Ieri sera al TG2 Giuseppe Provenzano responsabile esteri del PD ha sostenuto che la radice della crisi sia la irrisolta questione nazionale palestinese. Non ha torto, ma a mio avviso la sua è una analisi parziale.
Sono – da sempre – favorevole al progetto due popoli e due stati, ma vorrei ricordare anche un altro fattore scatenante del 7 ottobre:
la crescente diffusione di una cultura “trascendente” di morte, che, peraltro danneggia la stessa causa palestinese.
Il messaggio si può riassumere in una espressione sintetica quanto devastante: se dai il tuo contributo a distruggere Israele e a colpire gli ebrei andrai sicuramente in paradiso.
Il regime iraniano dell’ Ayatollah Khamenei da un lato, e alcune delle componenti piu’ estremiste dei Fratelli Musulmani dall’altro, sono non gli unici, ma sicuramente i principali “cattivi maestri” di questa tragica ideologia religiosa fondata sull’ esaltazione della morte, del martirio e del sangue.
Non si tratta peraltro solo di visioni ideologiche. Solo nell’ ultimo anno con il supporto dell’ Iran, i terroristi di Hamas, Hezbollah e Houti hanno ricevuto ogni genere di armamenti ed hanno potuto lanciare più di 50.000 (sic) missili contro Israele, dato complessivo sostanzialmente ignorato dai media internazionali.
I musulmani nel mondo sono due miliardi e la percentuale dei miliziani radicalizzati è nell’ ordine dello zero virgola. Qual’é allora il problema più rilevante?
Non sono i numeri in sé (siano essi 200.000 o 300.000, ecc.) e neppure i consistenti flussi finanziari che alimentano la galassia del territorio islamista in Medio Oriente, in Asia e soprattutto in Africa.
Il pericolo più serio è che – oltre all’ Iran – Russia, Turchia e Cina abbiano legittimato e continuino a legittimare Hamas (e altri gruppi similari) ricevendo con tutti gli onori le loro delegazioni nelle capitali e nei rispettivi Ministeri degli Esteri.
L’ auspicio è che – nonostante il momento difficile – tutte le democrazie del mondo – a partire da una stretta collaborazione tra UE e USA si coalizzino per raggiungere quattro obbiettivi:
– contrastare con la massima determinazione il terrorismo islamista sul piano militare finanziario e culturale;
– monitorare, soprattutto negli Stati Uniti, finanziamenti di fondazioni islamiche alle università che spesso nascondono insidiose azioni di influenza;
– chiamare in causa senza paure o reticenze la complicità di alcune autocrazie, Russia e Cina in primis;
– impegnare energie e risorse finanziarie per trasformare radicalmente la Striscia di Gaza. Serve un “Piano Marshall” che assicuri alla popolazione civile palestinese – dopo 17 anni di dittatura di Hamas e 15 mesi di bombardamenti un avvenire di liberta, prosperità e speranza.
Infine il compito forse più difficile spetta ad Israele, provato dalle battaglie contro ben sei fronti nemici.
La prima cosa è spiegare le ragioni dell’ intelligence failures del 7 ottobre a cui ha accennato il Generale Isaac Ben Israel su queste colonne. Perché le informazioni e gli alert degli operativi sono stati sottovalutati?
Un altro aspetto importante è una indagine indipendente nello stesso Israele rispetto all’ altissimo numero di vittime civili. Si tratta di indagare gli eccessi di difesa e i drammatici “effetti collaterali” che potevano essere evitati.
C’ è infine un’ altra domanda cruciale fondo a cui il premier Netanyahu dovrebbe rispondere.
Hamas ha preso il potere assoluto a Gaza nel giugno 2007 con la forza uccidendo e ferendo numerose militari e poliziotti della ANP e rivali di Fatah.
Perché dal 2007 i governi guidati da Netanyahu nei sedici anni successivi hanno tollerato che la striscia di Gaza si trasformasse in un enorme arsenale di guerra dotato di armi sofisticate, bunker di ogni tipo (per non parlare di centinaia di chilometri di tunnel fortificati).
Il sospetto è, ma questa è solo un’ ipotesi che Netanyahu percepisse i suoi forti legami di amicizia con il Presidente Vladimir Putin come una garanzia nei confronti di Hamas.
Non lo sappiamo. Quello che è certo è che subito dopo il 7 ottobre il Cremlino si è schierato dalla parte di Hamas e dell’ Iran. Un errore politico di cui Benjamin Netanyahu dovrebbe rendere conto. E questo non è certo è certo l’unico errore di cui Netanyahu dovrebbe rendere conto non solo al suo paese, ma all’intera diaspora ebraica.


LA PAROLACCIA DELL’ANNO
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