Reindustrializzazione, parola grossa e abusata, specialmente in sede politica. Non gradita a molti, perché evoca immagini di capannoni fumosi, di frotte di operai affaticati dal duro lavoro in un ambiente malsano, di paesaggi anneriti e cieli inquinati, di arretratezza. In una società avanzata e moderna, però, reindustrializzare non significa certo puntare sulle tipologie della produzione ad alta intensità di lavoro, ormai mature e tipiche delle aree più competitive del mondo in via di sviluppo. Le poche rimaste sono costrette a concorrere in un mercato intasato, impiegando soprattutto immigrati. Infatti i nostri ragazzi non vogliono più diventare operai, come sa bene chi cerca un carrozziere o un meccanico.
In realtà reindustrializzare significa riportare l’economia reale al centro della vita della comunità. Significa tornare a produrre beni materiali difficilmente replicabili altrove e dare nuovi stimoli per la crescita dell’imprenditorialità e della creatività, un’inversione di rotta possibile per la nostra società involuta, senza più entusiasmo e visione, appesantita dal mancato ricambio demografico.
Per far ciò sarebbe importante in primo luogo identificare i settori dell’artigianato e dell’industria in cui ancora ci siano eccellenze e fare sistema intorno a questi. Poi è necessario formare le giovani generazioni. Un tempo questo avveniva sul campo, con un apprendistato che metteva in luce le mancanze e i talenti e aiutava il naturale ricambio generazionale. Ora, invece, si parla di scuola, di creare dei corsi più specifici e professionalizzanti, vicini alla realtà economica, ecc.ecc.
Ma la scuola non può avere la flessibilità necessaria per seguire le dinamiche economiche, necessitando come deve di una regimentazione. Anche con i progetti si può solo scalfire la necessaria metodicità dell’istituzione, spesso, peraltro, conseguendo risultati assai modesti. Inoltre, le attività oggetto di insegnamento sarebbero molte, estremamente specialistiche, in continua evoluzione, per classi di pochi studenti. Chi potrebbe trovare insegnanti adeguati, per pochi anni di corso? La recente evoluzione della scuola europea vede una serie di laureati dalle poche speranze e dalle scarse capacità e competenze, che trovano un lavoro modesto, qualche anno addietro svolto da persone nemmeno diplomate.
Da qui la fuga dei migliori all’estero. Non resta che tornare ai santi vecchi, all’apprendistato vecchia maniera. Ma i giovani non accetterebbero di lavorare gratis o quasi, né i datori sprecherebbero tempo ed energia, dovendo pagare persone che non conoscono il lavoro. Le tante norme a favore dell’apprendistato non hanno risolto: per i datori era comunque gravoso, per i giovani comunque non attrattivo, dato il misero stipendio. Questo è il punto: lo Stato deve sostenere uno stipendio adeguato, alto, deve puntare e investire sulla capacità manuale, sulla creatività dei giovani che faccia ripartire il Paese. Dal canto loro, le associazioni di categoria devono aiutare a creare sistemi, economie di scala di aggregazione, facilitare l’acquisizione di finanziamenti.
S’innesterebbe un circuito virtuoso: si tratterrebbero i ragazzi in Italia, si permetterebbe loro di metter su famiglia, si darebbe impulso alla loro creatività.
Lo sviluppo delle idee nasce dal sogno, dobbiamo far sì che si torni a sognare.
Da ultimo vorrei segnalare un’opportunità per tutti i distretti artigianali e industriali che ci viene data da un Regolamento dell’Unione Europea. E’ adesso possibile registrare come Indicazioni Geografiche Protette anche nomi come Marmo di Carrara, Cartiere di Lucca, Nautica di Viareggio, Ceramiche di Montelupo, ecc. per promuovere tutte quelle eccellenze artigianali e industriali a livello internazionale e preservare il know how secolare dei nostri distretti. Proprio la Toscana si sta proponendo come apripista in questa strada e con bando aperto il 20 luglio scorso finanzierà il percorso di registrazione delle nuove IGP.
…


PNRR IN TOSCANA; COM’È ANDATA A FINIRE? [12]
Lascia un commento