L’ultima foglia di fico è caduta, adesso si può dire in tutta serenità e con la coscienza a posto: la linea – anzi la pista, come si dirà – l’ha segnata qualche giorno fa, senza infingimenti di sorta, Goffredo Bettini.
Il ragionamento, più o meno, è il seguente: si può – si deve! – votare “No” anche se nel merito si condividono le norme scritte nella legge costituzionale. Dunque, anche se la propria coscienza indurrebbe a votare “Sì”, bisogna votare in modo opposto. E per quale motivo? In ragione del “contesto”. E quale sarebbe codesto “contesto”? Ma, vivaddio, il paventato rafforzamento del governo attualmente in carica, a scapito delle forze di opposizione, le quali vedrebbero maggiormente a rischio un loro successo elettorale alle prossime elezioni politiche (previste nel 2027).
Successivamente, casomai qualcuno ne avesse avuto bisogno, il nostro ha definitivamente chiarito il suo pensiero, raccontando come, da garantista puro al cento per cento, fosse inizialmente intenzionato a votare “Sì”, ma che sia stato indotto in senso contrario dalla “politicizzazione estrema del confronto” che avrebbe ormai “eliminato il merito del contendere” facendo diventare il referendum un voto a favore o contro… Giorgia Meloni. Da ciò la sofferta (a detta dell’autore) decisione di votare “No”.
Tutto legittimo, ci mancherebbe, e anzi anche coerente con una certa storia politica e impostazione intellettuale, da alcuni malignamente definita “doppiezza”, in base alla quale la “purezza” di idee e principi, fatta di granito quando deve essere scagliata contro le condotte altrui, si sfarini improvvisamente quando deve applicarsi agli amici e compagni, finendo addirittura con l’evaporare sol che si evochi quella sorta di passe-partout universale chiamato, appunto, “contesto”.
Ora, l’autorevolezza della fonte è tale che, se anche fosse un caso isolato, varrebbe comunque la pena (è il caso di dire…) di discuterne le ragioni. Ma la pena diviene un obbligo da scontare se si considera che codesto (doloroso, si suppone) cedimento alla tentazione confessato da Bettini sia alquanto condiviso, soprattutto nell’ambito di un elettorato intimamente pervaso da spirito democratico e garantista. Certo, quanto realmente diffusa possa essere la “tentazione di Bettini” lo vedremo a urne chiuse. Quanto deleteria sia, possiamo però vederlo già oggi.
Innanzi tutto, non sfugga il dato, nient’affatto irrilevante, per il quale Bettini ha cura di precisare che voterà “No” alla riforma nonostante sia un convinto “garantista”, così (implicitamente) confermando quel che i sostenitori del “Sì” hanno (esplicitamente) avuto ben chiaro fin dall’inizio: lo stretto collegamento tra il testo della riforma e lo spirito del garantismo.
In secondo luogo, colpisce il rilievo, a carattere vagamente antropologico, per il quale il voto degli elettori italiani alle politiche del 2027 verrebbe ad essere “blindato” in modo pressoché definitivo dall’esito del referendum del 2026 (per cui se Meloni “vince” il referendum allora è destinata, fatalmente, a vincere anche dopo). Come se gli italiani non sapessero o potessero distinguere, con la dovuta cognizione di causa, tra un referendum su un testo specifico ed un’elezione a carattere generale (dove, evidentemente, si discuterà non solo di giustizia, ma di lavoro, scuola, sanità, politica estera, ecc.). Come se il passaggio (elettorale) dal particolare di oggi al generale di domani fosse determinato dalla meccanica e dal riflesso condizionato, e non dalla politica (nel senso di proposta politica, schieramento politico, dibattito politico, ecc.). Il tutto congetturato da chi si professa, a ogni pie’ sospinto, “sincero democratico”, inducendo così a più d’una riflessione sul suo tasso effettivo di intima democraticità. Ma non è il caso di indulgere su aspetti di interesse tutto sommato relativo e biografico.
E infatti molti altri critici hanno fatto leva sul “merito” della questione: ma l’oggetto del referendum? Quello che sta realmente, effettivamente, scritto nel testo della riforma? Quello non conta? Si vota sul governo o su un testo di legge? E non è vero che, esattamente come ogni testo normativo (o anche letterario, se è per questo), il testo della riforma “vive” di vita propria rispetto agli intenti, più o meno reconditi, dei suoi estensori? E allora che c’entra tirare il ballo la Meloni e il governo?
Tutte domande lecite e validissime, che però hanno il difetto non secondario di non riuscire a modificare neanche di un millimetro la pista dei… carovanieri del “contesto”, così chiaramente tracciata dal nostro.
Eppure, Bettini andrebbe ringraziato per aver ricordato a tutti qualcosa di assolutamente vero, che a volte sfugge nel mare magnum del dibattito nostrano, sempre pericolosamente oscillante tra livelli alquanto differenziati (dall’iperuranio dell’ideologia al sottosuolo della politique politicienne). Perché ha ragione quando ricorda che, in questa tornata, la stella verso cui orientare nostre condotte di voto debba essere proprio quella: il contesto.
Il contesto conta incommensurabilmente, in politica. Chiunque si cimenti, o si sia cimentato, sul “campo” sa – o dovrebbe sapere – che nella valutazione di una qualsivoglia proposta o condotta politica assume un ruolo determinante quell’insieme di fattori e condizioni, materiali e immateriali, che definiamo per l’appunto “contesto”. Il contesto segna la differenza tra lo stimolo intellettuale e il progetto politico, tra la speculazione e l’azione. Gli intellettuali possono permettersi di ignorarlo (sarà forse anche per questo che trovano sempre meno presa in quel “popolo” le cui ragioni pure pretenderebbero di voler rappresentare). Il politico no, non lo può fare. Men che meno in democrazia.
Un esempio che potremmo ritenere paradigmatico in tal senso fu la decisione di forze politiche radicalmente opposte (Pd e M5S da un lato, Forza Italia e Lega dall’altro) di sostenere tutte assieme il Governo Draghi, dopo la caduta del Conte 2 nel gennaio 2021. Di fronte alla cruda schiettezza del Presidente Mattarella che, a reti unificate, aveva evocato le due emergenze nazionali (portare a termine il piano vaccinale e presentare il Recovery Fund) che impedivano di andare al voto e che imponevano un governo di “alto profilo”, queste forze politiche, nonostante fino a un minuto prima loro autorevoli esponenti avessero perentoriamente dichiarato (non a reti unificate ma quasi) che mai e poi mai avrebbero fatto un governo con pezzi dell’altro schieramento, risposero alla “chiamata” presidenziale, anche a costo di essere accusate di “incoerenza” dai rispettivi militanti ed elettori.
Ora, è vero che la coerenza è un valore; ma è altrettanto vero che perfino la coerenza può e deve cedere di fronte a ragioni di ordine superiore, come, in quella occasione, il destino presente e futuro di un intero Paese. Ritenere la coerenza come una sorta di norma fondamentale non negoziabile dell’azione politica, costi quel che costi e perisca pure il mondo intero (in quel caso, letteralmente), è probabilmente il gesto meno politico che si possa compiere. Perché il meno rispettoso del contesto. Identificare, in modo totale e totalizzante, la politica con la coerenza, l’identità con la purezza, il rigore con la rigidità è un errore. Peggio: una violazione delle regole costitutive dell’agire politico. Che non è pura applicazione “ingegneristica” di modelli (di etica, di società, di città, ecc.) alla realtà, ma paziente valutazione e composizione di interessi in un contesto dato. Un contesto che si può certo ambire di cambiare nei suoi tratti di ingiustizia e disvalore, ma che mai ci si può permettere di ignorare. Anche perché, alla fine, la realtà è assai più dura e irriducibile di qualunque modello, sia pur mirabile, costruito a tavolino.
Ma quindi, tornando al referendum, se di fronte al contesto tutto passa in secondo piano, allora ha ragione Bettini? Ecco, la risposta che si deve dare è: bisogna vedere di quale contesto si sta discorrendo. Perché il “contesto” evocato da Bettini non è il contesto (quello vero, senza virgolette) da cui si dovrebbe partire per fare valutazioni e orientare comportamenti politici. Anzi, ne è il suo rovesciamento.
Bettini evoca un “contesto” definendolo con l’espressione “rafforzamento del Governo Meloni”; un rafforzamento, si suppone, rispetto al gradimento della pubblica opinione (giacché non sembra che vi sia una necessità di “rafforzarlo” nell’ambito delle forze politiche facenti parte della coalizione di maggioranza, anche al lordo delle sbandate del leader della Lega). Ma se è così, si tratta di un “contesto” segnato da un elevato livello di impalpabilità e volubilità, come ben potrebbero testimoniare leader politici, per un periodo sulla breccia, degli ultimi tempi.
Ma il punto fondamentale è che il contesto (quello vero, di cui si diceva prima rievocando un passaggio drammatico della nostra storia recente) non è questo. Il contesto (senza virgolette) è infatti, adottando per un attimo stilemi cari al nostro e ai suoi carovanieri, lo stato di cose presente. Il contesto è la realtà, potremmo dire la struttura, e cioè l’opposto di un “sentiment” connotato, come si diceva poc’anzi, da impalpabilità e volubilità. Sì perché, pur evitando di perpetuare e applicare in modo stancamente onnicomprensivo certe carcasse ideologiche, nella interpretazione del tornante storico-politico in cui adesso siamo immersi, il recupero di certe metodologie analitiche può tornare di qualche utilità. Ed allora, qui il contesto (vero) è lo stato (delle cose) della nostra giustizia in Italia, per come venga e debba esser regolata, a livello costituzionale, nei suoi principi e nella sua organizzazione. Questo è il contesto. Da qui si deve partire per giudicare la riforma. Questa è la variabile indipendente, che dovrebbe orientare e condizionare il nostro comportamento politico (ossia il voto di ciascuno al referendum), in barba alla “coerenza” ed anche all’appartenenza ideologica. E dunque il tema posto dal nostro, in relazione al contesto, va interamente rovesciato rispetto ai termini in cui viene posto. Non è vero che il giudizio (negativo) sul governo (quello che lui chiama il “contesto”) deve avere l’effetto di condizionare il giudizio (pur positivo, almeno per lui) sulla riforma. È esattamente il contrario: è proprio in virtù del contesto (quello vero: lo stato di cose della giustizia italiana ecc.) che il giudizio sulla riforma, positivo o negativo che sia, deve prevalere sul giudizio (positivo o negativo che sia) sulle forze politiche che quella riforma l’hanno voluta e quelle che, legittimamente, l’hanno avversata. Un giudizio, quest’ultimo, che certamente verrà, ma sarà del tutto diverso e determinato da altri parametri (perché no, anche segnati dall’appartenenza ideologica ad un determinato “campo”).
Se questo è l’ordine corretto del discorso, è precisamente in nome del contesto (vero) che dovremmo tutti sentirci chiamati ad esprimere il nostro voto prescindendo dalle appartenenze o da azzardate previsioni sul livello di “sentiment” filogovernativo. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi che la riforma affronti in modo giusto ed efficace un contesto fatto di “cose presenti”, che appartiene alla realtà dei comportamenti e dei rapporti, e non alle mutevoli, per non dire evanescenti, previsioni di voto rispetto alla compagine di governo (chi volesse può trovare qui le ragioni di tale propensione).
Sarà anche vero che la “politicizzazione” del passaggio referendario abbia superato i limiti di guardia, ma non è affatto agevole stabilire chi abbia scagliato la prima pietra, se le forze di maggioranza o quelle di opposizione. E, giunti al punto in cui siamo, tutto sommato interessa relativamente. Quel che ci si aspetterebbe, al punto in cui siamo, anche da persona non certo sprovveduta come il “capo-carovana” Bettini, è un’attenta e ponderata valutazione dei rischi inevitabilmente insiti nella spinta acceleratoria data da chi indirizza il proprio voto (con il richiamo ad un “contesto” che non è tale) nella medesima direzione della pur bistrattata “politicizzazione” della competizione referendaria. Rischi che a me hanno fatto venire in mente una vecchia storiella.
Dunque, ci sono due amici che bevono un drink al solito bar. Ad un certo punto il discorso cade sulla religione, ed uno dei due confessa all’altro di non essere battezzato. L’altro, fintamente scandalizzato (sono entrambi un po’ alticci), lo ammonisce: ma se muori senza essere battezzato non potrai andare in Paradiso, tu devi farti battezzare! Alla fine riesce a convincerlo, si fanno portare un po’ d’acqua ed il secondo battezza solennemente il primo. Dopo averlo battezzato, lo lascia con questo ammonimento: «ora che sei battezzato puoi andare in Paradiso, è vero, ma ricordati che puoi anche andare all’Inferno».
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“CRAXI: RIFORMISMO, EUROPA, INGIUSTIZIA” 
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