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MENÙ À LA CARTE PER LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE TOSCANA [1]

È cambiato il modo di “fare impresa”. Va ripensato anche il modello toscano dei distretti. Sempre più indispensabile mettere in cantiere una nuova politica industriale.

di Andrea Balestri | 14 Luglio 2026

M. Buti, S. Casini Benvenuti e A. Petretto, nel Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana(2025), individuano come perno delle politiche (industriali) per il risveglio economico della Toscana un coraggioso ossimoro: “organizzare la distruzione creatrice” del sistema produttivo. Un approccio che, senza escludere interventi orizzontali, guarda molto all’impiego di fondi dal lato dell’offerta, a partire dal Quadro Finanziario Pluriennale Comunitario 20272034 e alle assunzioni di responsabilità di istituzioni e corpi intermedi nel varare strumenti di intervento più coraggiosi.

N. Sciclone e Ghezzi, partendo da una lettura più articolata della Questione industriale in Toscana (2026) che scandaglia settori, filiere e dimensioni di impresa, invitano ad “offrire (agli imprenditori) un orizzonte di domanda meno erratico” per incentivarne gli investimenti.  La domanda finale regionale, oltre ad essere sostenuta, deve essere resa produttivamente agganciabile dal settore manifatturiero toscano. In pratica, nella loro interpretazione, la selezione mirata dei progetti imprenditoriali in base a obbiettivi di rigenerazione, se non ancorata ai consumi regionali, rischia di coinvolgere solo gruppi ristretti di imprese.

Ad entrambi i documenti va dato merito di aver smosso, con un pacchetto di linee programmatiche coerenti, la genericità del mantra sulla necessità di “varare una vera politica industriale e di ripensare i distretti industriali”, tante buone intenzioni non sempre chiare e consistenti. Resta da chiedersi, in via pregiudiziale, se le loro indicazioni di policy non rischino di restare ingabbiate nei piani operativi comunali e paesaggistici, nei vincoli alla realizzazione di parchi eolici, di invasi e impianti per i rifiuti e, in generale, nei tanti provvedimenti adottati da Regione e amministrazioni comunali interpretando i contraddittori desiderata dei toscani chiusi nelle rispettive bolle di comfort e di investimenti a basso rischio.

La disamina di Sciclone e Ghezzi offre considerazioni che svariano dal piano macro di una robusta cura ricostituente sul lato della domanda e dei salari reali, a quello meso di quanto resta dei gloriosi distretti. Nel tempo questi hanno (avrebbero) allentato la presa sul valore generato dalla propria manifattura. Il rilievo chiama in causa l’insufficiente capacità di creare valore, di trattenerlo localmente, di schiudere spazi alla nascita di nuovi fornitori, di attrarre competenze qualificate e di mettersi al riparo da shock esterni partecipando alle catene globali del valore in posizioni non subordinate.  Questo valeva anche negli anni dell’industrializzazione leggera quando la produttività delle singole imprese dipendeva sia dalle loro risorse interne che dalle esternalità distrettuali. Nel tempo, tuttavia, la densità di relazioni tra le imprese che consentiva di trattenere il valore prodotto nel territorio si è sfrangiata. Rispetto al passato, le piccole dimensioni delle imprese rendono più difficile posizionarsi nelle fasi dove si genera più valore: ricerca, design, logistica, marchi, distribuzione, presidio del mercato finale, gestione dei dati (IA). In questa prospettiva, per superare l’indebolimento delle esternalità e per spingere le imprese a collocarsi nelle fasi dove si genera più valore, occorre dismettere le logiche distrettuali, territorialmente circoscritte, a favore di quelle più aperte e performanti delle filiere.

La strada prospettata muove da un misto di buon senso e lucidità analitica, ma ci si chiede se non sia preclusa, o si prospetti decisamente impervia, per le aziende storicamente (e antropologicamente) specializzate nella produzione di beni intermedi: marmo, filati, tessuti, pelli. Passando dal livello macro a quello micro, quella delle filiere, al di là della sua eleganza, non è più promettente delle esternalità distrettuali. Cosa, fino ad ora, ha impedito alle imprese toscane di scalare le rispettive filiere fino ad affacciarsi sul mercato dei prodotti finali?  Se produci filati, tessuti o lastre di marmo, cosa occorre per non restare intrappolati nelle fasi a monte lontane del prodotto finito e dal controllo dei dati e degli standard di sostenibilità?  È ragionevole ritenere che, nelle nuove arene competitive, si possano riportare nel territorio regionale fette del valore aggiunto oggi contenute, diversamente dal passato (?), in input di origine extra regionali come, ad, esempio, i coloranti, i tannini, le resine o le fibre tessili? 

Le aziende toscane dei distretti che hanno superato la selezione dei mercati, dati alla mano, hanno investito in ricerca, design, beni strumentali e logistica. Questo, tuttavia, non è stato sufficiente per creare spazi a nuovi fornitori e per attrarre competenze qualificate.  Non di meno, nei distretti operano con successo imprese che producono beni intermedi e che sono state capaci di sintonizzarsi con i vertici della filiera in termini di innovazione, logistica e design. Non abbastanza per trainare i fornitori e far ricadere sul territorio più valore aggiunto della filiera. Ma bisogna accettare la realtà dei fatti su come sia cambiato il “fare impresa”. Se proprio dovessimo individuare un limite alla prospettiva delle filiere, per estrarne prescrizioni convincenti, più delle lenti dell’economia industriale e di quella regionale, servono (urgentemente) gli occhiali della business analysis.

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Pubblicato in : Apertura, Economia

Info Andrea Balestri

economista, ha svolto incarichi in centri studi, associazioni di categoria e fondazioni filantropiche. Negli ultimi anni si è occupato di enti del Terzo Settore e di Bilanci sociali. Tra le sue pubblicazioni: Ricerche, immagini e testimonianze sul futuro di Prato (1986), Cambiamento e politiche industriali nel distretto tessile di Prato (1990), Imprenditori e distretti industriali (1994), Flanelle e velour. Lanifici e impannatori a Prato (2002), La metamorfosi del sistema industriale apuano (2010); Le ragioni del marmo (2016), In cerca di empatia. Il settore lapideo, le imprese e le comunità locali (2018); Tra Prato e Carrara. Tre passi nella storia e una finestra sul futuro della Toscana settentrionale (2021)

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