Sebbene vi sia un’evidente sovrapposizione tra antisemitismo e altre forme di odio contro “l’altro”, l’odio per gli ebrei è unico. Nessun’altra avversione verso un intero gruppo in quanto tale ha radici storiche così profonde, a partire dall’Egitto pagano e dal mondo ellenistico, dove il rifiuto ebraico di riconoscere la divinità dei re era considerato un’arroganza intollerabile e il monoteismo un affronto al “pluralismo religioso” degli dei.
Nessun altro odio è così adattabile a qualsiasi ideologia e circostanza. A suo modo, la persistenza dell’antisemitismo per gran parte della storia conosciuta è sorprendente quanto la sopravvivenza ebraica. L’antisemitismo è riuscito persino a superare e raggirare la sfida più formidabile, la Shoah.
Confondere l’antisemitismo con il razzismo fa torto a entrambi. Ognuno di essi è distinto, ognuno di essi crea la sua propria sofferenza.
A seconda dell’epoca, l’antisemitismo è stato alimentato dalla religione, dal secolarismo, da ambizioni utopiche, dal razzismo e persino dall’antirazzismo.
Il termine “antisemitismo” è un’invenzione dei razzisti europei del XIX secolo. Riconoscendo che il “Semitismo” come tale è una cosa che semplicemente non esiste, molti ora preferiscono scrivere (in inglese) anti-Semitis senza la S maiuscola e senza il trattino: antisemitism (in italiano, per sgombrare il campo dagli equivoci suggeriamo di optare per la dizione “anti-ebraismo” ndr).
Comunque lo si scriva, il termine “antisemitismo” è problematico e rafforza implicitamente l’identificazione dell’odio per gli ebrei con una generica forma di razzismo Tuttavia, dato l’uso pervasivo del termine, in questo articolo usiamo controvoglia la parola “antisemitismo” come sinonimo di odio per gli ebrei.
L’antisemitismo è la trasformazione degli ebrei nella figura dell’Ebreo: il simbolo di ciò che una data civiltà considera le – proprie – qualità più ripugnanti.
Per i cristiani fino all’era post-Shoah, l’Ebreo era l’assassino di Cristo, colpevole del crimine supremo di aver tentato di uccidere la fonte della speranza.
Per i musulmani, l’Ebreo è l’”assassino dei profeti”, il crimine supremo per una fede fondata sulla venerazione del Profeta.
Per i marxisti, l’Ebreo era il capitalista per eccellenza. Marx, figlio di un ebreo convertito al cristianesimo, scrisse che il denaro è il “dio geloso di Israele”.
E per i nazisti, l’Ebreo era il massimo inquinatore della razza nonché, cosa non meno pericolosa, l’inculcatore di dubbi di coscienza che minavano la capacità degli ariani di sopravvivere e prevalere in un mondo pervaso da ferina brutalità.
Insieme alla riduzione a “simbolo” (negativo), l’antiebraismo agisce attraverso il “negazionismo”, ossia la distorsione o totale negazione della legittimità dell’identità e della storia ebraica, o l’appropriazione della storia ebraica e delle peculiarità ebraiche da parte di altri.
Il caso più evidente è l’antica dottrina cristiana del “supersessionismo” o teologia della sostituzione, secondo la quale gli ebrei peccatori non erano più degni della loro identità di “Israele” e il loro posto come “popolo eletto” da Dio era stato soppiantato dalla Chiesa, il “nuovo Israele”.
In misura minore, l’islam adottò storie bibliche e rivendicò figure bibliche come proprie, accusando gli ebrei d’aver falsificato le loro stesse Scritture.
Probabilmente nessun altro popolo o credo religioso (e gli ebrei sono entrambe le cose) ha dovuto fare i conti per gran parte della propria storia con un assalto spirituale di questa portata al suo diritto alla propria storia e identità.
Nell’era moderna, quell’assalto ha assunto una forma secolare.
In gran parte del mondo musulmano, guidato dal regime iraniano, e per i neonazisti in Occidente la negazione della Shoah costituisce il tentativo di minare un argomento morale a sostegno di Israele come rifugio necessario per il popolo ebraico.
Ma esistono anche forme più sottili di negazione della Shoah. L’Unione Sovietica, ad esempio, non negava la storicità della Shoah quanto piuttosto la sua natura ebraica. Il regime sovietico proibiva agli ebrei di piangere pubblicamente i loro morti. I memoriali nei luoghi delle stragi naziste commemoravano anonime “vittime del fascismo”, che in questo modo vanivano assassinate due volte, come sottolineavano dolorosamente gli ebrei sovietici: uccisi come ebrei dai nazisti e cancellati come ebrei dai sovietici.
Successivamente, il regime sovietico fece un ulteriore passo avanti: dalla cancellazione della Shoah alla sua inversione, equiparando il sionismo al razzismo e persino al nazismo.
La nozione di sionismo come una forma di razzismo nacque nell’Unione Sovietica. Il regime capì che l’unico modo per giustificare l’odio per gli ebrei da parte della sinistra era sfruttando l’antirazzismo. Questa ingegnosa torsione ideologica è il regalo postumo lasciato dall’Unione Sovietica agli antisionisti occidentali.
L’antisionismo è quindi l’ennesima reiterazione dell’antisemitismo?
In effetti, gran parte dell’antisionismo contemporaneo corrisponde in modo inquietante allo schema storico sia della simbolizzazione (l’Ebreo assurto a simbolo di ciò che una data civiltà considera più ripugnante), sia del negazionismo (l’Ebreo spogliato della sua storia e della sua identità).
Nell’era dell’antirazzismo e dei diritti umani, lo stato ebraico viene trasformato nel criminale delle nazioni, nel simbolo stesso del razzismo e del colonialismo, e ora persino del genocidio.
Per giungere a questa conclusione è necessaria una fortissima dose di negazionismo: la cancellazione della storia e dell’auto-percezione sionista, dalle millenarie radici ebraiche nella Terra di Israele fino all’eterna guerra contro l’esistenza stessa di uno stato ebraico, che è ciò che ha costretto Israele ad agire e difendersi in modi a volte brutali.
Nella variante antisionista del supersessionismo (teologia della sostituzione), il peccatore Israele ha ceduto la sua storia ai palestinesi che sarebbero, di fatto, i nuovi ebrei: sia come vittime, sia come legittimi eredi della Terra Santa.
Noi ebrei non siamo solo colonialisti nella nostra terra, ma lo siamo anche nella nostra storia: siamo degli impostori che devono essere espulsi dall’una e dall’altra.
Con il loro stato macchiato dal peccato, gli ebrei vengono spogliati persino della Shoah. In questa neo-storia, Gaza diventa il “ghetto di Gaza”.
E quando viene vergata una svastica sulla facciata di una sinagoga, non è più chiaro se gli autori siano degli estremisti di destra che celebrano il nazismo o degli estremisti di sinistra che marchiano gli ebrei come i nuovi nazisti.
Sorprendentemente, l’attuale aumento degli attacchi contro gli ebrei coincide con il più grande massacro di massa di israeliani in un secolo di conflitto tra arabi ed ebrei. Questo assalto globale è emerso sin dalle primissime notizie della carneficina di Hamas, prima ancora che iniziasse la controffensiva di Israele.
L’antisemitismo, infatti, è una reazione non solo al potere ebraico – reale, esagerato o immaginario – ma anche alla vulnerabilità degli ebrei: un’aggressione riuscita contro gli ebrei risveglia l’appetito antisemita.
Il pretesto offerto per il diffuso sostegno, tra gli antisionisti, al massacro di Hamas si basa su due argomenti “negazionisti”.
Il primo è che il massacro sia stato l’inevitabile risultato dell’occupazione israeliana. Questo argomento ignora il fatto che l’obiettivo di Hamas non è la fine dell’occupazione dei territori conquistati da Israele nella guerra dei sei giorni del 1967, ma la distruzione dello stato ebraico. E ignora la complicata storia di come si sia arrivati a questo punto, ivi incluso il terrorismo anti-ebraico che c’era anche prima che esistesse l’occupazione e il rifiuto palestinese di ogni offerta fatta da Israele nel corso degli anni per porre fine all’occupazione.
Il secondo argomento a sostegno del massacro di Hamas è che non sia stato affatto un massacro. Non ci sono stati stupri di massa, le famiglie non sono state bruciate vive nelle loro case, bambini compresi. Questa ennesima espressione di negazionismo antiebraico ha assunto la forma macabra di strappare i manifestini degli ostaggi israeliani, giungendo persino a cancellarne i volti: una profanazione in senso letterale.
Abbracciare Hamas e i suoi fan richiede di adottare la loro negazione dell’umanità degli israeliani.
Lo scrittore ebreo britannico David Hirsh afferma che il termine “anti-sionismo” dovrebbe essere declassato come il termine “anti-semitismo”. Così come alla parola “semistismo” non corrisponde nulla di reale, per i progressisti radicali la parola “sionismo” alluda a una loro costruzione fantasmatica, un’ideologia demoniaca senza alcuna attinenza con la realtà effettiva.
In realtà, il sionismo storico incorpora quasi l’intera vita politica e religiosa ebraica: dai socialdemocratici ai marxisti, dai teocrati agli ebrei riformati ai liberali laici. Ridurre il “sionismo” a una forma di colonialismo fa violenza non solo all’attaccamento degli ebrei verso la loro antica terra mai abbandonata, ma anche alla complessità del sionismo stesso.
Ciò non toglie che una totale sovrapposizione dell’antisionismo con l’antisemitismo classico ponga una serie di problemi. (…).
Ma in fondo, ha davvero importanza chiedersi se l’antisionismo sia o meno una forma dell’antisemitismo classico?
Quello che conta è che oggi l’antisionismo costituisce la più grande minaccia che il popolo ebraico si trova ad affrontare. E certamente ciò può bastare per considerarlo di per sé un pericolo a tutti gli effetti.
L’antisionismo minaccia il popolo ebraico almeno in tre modi.
In primo luogo, la sua ambizione di smantellare lo stato ebraico minaccia l’esistenza stessa dei quasi 8 milioni di ebrei d’Israele. Dopo il 7 ottobre 2023, quando abbiamo sperimentato un’anticipazione delle conseguenze del piano antisionista, credere che gli ebrei israeliani possano sopravvivere serenamente in Medio Oriente senza la protezione della sovranità nazionale e di un loro esercito è una sfida alla logica e alla ragione.
In secondo luogo, l’antisionismo è un attacco alla legittimità della storia ebraica della metà del XX secolo, quella della rinascita dopo il più grande tentativo di annientarlo. Il sionismo nasce ben prima della Shoah, ma certamente la realizzazione dell’antico desiderio del popolo ebraico di tornare libero nella propria casa è stata alla base della rinascita post-Shoah.
Trasformare in un crimine questa storia di fede, coraggio e perseveranza significa abbattere un pilastro dell’identità ebraica contemporanea, condivisa dalla stragrande maggioranza dell’ebraismo mondiale.
In terzo luogo, l’antisionismo minaccia la conquista storica dell’ebraismo americano (e occidentale ndr), che è l’accettazione incondizionata da parte della maggioranza non ebraica. In passato, gli ebrei venivano accettati come cittadini a patto che “smorzassero” la loro ebraicità. Oggi gli antisionisti reintroducono la condizionalità: gli ebrei devono rinunciare al loro attaccamento a Israele come condizione per essere accettati.
Gli ebrei, e i loro amici, non sono tenuti a dimostrare che una minaccia mortale è letteralmente antisemita per avere il diritto di opporvisi.
Bisogna spostare l’attenzione sull’antisionismo e sulle sue orrende implicazioni per il futuro ebraico, giacché l’antisionismo è di per sé una minaccia contro l’esistenza degli ebrei.
(Da: Times of Israel, 15.12.24)


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