L’Iran è un paese grande, complesso, stratificato. Una civiltà politica antica che nella sua storia ha mostrato molte cose, ma quasi mai la disponibilità a farsi dettare il proprio destino da altri. Per questo, quando si parla del futuro degli iraniani, conviene partire da una premessa semplice: qualunque cosa accadrà, ragionevolmente l’ultima parola sarà la loro.
Lo è stata anche nel 1979. La parola che allora prevalse fu quella che Ruhollah Khomeini seppe dettare a un paese in rivolta, forte della sua autorevolezza religiosa e politica. Una parola che prese in mano le redini di una rivoluzione più vasta e finì per costruire una trappola politica e morale che ancora oggi soffoca nel sangue una parte consistente della società iraniana. Ma quella parola, per quanto tragica nelle sue conseguenze, fu una parola iraniana. Non il prodotto di una regia esterna.
Questo è un punto che vale la pena ricordare perché spesso, parlando dell’Iran, si tende a spiegare la sua storia quasi esclusivamente attraverso le ingerenze straniere. È una lettura rassicurante, ma raramente fondata. Il caso di Mohammad Mossadeq nel 1953 (che chi segue questa pagina già conosce nel dettaglio) viene spesso evocato come esempio paradigmatico di una storia scritta altrove, nelle stanze della CIA o dell’MI6. Eppure anche allora la realtà fu più complessa: la politica iraniana era già attraversata da conflitti profondi e da attori pronti a sostenere quella svolta. Pensare che tutto sia stato deciso fuori dall’Iran significa, in fondo, sottovalutare proprio ciò che caratterizza quel paese: la forza e la durezza delle sue dinamiche interne.
Questa consapevolezza torna oggi quando persino Trump deve accettare che non sarà lui a dettare agli iraniani il proprio destino.
Ma vale anche rispetto al movimento degli esuli iraniani.
Negli ultimi mesi si sono registrate varie fratture all’interno della variegata galassia della dissidenza. Ed ultimamente in particolare all’interni del movimento Donna, Vita, Libertà. E non è un fatto marginale. È il segno di una tensione che riguarda molte cause politiche contemporanee: il rischio che una lotta concreta, radicata in una società specifica, venga progressivamente reinterpretata e utilizzata dentro battaglie politiche che appartengono ad altri contesti.
Quando questo accade, la causa smette lentamente di appartenere a chi la vive davvero.
Il movimento Woman Life Freedom, nato dopo la morte di Mahsa Amini, ha avuto un enorme impatto internazionale perché incarna valori universali: libertà, diritti delle donne, opposizione all’autoritarismo religioso.
Ma proprio questa forza simbolica può diventare anche una fragilità.
Il rischio è che il movimento iraniano venga progressivamente reinterpretato attraverso categorie politiche occidentali, inglobato in battaglie ideologiche più ampie ed infine trasformato in un simbolo utile ad altre cause.
Ho spesso pensato a questo processo osservando ciò che è accaduto alla causa palestinese. Con esiti nefasti proprio per il destino di un progetto politico di indipendenza e autodeterminazione.
In molti ambienti politici e culturali occidentali la questione palestinese ha finito per non poter essere altro che l’archetipo della lotta antimperialista. Un simbolo potente, capace di mobilitare energie e identità politiche spesso molto lontane dal conflitto reale (compresi i paradossi stile queer per Hamas che poi qualcuno cerca sempre di spiegare con sprezzo della logica e del senso del ridicolo).
La causa palestinese è stata in larga parte sottratta ai palestinesi stessi. O, per essere più precisi, resta riconosciuta solo a quei palestinesi che si muovono dentro lo schema ideologico che quella causa ha assunto nei luoghi dove risiede maggiore potere (e sono maggiori gli interessi ad usarne il portato simbolico).
(Tra parentesi sia concesso fare notare che tale causa viene sovente usata per battaglie che niente hanno a che vedere col destino di quella terra e di quelle persone.
Diventa semmai vicenda utile per carriere accademiche o parapolitiche, per accreditamenti intellettuali, per attacchi ad avversari da accusare variamente di sionismo e per i quali invocare scomuniche.
Una vicenda che in Italia ha ben noti rappresentanti. I quali, ergendosi a coraggiosi che sfidano la censura guadagnano invece grande visibilità e cercano con ogni mezzo di imporre la propria, di censura, ad altri.
È questo il processo che, con una parola forse brutale ma efficace, potremmo chiamare “palestinizzazione” di una causa: quando una lotta smette di essere prima di tutto il progetto politico di un popolo e diventa invece uno strumento dentro battaglie altrui.
Ecco cosa mi auguro non accada agli iraniani.
Non solo perché sarebbe una disfatta politica, ma perché sarebbe anche una profonda ingiustizia storica. L’Iran ha dimostrato più volte di essere un paese capace di produrre da sé le proprie svolte, nel bene e nel male. La rivoluzione del 1979 ne è la prova più evidente. Ma lo sono anche le resistenze civili, culturali e politiche che negli ultimi decenni hanno continuato a emergere dentro la società iraniana.
Per questo nutro una fiducia prudente. Se c’è un popolo poco disposto a farsi confiscare la propria storia e il proprio futuro, sono proprio gli iraniani. E se c’è una cosa che fino ad oggi hanno saputo fare con notevole lucidità è impedire che la loro causa diventasse lo strumento di altri e che il proprio futuro fosse scritto da Occidentali, sovietici o d’altra banda.
Spero che continui a essere così.
Perché la libertà degli iraniani, se arriverà, avrà valore solo a una condizione: che sia una conquista loro.
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GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA
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