E adesso come si pone la sinistra. Un corto circuito inatteso vero?
E così, anche di fronte alle espressioni sgradevoli rivolte da Donald Trump al Presidente del Consiglio italiano, la reazione di una parte della sinistra è stata un capolavoro di equilibrismo politico.
Per anni Trump è stato il simbolo di tutto ciò che quella cultura politica dice di combattere: populismo, rozzezza, unilateralismo, aggressività verbale.
Eppure, quando il bersaglio delle sue parole diventa Giorgia Meloni, improvvisamente il giudizio si fa più sfumato, più prudente, più… silenzioso, un silenzio che pesa più di mille dichiarazioni perché qui non si tratta di difendere Meloni ma le istituzioni italiane.
Eppure, chi per anni ha invocato “rispetto per il ruolo”, “dignità delle cariche”, “condanna del linguaggio violento”, oggi sembra aver smarrito la voce.
Come se la gravità di un attacco dipendesse non dal contenuto, ma dal destinatario.
È lo stesso schema che abbiamo visto altrove. Quando l’offesa arriva da un avversario interno, la reazione è immediata, fragorosa, moralmente ineccepibile. Quando arriva da un leader straniero contro un premier di sinistra, si parla di “ingerenza”, “scandalo”, “affronto alla democrazia”.
Ma quando arriva da Trump contro Meloni, la bussola morale impazzisce: non si può difendere Meloni, non si può applaudire Trump, non si può tacere del tutto.
E allora si sceglie la via più comoda: la “non‑reazione”.
È questa la stessa dinamica che abbiamo visto sul Medio Oriente:
indignazione a comando, empatia selettiva, condanne calibrate in base alla convenienza narrativa.
Il 7 ottobre diventa un dettaglio, la risposta di Israele il centro del mondo. Le atrocità di Hamas vengono archiviate come “conseguenze”, mentre ogni azione israeliana diventa “provocazione”: una geometria morale che cambia forma a seconda del pubblico.
Ma il vero punto non è la politica estera, né Trump, né Meloni.
Il vero punto è la coerenza e la coerenza, in certi ambienti, è un lusso che ci si concede solo quando non costa nulla.
La verità è che la sinistra italiana si trova davanti a un dilemma che non sa risolvere: condannare Trump significherebbe, indirettamente, difendere Meloni.
E difendere Meloni è un tabù.
Così, invece di scegliere, si sospende il giudizio e si lascia evaporare la questione, si attende cioè che passi la tempesta.
Ma la politica non è un esercizio di convenienza ma un esercizio di responsabilità e la responsabilità impone di difendere le istituzioni sempre, non solo quando conviene alla propria narrazione perché se il rispetto vale solo quando il bersaglio è “dei nostri”, allora non è rispetto, è strategia.
E se l’indignazione si accende solo quando è utile, allora non è indignazione ma semplice marketing morale.
In un Paese che ha bisogno di serietà, la coerenza non dovrebbe essere un optional ma la base minima per potersi definire classe dirigente.
E senza coerenza è difficile che gli italiani consentino a questa sinistra di governarli.
…


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