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MEDIORIENTE, CONFLITTO SENZA FINE. LA GUERRA NON PUÒ REGOLARE LA STORIA.

Solo un concerto di assicurazioni-controassicurazioni globali tra i soggetti locali e globali potrebbe garantire a ciascuno le sue ragioni in Medioriente.

di Giovanni Cominelli | 28 Maggio 2025

Medioriente, conflitto senza fine. I torti di oggi nascono dalle ragioni di ieri, ma la guerra non può regolare la storia.

“La terra della discordia” (Th. G. Fraser)”,” Un popolo in disaccordo” (Yeuda Bauer) e altri titoli analoghi descrivono realisticamente la condizione storico-politica di quell’area del Medioriente che prende il nome di Israele, Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria… Da qualche migliaio di anni è la più conflittuale del pianeta.

Come in ogni tragedia, ciascuna delle parti in causa ha ottime ragioni e potenti torti, che si sono intrecciati lungo gli ultimi quattromila anni, così che i torti di oggi nascono dalle ragioni di ieri, che sono il prodotto dei torti dell’altro ieri.

L’alternativa radicale che fa capolino dietro le scelte contingenti è però sempre la stessa: o noi o loro!  Se le cose stanno così, dalla Palestina o se ne vanno gli Ebrei o se ne vanno gli Arabi.

L’intenzione politica sottesa è, oggi, quella della pulizia etnica e dell’annientamento reciproco. È tuttora considerata la più realistica dalla maggioranza degli Israeliani e dei Palestinesi.

Due popoli, due Stati: un’ipotesi naufragata più volte

Fino all’assassinio di Rabin, il 4 novembre del 1995, più della metà del Parlamento israeliano era favorevole all’idea dei “Due popoli, due Stati” e allo scambio “Territori contro sicurezza”.

Il voltafaccia di Arafat, che di fronte a Clinton si dichiarò favorevole all’accordo e che, tornato in Palestina, lo sconfessò rese più accettabili e maggioritarie le tesi storiche del Likud e dei vari gruppi integralisti contrari a “Due popoli, Due stati”.

Sono passati trent’anni di… passi indietro. Il Likud ha fatto di tutto per delegittimare l’Autorità nazionale palestinese, peraltro imbelle e corrotta in proprio.

Hamas e la Fratellanza mussulmana nel 2006 hanno vinto le elezioni democratiche nella striscia di Gaza, ma poi hanno costruito una dittatura – più nessuna elezione da allora – hanno “dirottato” milioni di dollari dal Welfare alla costruzione di tunnel, all’acquisto di missili e di alianti per preparare il massacro del 7 ottobre 2023.

Decenni per alimentare l’odio di massa

Israele intanto ha promosso una colonizzazione violenta della Cisgiordania. La viltà della Lega araba ha fatto il resto: avendo alimentato per decenni l’odio di massa anti-ebraico, ne è rimasta prigioniera, così da non poter fare il passo decisivo della promozione del riconoscimento reciproco tra popoli e, dunque, tra Stati.

Torna sempre attuale l’intervista lucida e tragica, già riportata più di un anno fa su queste pagine, di Nahum Goldman a Ben Gurion, il Padre della patria di Israele, pubblicata nel 1978 in “The Jewish Paradox”.

Per Goldman era necessario ripensare l’intera questione israelo-palestinese in termini di sovranità sovranazionale, in una direzione eventualmente federale.  

Ben Gurion, che definiva Goldman con malcelato disprezzo “un ebreo errante”, perché si trovava a suo agio nella diaspora, investiva tutto sulla dimensione statale e politico-militare, in base ad un’analisi spietata: “Se fossi un leader arabo, non farei mai la pace con Israele… Abbiamo preso il loro Paese.

C’è stato l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma questo è stata colpa degli Arabi? Essi vedono solo una cosa: che noi siamo arrivati qui e abbiamo rubato la loro terra. Perché dovrebbero accettarlo?  È vero che Dio ce l’ha promesso, ma cosa significa per loro? Il nostro Dio non è il loro”. Ecco, non c’è ancora pace. 

Che facciamo dei Palestinesi?

Netaniahu, appoggiato dalla maggioranza del Parlamento e del Paese, punta sulla distruzione militare di Hamas e spinge l’acceleratore sulla colonizzazione pervasiva e violenta della Cisgiordania.

Continua così a mancare la risposta alla domanda: “Che facciamo dei Palestinesi?”. È vero che “la nazione palestinese” è un’invenzione relativamente recente. Quando gli Egiziani, i Siriani, i Giordani, i Sauditi attaccarono lo Stato d’Israele, all’indomani del 14 maggio 1948, non pensavano di certo di creare un territorio per un Popolo-Nazione-stato palestinese. Volevano semplicemente spartirselo.

L’OLP è stata una costruzione politica arabo-sovietica degli anni ’60, in funzione anti-americana. Secondo Netaniahu, la creazione di uno Stato palestinese, verso cui spinge anche l’Unione europea, finirebbe per premiare il terrorismo islamico.

Di fatto e oggettivamente, secondo il governo israeliano, l’UE incoraggia l’antisemitismo, che perciò ha rialzato la testa in Occidente.

A questo punto restano a Israele due strade: o l’assorbimento dell’intera popolazione araba nelle strutture civili e statuali di un’unica statualità, secondo un’ipotesi laico-federalista di tipo svizzero, o la sua espulsione definitiva.

La prima strada dovrebbe avere il consenso della popolazione israeliana e di quella palestinese. Pare ora difficilmente praticabile. Ma lo è ancor meno la seconda, perché nessun Paese arabo circonvicino vuole ospitare masse di Palestinesi, che già hanno contribuito fin dagli anni ’70 a destabilizzare il Libano e la Giordania.

Resta, non teorizzata esplicitamente, ma tacitamente praticata, la politica del massacro, cui fornisce un solido alibi l’intreccio, appositamente costruito da Hamas, tra le strutture civili palestinesi – ospedali, scuole, condomini – e le strutture militari.

L’ideologia martiriologica dell’Islam fondamentalista, d’altronde, esalta il sacrificio di migliaia di civili-militari, di donne e bambini. L’indignazione a tasso ideologico variabile delle piazze europee sembra dimenticare qualche pezzo di questo tragico puzzle.

 Il disordine mondiale e l’impotenza geopolitica

Solo un concerto di assicurazioni-controassicurazioni globali tra i soggetti locali e globali potrebbe garantire a ciascuno le sue ragioni in Medioriente.

Il fatto è che il campo strategico è affollato di interessi violentemente contrapposti: Israele, Hamas, ANP, Arabia Saudita, Iran, Houthi, Libano, Siria, Egitto, Turchia, Usa, Russia, Cina… Non emerge, finora, nessun mediatore. 

Ora si è auto-proposto Trump. La sua idea “mediatrice” è semplice: le aspirazioni nazionali, i conflitti religiosi e culturali, le storie etniche millenarie si possano facilmente neutralizzare con un abbondante flusso di merci e di dollari.

La “Riviera di Gaza” è molto più di una boutade, è la dottrina -Trump per il Medioriente e per il mondo intero. Il mondo viene trasformato in una sorta di “Casinò Royale”, dove tutti possono vincere qualcosa, oggi o domani, mentre una misteriosa Mano invisibile ci tiene lontani dalla Catastrofe.

L’effetto di questo vuoto di strategia è, intanto, l’uso solitario e cieco della forza. La guerra reale, minacciata, preparata sta diventando il “regolatore” della storia di un mondo.

da santalessandro.org

https://www.santalessandro.org/2025/05/27/medioriente-conflitto-senza-fine-i-torti-di-oggi-nascono-dalle-ragioni-di-ieri-ma-la-guerra-non-puo-regolare-la-storia/

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Pubblicato in : Apertura, Esteri, Politica

Info Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio.

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