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REFERENDUM: UNA GUERRA CIVILE IDEOLOGICA

da Italia Oggi – 25 febbraio 2026

di Giovanni Cominelli | 25 Febbraio 2026

Lo scontro referendario sulla Magistratura è il prodotto di uno scontro politico rimasto irrisolto in Parlamento. Pertanto il referendum, che dovrebbe essere uno strumento originale di decisione politica a disposizione del cittadino, è diventato la continuazione della politica con altri mezzi.

La necessaria “policy” della Giustizia è stata sovradeterminata dalla pura “politics”. Di qui la guelfo-ghibellinizzazione e i conati di guerra civile ideologica, nella quale entrano disordinatamente in conflitto partiti, magistratura, società civile, all’insegna del “niente prigionieri!”.

Il tentativo di tenere separate “politiche di riforma” della Magistratura dalla “politica” pare fallito. Questo passaggio mette in difficoltà il SI’, conferisce un vantaggio crescente al NO. Si trova in imbarazzo, in primo luogo, Giorgia Meloni: “vinco se mi faccio vedere di più o se mi faccio vedere di meno?”.

Con ciò Giorgia si trova in trappola. Succede, quando ci si arrende per non essere sconfitti. Il NO ha dettato fin dall’inizio l’agenda del gioco referendario: la Costituzione è intoccabile, la democrazia è minacciata da rigurgiti autoritari, ai limiti del fascismo, la Magistratura non si tocca. Questo è diventato il terrendo di battaglia, non quello della separazione delle carriere dei magistrati.

Si poteva evitare il referendum, se nel dibattito parlamentare la maggioranza non avesse ottusamente blindato il testo della legge, andando allo scontro frontale con l’opposizione. Anche perché, nonostante una rumorosa retorica referendaria, il referendum confermativo non è affatto garanzia di partecipazione democratica dei cittadini.

I Padri costituenti hanno deciso che il referendum confermativo non richiedesse il quorum, così da impedire che l’astensione lo facesse fallire, come può accadere – ed è già accaduto – per il referendum abrogativo previsto dall’art. 75. All’epoca la partecipazione elettorale era ancora molto alta. La seconda ragione di fragilità democratica dello strumento referendario consiste nel costringere sotto la lama tagliente della ghigliottina del SI/NO questioni complesse tecnicamente, non facili da comprendere letteralmente. Così ai cittadini resta un solo grezzo criterio di scelta: voto governo/opposizione o mi astengo. Chi sta partecipando ai dibattiti pubblici in corso lo verifica direttamente. Dell’imperativo einaudiano “conoscere per deliberare”, qui manca il “conoscere”.

Se nel 2016 lo scontro SI/NO fu al calor bianco tra maggioranza/opposizione, ma il merito delle questioni fu di facile comprensione, in questo referendum 2026 non è facile istituire nel cervello delle persone una relazione di causa tra la separazione delle carriere, i due CSM, il sorteggio e il Consiglio superiore di disciplina, da una parte, e, dall’altra, il miglioramento della prassi processuale, che preservi la dignità dell’imputato. Anche perché la stragrande maggioranza delle persone non ha mai vissuto la condizione di imputato e, perciò, non si immedesima simpateticamente in quella figura. Pertanto pare a molti che questa agitazione referendaria sia solo uno shakesperiano “tanto rumore per nulla” o, comunque “per pochi”, mentre perdurano e si aggravano i problemi cronici irrisolti della giustizia civile e penale.

Più in difficoltà di ogni altro sul campo di battaglia si trovano la “Sinistra per il SI”, i “Progressisti per il SI” e tutte quelle forze che sono all’opposizione del governo Meloni, ma che sono favorevoli alla riforma prevista dal governo Meloni. In questo schieramento stanno nomi illustri del costituzionalismo italiano, da Baldassarre a Barbera ai più giovani Fusaro, Ceccanti, Vassallo, Guzzetta, a politici di lungo corso come Claudio Petruccioli, Enrico Morando, Claudia Mancina, Claudio Martelli, Fabrizio Cicchitto, a esponenti vari della sinistra liberale, a magistrati quali Di Pietro, a avvocati come Giandomenico Caiazza.

Posizione difficile ed “eroica”, che si batte perché si vada votare su “un testo” di legge, non sul “contesto” politico. In caso di vittoria del SI saranno additati come traditori. Se vince il No, idem come sopra.

Ciò che si deve constatare è che un pezzo di Paese, di società civile, di politica continua a sentire l’altra come nemico della democrazia e del futuro del Paese. Corre un paralogismo allucinato: votare SI significa votare Meloni, votare Meloni significa votare Trump, cioè far saltare il Diritto a favore della Forza.

La guerra civile pareva finita nel 2011, con la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, la Destra l’ha sostanzialmente chiusa, risarcita dalla conquista del governo. Per la Destra, il governo del Campo largo sarebbe un governo incapace. Per il Campo largo il governo della Destra è abusivo. Perciò ha rilanciato la guerra civile, essendo incapace di diventare “partito della Nazione”.

L’antifascismo, che nel PCI veniva agitato come ideologia della legittimazione, per aggirare il “Fattore K”, oggi copre il populismo meridionale, l’eterno anarchismo, l’antiamericanismo, l’anticapitalismo. Il Paese resta bloccato, fa fatica a partecipare alle correnti globali dello sviluppo. Il barbaro svolgimento della campagna referendaria è solo l’ennesimo epifenomeno della crisi profonda del sistema politico e civile del Paese.

https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/attualita/referendum-sulla-magistratura-scontro-politico-senza-fine-iomrs3aj

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Pubblicato in : Apertura, Politica

Info Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio.

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