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L’elezione di Netanyahu

Dopo le elezioni Israeliane i grandi giornali del mondo sono entrati in una specie di lutto corale, dichiarando la morte della democrazia dello Stato d’Israele e prevedendone una svolta autoritaria. Ma non è così.

di Fiamma Nirenstein | 7 Novembre 2022

L’esaltazione della democrazia nella sua più plastica manifestazione, le elezioni, svanisce come il gatto di Alice quando a vincere le elezioni non è la sinistra. Gli elettori diventano allora, col nuovo potere, un pericolo pubblico, il doppio standard impazza. Adesso, le prime pagine dei giornaloni nel mondo, dopo le elezioni Israeliane sono entrate in una specie di lutto corale, dichiarando la morte della democrazia dello Stato d’Israele e prevedendone una svolta autoritaria, illiberale, xenofoba, islamomofoba. Fascista! “Una catastrofe” è quello che secondo il Financial Times può diventare la robusta vittoria di Benjamin Netanyahu del primo di novembre per cui in questi giorni si organizza un governo di 64 seggi su 120 grazie a una coalizione di centro destra, col Likud conservatore e liberale di Bibi (31 seggi al Likud) ai partiti religiosi che totalizzano 19 seggi, fino al famigerato Partito Sionista Religioso del terribile Itamar Ben Gvir, 14 seggi. Da Le Monde al Washington Post al Financial Times al New York Times, alla CNN e alla BBC, a Israele stanno crescendo le zanne che la trasformeranno in un’entità spregevole: Le Monde già invita le istituzioni internazionali e i singoli Paese a rivedere tutti i rapporti. Il Financial Times attribuisce a una “cinica manovra” il successo di Ben Gvir e del suo collega di partito Smotrich. Ma questa è la vittoria di Netanyahu. Ben Gvir dovrà rispondere alle norme per cui Netanyahu ha fatto in undici anni di Israele un paese liberale,sovrano, coi simboli ebraici (la lingua, lo Shabbat mentre per altro a migliaia aprono i negozi e si muovono i veicoli)le feste nazionali e religiose, ma amica degli LGTBQ e con la pace fra i suoi valori centrali.

Il “Pride” di Tel Aviv è il maggiore del mondo, l’eguaglianza dei diritti e obbligatoria. Netanyahu non derogherà dal retaggio che gli ha oltretutto consentito di concludere i patti di Abramo e di creare la start-up nation. Cresce la religiosità , vero, ma in parallelo anche il liberalismo. Ben Gvir ha portato a casa tanti voti perché il governo in carica non ha saputo affrontare la sofferenza del cittadino comune, la serqua incessante di attentati: solo nell’ultima settimana tre. La sommossa recente della componente araba, la violenza con gli slogan di “Morte agli ebrei” a Ramla, a Lod, a Haifa, le sassaiole, le bombe molotov, il fuoco, hanno suscitato un senso di insicurezza, a fronte delle regole restrittive della polizia e dell’esercito. Ben Gvir ha pubblicamente sconfessato il suo passato(quanti, nel mondo possono dichiararsi degli eterni compassati liberali?) e benché agitato e retorico, non ha chiamato nè alla sovversione delle regole della democrazia nè alla punizione collettiva degli arabi. Ha chiesto un Paese più severo, degli organi dello Stato più duri, e persino una riforma della magistratura. Certo, è di destra sulla pena di morte per i terroristi, ma anche gli USA, ce l’hanno: non è una buona cosa ma non c’entra il fascismo. Netanyahu mai accetterà, da liberale, che la libertà venga intaccata, che la religione diventi legge oltre il limite, lui che è laico. La questione degli LGTBQ: Ben Gvir si è rimangiato le stupidaggini maschiliste, ha dichiarato che se suo figlio fosse gay lo abbraccerebbe. Amir Ohana, un eccellente ministro dei governi Netanyahu, è un gay dichiarato; col suo partner, padre di due gemelli. Nessuno dei guardiani del ha trovato da ridire quando nel governo Bennett-Lapid dichiarava tutto il suo disprezzo per la categoria Mansour Abbas, il capo del partito Raam al governo. Nè si è letta una riga sull’esaltazione del terrorismo degli MP arabi. I diritti umani che si teme vengano violati si dimenticano quando si dice di tremare per i palestinesi, da decenni sotto un regime dispotico che li sacrifica e perseguita il dissenso finanziando il terrore che ha causato la reazione popolare israeliana. Adesso è tempo per Israele di cercare la calma, nonostante gli isterismi mondiali.

(questo articolo, già pubblicato da Il Giornale, è ripreso con il consenso dell’autrice

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Pubblicato in : Esteri

Info Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein è giornalista e scrittrice. É italiana e israeliana, un parco pubblico del centro di Firenze, il Giardino di Borgo Allegri, porta il nome della madre partigiana e giornalista fiorentina Wanda Lattes e del padre storico della Shoah Alberto Nirenstein. Vive a Gerusalemme ed è membro del think-tank israeliano il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (JCFA). Ha studiato storia moderna all’Università di Firenze, dove è nata, e ha insegnato per diversi anni Storia di Israele e del Medio Oriente all’Università Luiss di Roma. È stata direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura dal 1992 al 1994. La sua esperienza giornalistica comprende giornali, radio e TV. I suoi saggi, interviste ed editoriali sul Medio Oriente sono stati determinanti nel rivelare i pregiudizi contro Israele.

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