Il dolore per la morte di Domenico, per la sua famiglia, è un dolore sacro che non dovrebbe essere usato, manipolato, spettacolarizzato da nessuno.
Serve rispetto anche per quella verità che ancora non conosciamo e serve rispetto per la giustizia che deve lavorare senza clamore né pressioni.
Ma proprio in ragione di questo rispetto, non si può tacere dopo ciò che si è visto ieri nella puntata di ieri sera de Lo Stato Delle cose di Giletti.
Quella trasmissione tutto è stata tranne seria informazione.
È stata una caccia alle streghe, un format costruito per creare un colpevole e non per comprendere una vicenda clinica complessa, un palcoscenico dove il sacro dolore di mamma Patrizia è diventato l’unico strumento narrativo, e dove ogni contraddizione è stata ignorata pur di alimentare indignazione.
Abbiamo dovuto ascoltare un giornalista affermare che “a Napoli gira una brutta aria” perché le famiglie dei bambini operati da Oppido si sono organizzate in un’associazione e hanno raccolto firme contro la deriva cui sta andando là cardiochirurgia pediatrica del Monaldi e le conseguenze che si avranno per i loro figli e anche perché centinaia di medici hanno firmato un appello al Presidente dell’Ordine dei Medici per difendere la loro dignità professionale e denunciare la pericolosa gogna mediatica in atto.
Ora, in un Paese normale tutto questo si chiamerebbe partecipazione civile.
In trasmissione, invece, è stato trasformato in sospetto, quasi se la libertà di parola fosse un’anomalia o la solidarietà fosse un reato.
Abbiamo dovuto così ascoltare un ex primario insinuare “protezioni politiche” sulle figure apicali coinvolte, un’accusa grave, lanciata senza uno straccio di prova se non addirittura ridicola, perché lo sa anche un bambino di sei anni che in Italia la politica influenza i vertici della sanità ovunque, non certo solo a Napoli.
Se questo è il metro, allora siamo tutti sospetti, tutti colpevoli, tutti manipolati.
La trasmissione ha poi allargato il tiro, trasformando un caso clinico in un caso politico, con un attacco diretto all’ex Presidente della Regione, come se la tragedia di Domenico fosse un’occasione per regolare conti istituzionali, la classica deriva gilettiana che nulla ha a che fare con la ricerca della verità.
E poi l’ennesimo rovesciamento morale: le famiglie dei tanti bambini operati e seguiti da quella cardiochirurgia, che hanno firmato un appello contro la gogna mediatica riversatasi su Oppido e quella cardiochirurgia pediatrica, sono state trattate come fossero “un problema”, come se non avessero diritto di parola, come se il loro vissuto, le loro cicatrici, la loro gratitudine fossero elementi sospetti.
Lo sdegno mi è esploso dentro quando il giornalista ha pronunciato una frase agghiacciante:
«Vorrei chiedere a uno di quei 190 genitori se, invece che Domenico, fosse stato un loro figlio vittima di questo caso, avrebbero sottoscritto lo stesso quella lettera?»
Quella frase non solo è inopportuna, squallida, immorale ma rappresenta a mio parere una ferita inferta a chi ha già vissuto la paura più grande che un genitore possa conoscere.
Quella frase è un giudizio morale travestito da domanda, è un modo per mettere a tacere chi ha visto la vita del proprio figlio appesa a un filo e oggi, proprio per questo, sente il dovere di difendere la struttura e l’uomo che quella vita ha provato a salvarla, è un attacco alla gratitudine, alla memoria, alla riconoscenza, tutti sentimenti che non dovrebbero essere processati in uno studio televisivo. Ma è soprattutto un tentativo di trasformare la sofferenza in arma dialettica, e questo, in qualunque società civile, è semplicemente inaccettabile.
La puntata di ieri sera ha mostrato ancora una volta il “metodo Giletti”, e cioè insinuare senza provare, semplificare ciò che è complesso, trasformare il sacro dolore di una famiglia in spettacolo.
Così facendo però si corre un pericolo enorme: si alimenta solo un clima di sospetto verso un’intera categoria e si orienta l’opinione pubblica verso un colpevole prima ancora che una sola perizia sia stata depositata e questo, se permettete, non è giornalismo e soprattutto non è servizio pubblico ma spettacolarizzazione del dolore, delegittimazione della sanità, benzina gettata su un incendio già acceso.
La verità, infatti, non si costruisce con le luci di uno studio televisivo ma la accerterà la magistratura e fino a quel momento ogni medico ha diritto alla presunzione di innocenza, ogni famiglia ha diritto al rispetto, ogni cittadino ha diritto a non essere trattato come un sospetto per aver firmato un appello.
Un Paese civile si riconosce da come protegge i suoi bambini, da come difende chi ogni giorno prova a salvarli, da come tutela la dignità dei professionisti, da come impedisce che il dolore diventi spettacolo, da come rifiuta la caccia alle streghe in nome dell’audience.
Qui nessuno difende nessuno!!!
Qui si difende un principio e cioè che la verità non si costruisce con la paura e la dignità di famiglie e medici non si baratta per un punto di share in più.
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ECCO COSA MI AUGURO NON ACCADA AGLI IRANIANI
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