L’imminenza delle elezioni previste per la primavera o l’autunno 2027 – ma qualcuno avanza anche l’ipotesi del tardo autunno 2026 – sta costringendo la maggioranza di governo ad accelerare l’iter dell’approvazione della legge elettorale, che dovrebbe modificare il vigente Rosatellum.
Poiché è invalsa nel sistema politico italiano la pessima abitudine – inaugurata da Silvio Berlusconi nel 2005 con il “Porcellum” di Calderoli – di modificare le legge elettorale alla vigilia delle elezioni, con l’intenzione di garantirsi la vittoria prossima la si rivisita oggi, nel timore che i dati politico-elettorali diano un risultato di parità.
I partiti di maggioranza si apprestano, dunque, a presentare liste bloccate, con l’opposizione d’accordo. Il leader di partito compila una lista di nomi, in ordine di maggiore o minore eleggibilità. Con quali criteri sono scelti i nomi? Con criteri di partito. O perché sei un fedelissimo, o perché sei solo fedele, o perché puoi dare più fastidio fuori che dentro. L’elettore vota il partito, cioè il leader, che ormai dà il nome alla lista, ma non sceglie nessun nome. Come in certe trattorie, le portate le decide tutte il cuoco.
Qui emerge una questione costituzionale, tuttora non affrontata. I partiti sono da sempre associazioni solo private. Ne parla l’art. 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Già nel dibattito dell’Assemblea Costituente il cattolico liberale Costantino Mortati propose che i partiti venissero sottoposti per legge ad un controllo di democrazia interna, visto che occupavano tutte le istituzioni della Repubblica. Insomma: i partiti non potevano essere considerati un’associazione privata, dovevano diventare soggetto pubblico riconosciuto.
Una simile legge non è mai arrivata. Togliatti controribatté che “i partiti sono la democrazia che si organizza” e che, pertanto, non potevano accettare nessun controllo da parte dello Stato come nel Fascismo. Qui Togliatti rovesciava la storia, perché non era lo Stato fascista a controllare il PNF, ma esattamente l’opposto: il PNF controllava lo Stato. E questa d’altronde era la cultura comunista come già praticata in Unione sovietica e come sarebbe stata praticata anche nel più democratico degli Stati a democrazia popolare: il Partito occupa lo Stato, è commissario politico nei confronti dello Stato. Così, in Cecoslovacchia i comunisti erano arrivati al 37% dei voti. Ma in breve tempo occuparono ad una ad una le postazioni istituzionali e di ordine pubblico e incominciarono a praticare una dittatura violenta e feroce.
Se “la democrazia progressiva” di Togliatti condividesse quel modello – i più maliziosi dicono di sì – non è dato sapere, perché fu sconfitto nel ’48. Ma, come rimarcava Giuliano Amato nel suo “discorso della fiducia” come premier alla Camera nel 1992, il modello del rapporto partito-stato è passato tranquillamente dal Fascismo alla Repubblica. Nel Fascismo il Partito controllava lo Stato, divenendo un “partito-Stato”. Nella Repubblica il sistema dei partiti è diventato un sistema partiti-Stato. Come nel Fascismo, il sistema dei partiti sta al di fuori e al di sopra delle istituzioni. L’esistenza del fattore K ha consentito alla DC di diventare da subito “partito-stato”. Il centro-sinistra prima e poi la caduta di fatto del fattore K ha esteso all’intero sistema dell’arco costituzionale la legittimazione ad occupare le istituzioni. Le conseguenze?
A partire dagli anni ’90 si è sviluppata una reazione giustizialista e moralista – grazie a Mani Pulite – che ha avviato un processo di delegittimazione dei partiti e della politica. Nel 2009 veniva poi fondato a Milano il M5S, punta dell’iceberg di una reazione populista, che tocca tutti i partiti. Il populismo non ha provocato la crisi del sistema dei partiti. Ne è stato l’effetto.
Da allora l’onda non si è più abbassata. Non perciò i partiti hanno cambiato allure. Si sono sempre più attaccati alle istituzioni, sempre restando associazioni private con un enorme potere pubblico. Quali conseguenze? La prima: la metà degli elettori, non avendo nessuno da delegare personalmente, non andrà al voto. La seconda: ciascun partito e ciascuna coalizione dovranno fanatizzare i propri sostenitori: “con me l’Età dell’oro, con gli altri l’Apocalisse”.
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A PRATO IL RIFORMISMO HA SCELTO DI COSTRUIRE UN’ALTERNATIVA
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