventata l’anticipo della grande affermazione elettorale che nel 2027 (o prima, se capita) le farà varcare la soglia di Palazzo Chigi.
Per qualche ora le è andata bene, poi al posto di Paolo Conte si è seduto al pianoforte un altro Conte, Giuseppi. Non suona come il suo omonimo, però un paio di note le sa eseguire: Genova non dimostra un bel niente, si tratta di una questione locale e il campo largo, meno largo, santo o profano che sia non risolve la questione nazionale.
Brutto risveglio per Elly, la cui fede nell’unità degli opposti continuerà, ma senza dimostrare che il campo largo sia un modello che possa affermarsi veramente nello scontro politico generale che verrà. Troppo forte l’impressione che l’unica cosa che possa tenere insieme reggimenti senza divisa, né bandiera comuni, sia solamente la brama di riconquistare posti di comando, costi quel che costi, per una nomenclatura dagli incerti confini ideali, o semplicemente politici.
L’ex professore dell’Università di Firenze è il campione della capacità di adattarsi a qualsiasi campo: ora che si autodefinisce di sinistra, lo è non solo per la volenterosa capa del Pd, ma, paradossalmente, anche per gli alfieri della sinistra-sinistra e perfino di Matteo Renzi. Per capire, però, il limite dell’utilità del campo largo, basta fermarsi un attimo a pensare come tali forze potrebbero governare l’Italia o le stesse Regioni con le posizioni che hanno adesso: anche con la migliore volontà, non se ne trova una che possa definire un progetto comune. È vero che oggi la politica si definisce soprattutto nei sedicenti leader, ma una sinistra tanto priva di progettualità e di distinzioni ideali (anche se spesso solo ideologiche), una sinistra così ha poco a che fare con una storia nemmeno troppo lontana. Principe di tali contraddizioni è certamente Renzi che, pur di restare in gioco da qualche parte, si adatta a fare un San Sebastiano che coperto di frecce circonda di affetto quelli che gliene tirano ora e che lo hanno fatto nel passato. Agli elettori, però, non si può raccontare tutto e il suo contrario e fra pochi giorni il campo largo per forza dovrà restringersi con un referendum che sul lavoro non può ammettere equivoci. Per essere onesti, le contraddizioni della sinistra fronteggiano quelle della destra, le debolezze dell’una si confrontano con quelle dell’altra, ma allo stato dell’arte la sicurezza urlata dalla segretaria del Pd poggia visibilmente su piedi d’argilla. A che serva poi il campo largo in Toscana ci vorrebbe un corso apposito della Normale per spiegarlo ai pochi che volessero interessarsi alla questione.
Il centrosinistra da queste parti avrebbe un tale margine di vantaggio anche con un campo ristretto, da poter semmai cercare la larghezza nella definizione di un progetto per la Toscana che oggi non è dato intravedere, né sul versante delle istituzioni, né su quello dei partiti. La sola cosa che si capisce con chiarezza è che ci sono tanti coltivatori: quelli che vogliono mantenere il loro angolo di terra e il relativo spicchio di potere e quelli che lo vogliono conquistare. Il primo con la vanga in mano è Eugenio Giani, sicuro di continuare a cantare la Toscana siamo noi, cioè lui, e convinto anche di cantarla meglio di Conte. Paolo, s’intende.
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MEDIORIENTE, CONFLITTO SENZA FINE. LA GUERRA NON PUÒ REGOLARE LA STORIA.
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