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LA GRANDE SFIDA DI UNA INTELLIGENZA ARTIFICIALE DEMOCRATICA

Si è aperta un’epoca in cui più rivoluzioni industriali si sovrappongono in un tempo ristretto, guidate da protagonisti che non sono più solo le Big Tech di ieri, mentre IA e calcolo quantistico iniziano a intrecciarsi.

di Amedeo Lepore | 13 Agosto 2026

Mark Zuckerberg ha scritto a fine luglio sul Wall Street Journal che la superintelligenza non deve essere un privilegio di poche organizzazioni, ma uno strumento diffuso. Ha ribadito questa idea qualche giorno fa, con la pubblicazione di un vero e proprio manifesto dal titolo “Il futuro è per tutti: la via verso un futuro positivo dell’IA”. Il Financial Times lo ha indicato come un attacco frontale ai rivali (Google, Anthropic, OpenAI), sostenitori di una concezione “chiusa”, proprio mentre Meta torna a rilasciare modelli aperti, open weight.

L’interesse commerciale è evidente, come la volontà di mantenere la leadership degli USA nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ma dietro il calcolo, c’è un’intuizione che merita di essere separata dal contesto specifico in cui sorge. Zuckerberg sostiene che la sicurezza non nasca dalla concentrazione di potere in una superintelligenza controllata da pochi, ma dalla sua distribuzione. Come nei “checks and balances” della Costituzione americana, più soggetti indipendenti si controllano a vicenda, meglio regge il sistema.

Da qui l’idea di agenti personali gratuiti e decentrati, alla portata di ciascuno: non un oracolo unico, che decide per tutti, ma milioni di strumenti che ciascuno può adattare alle proprie necessità. Questa cornice spiega anche la lettera su “Open Weights and American AI Leadership”, firmata da oltre 270 aziende – da Microsoft a Nvidia, da Amazon a Google, da Hugging Face a OpenAI stessa – che collega esplicitamente i modelli aperti al primato tecnologico degli Stati Uniti. Occorre aprire l’accesso, non restringerlo, per evitare che l’ecosistema si concentri altrove.

La lettera ha anche un bersaglio preciso: le accuse di “distillazione” illecita mosse ai laboratori cinesi, incolpati di addestrare i propri modelli sui risultati generati da quelli americani. I firmatari chiedono di non confondere una pratica diffusa con l’appropriazione illecita e di non usare queste accuse per bloccare il mercato. Tuttavia, il dibattito non si esaurisce nella guerra tra aziende. “We Must Act Now”, una dichiarazione sottoscritta finora da 3.270 tra economisti, scienziati, leaders tecnologici e policymakers – con la presenza di numerosi premi Nobel – non prende posizione su sistema aperto o chiuso: segnala che una trasformazione economica di portata superiore alla rivoluzione industriale, compressa in pochi anni, richiede fondamenti e istituzioni che ancora non esistono, ma vanno approntati.

Da un altro versante, si trova “Pacing the Frontier”, la lettera firmata da 1.367 ricercatori di imprese come OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e Meta AI, che chiedono a Washington un meccanismo per rallentare la corsa all’automiglioramento ricorsivo dei modelli. È la prova che la frattura tra apertura e chiusura si propaga anche alle squadre che costruiscono gli stessi modelli. Dall’altro lato del Pacifico, la Cina non assiste: accelera. Il rilascio di Kimi K3 da parte di Moonshot AI, con capacità cyber non trascurabili, e quelli di DeepSeek e Qwen (Alibaba) hanno già spaccato la Silicon Valley. OpenAI e Anthropic spingono per restrizioni sui modelli aperti cinesi; Microsoft, Nvidia, Meta e Musk difendono la necessità di sistemi di frontiera aperti, pena la perdita di terreno nei mercati che i concorrenti cinesi stanno penetrando a costi più bassi.

E l’Europa? Kenneth Rogoff, su Project Syndicate, la descrive come la probabile grande sconfitta della rivoluzione dell’IA, tra costi energetici, mercati dei capitali frammentati e fiscalità che scoraggia i talenti. Eppure, le riconosce un vantaggio paradossale: società già abituate a un rapporto meno ossessivo con il lavoro; sistemi fiscali pronti per un’economia post-lavoro; un consenso redistributivo in grado di assorbire meglio la caduta della quota salari. Una “dolce vita” dell’intelligenza artificiale, a patto di attraversare prima, sopravvivendovi, la fase di transizione.

Si è aperta un’epoca in cui più rivoluzioni industriali si sovrappongono in un tempo ristretto, guidate da protagonisti che non sono più solo le Big Tech di ieri, mentre IA e calcolo quantistico iniziano a intrecciarsi. L’intelligenza artificiale diventa contenitore e contenuto della trasformazione: la lente attraverso cui si legge il mondo e, insieme, l’oggetto da governare. È una distruzione creatrice nel senso più letterale, poiché nulla garantisce che la logica del decentramento prevalga su quella della concentrazione. Ma questa possibilità esiste e dipende dalla capacità di istituzioni e imprese, in Europa più che altrove, di condurre la partita insieme agli innovatori, non contro di essi o rincorrendoli soltanto.

Vale la pena chiudere con una voce che viene dall’interno della storia della civiltà industriale. Lewis Mumford, storico della tecnologia, nel saggio del 1964 “Authoritarian and Democratic Technics” osservava che due tecnologie sono sempre esistite l’una accanto all’altra: una “centrata sul sistema, immensamente potente, ma intrinsecamente instabile”, l’altra “centrata sull’uomo, relativamente debole, ma ingegnosa e durevole”. La prima subordina l’individuo alla logica del sistema, la seconda ne valorizza l’autonomia e l’inventiva. A quest’ultima si riconduce la logica del decentramento e degli agenti dedicati. Qui, più che nell’ennesima corsa alla supremazia, si gioca la vera sfida dei prossimi anni.

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Pubblicato in : Apertura, Economia, Politica

Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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