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INTERVISTA A ALESSANDRO PETRETTO

Intervista di Luciano Pallini a Alessandro Petretto sul Manifesto per reindustrializzare la Toscana.

di Alessandro Petretto | 3 Ottobre 2025

E’ stato sicuramente un evento importante il vostro Manifesto “Reindustrializzare la Toscana”. Delinea un percorso diverso per mantenere e rafforzare, adattandola ai cambiamenti epocali che stiamo vivendo, una base produttiva che coniughi aumento della produttività del sistema produttivo e  creazione di lavoro innalzamento della qualità dell’occupazione: una strada che non contempla la difesa priva di senso di aziende ormai defunte e la creazione di un IRI regionale, caldeggiata dalla  CGIL ma che ben accolta dal campo largo (ma in fondo, nemmeno respinta dalla  coalizione di centrodestra).

Mi permetto di farti alcune domande per meglio comprendere.

1_ Il sistema moda in Toscana risente sicuramente della crisi dei grandi marchi che controllano la tatena della produzione, fatta di aziende minori. Certo, queste devono rafforzarsi ma se non riparte la domanda di beni di lusso, ovviamente le prospettive sono nere. Quanto incidono i cambiamenti nei gusti dei consumatori, soprattutto tra i giovani nei mercati affluenti ma anche in Cina, e l’invecchiamento della popolazione che modifica i modelli di consumo? E esistono mercati in grado di sostituire quello cinese o quello americano, senza che si vendano illusioni ?

Il cambiamento della struttura delle preferenze è innegabile. La popolazione abbiente con capacità di spesa non necessariamente è ancora disposta a pagare 2000 euro una borsa firmata o 1500 euro per un paio di scarpe “normali”. Si rivolge a prodotti che pur mantenendo un profilo qualitativo elevato non hanno più alcuni riferimenti esclusivi e su questi è piombata la concorrenza di paesi nuovi. La domanda di beni di lusso è quindi più articolata e composita. Le grandi firme stanno adeguandosi ma aumenta anche la quota di mercato cui possono aspirare direttamente le aziende minori, senza fare solo le fornitrici dei prodotti intermedi nelle parti inziali della catena. Sui nuovi mercati di sbocco bisogna confidare sulla dinamica dell’imprenditoria toscana meglio se con accordi aziende, ma forse sono troppo ottimista.

2_ Distruzione creatrice: presuppone che esista un ciclo virtuoso per cui imprese messe fuori mercato vengano sostituite da altre imprese che si collocano sulla frontiera dell’innovazione. L’imprenditore è la figura centrale di questo meccanismo ma dove sono questi imprenditori? Sono le imprese multinazionali già attive in regione in regione? Ma queste hanno vincoli per cui venire in Toscana (e in Italia) è come entrare in una nassa dalla quale non esci più (le norme per scoraggiare la delocalizzazione, il golden powe contro acquisizioni per crescere etc)? o che si scontrano con vincoli per la crescita, dove comitati del no e politici alla ricerca del consenso facile rendono se non impossibile estremamente lunghe e defatiganti le procedure). Quale può essere la capacità di attrazione di investimenti produttivi dall’estero con questi presupposti?

Al momento è quasi inesistente. Presupposti ideologici di diffidenza rispetto al mercato e alla provenienza e tipologia degli investitori costituiscono un freno dissuasivo palpabile. In linea generale, c’è intervento pubblico buono e intervento pubblico cattivo, quest’ultimo sembra prevalere nel paese e anche in Toscana. La distruzione creatrice va governata (e non è facile) ma non va bloccata. Continuiamo a pagare il prezzo di una carenza di politiche attive nel mercato del lavoro e di rigidità strutturali nell’acquisizione di innovazione. Ma invece di occuparsi di questi problemi si considera il problema più immediato della salvaguardia dell’occupazione, certamente cruciale dal punto vista sociale. Ma come abbiamo detto nel Manifesto bisogna avere “lo sguardo lungo”.

3_ C’è la possibilità che nuove imprese siano create da residenti che intravedono opportunità di investimento e di realizzazione personale? I dati Infocamere ci dicono che c’è un costante calo delle nuove imprese manifatturiere, in particolare avviate da giovani: non è considerato attrattivo il mestiere dell’imprenditore, troppi i rischi a navigare nel mercato aperto. Le indagini GEM (Global Entrepreneurship) ci dicono che la riduzione dipende sia d riduzione della popolazione giovane sia nella minor propensione ad avviare queste attività. Come è possibile intervenire su questo fenomeno?

Bisogna ridurre l’avversione al rischio di impresa di chi si affaccia al mondo del lavoro, soprattutto non demonizzando la remunerazione di questo rischio, ovvero il profitto atteso delle attività imprenditoriali. Il fenomeno dei bassi salari non proviene da un esito della lotta di classe salari/profitti, dal momento che anche questi ultimi sono inferiori alla media europea. Sono però gli imprenditori anziani che non devono “mollare” l’impresa per investire in settori di rendita. In Toscana questa tentazione è molto forte per la presenza di una abnorme domanda di immobili per accogliere turisti.

4_ Nel Manifesto proponete una partnership pubblico privato con associazioni datoriali, sindacati, banche enti pubblici etc.. Possibile che l’innovazione, la distruzione creativa, provenga da soggetti tutti interessati all’auto conservazione? E tutti – salvo forse le banche – con strutture non attrezzate per questo compito?

La nostra idea di partnership per l’analisi delle politiche che coinvolga istituzione pubbliche e organizzazioni sindacali, insieme al mondo della ricerca, e al ristretto novero di imprese sulla frontiera dell’innovazione è certamente ingenua. Ma ha l’obbiettivo di richiamare l’attenzione sullo sguardo lungo in un’ottica che va oltre le scadenze elettorali, che premono e dirottano i dibattiti su quelli che Einaudi chiamava gli epifenomeni. Cioè gli aspetti collaterali di un disagio sociale evidente. Per noi un fenomeno invece portante è il sottostante declino industriale.

5_ Semplificazione, deregolamentazione: ormai parole vuote dove tutti sanno che il risultato, ben che vada, sarà insignificante, altrimenti saranno accresciuti i lacci e lacciuoli. Potrebbe avere un senso estendere alla Toscana la ZES che sarà estesa alle altre regioni della Terza Italia, Umbria e Marche?

La Toscana, rispetto a Umbria e Marche, ha caratteristiche molto peculiari, sia sotto il profilo territoriale (le diverse Toscane, con il cuore economico al centro) che economico produttivo (un turismo come risorsa cruciale, cui non è possibile rinunciare, ma è fondamentale regolare). Francamente la ZES sarebbe meglio fosse sostituita da profonde revisioni della macchina pubblica, comunale e regionale, anche a legislazione corrente.

6_ Per gli investimenti, invece di ricorrere a bandi di complicata e costosa gestione burocratica, non sarebbe più utile ricorrere a strumenti fiscali per incentivare e disincentivare?  Vedendo le sperienze del Nord europa per la carbon tax

La “svendita” del federalismo fiscale e dell’autonomia tributaria, colpevolmente portata avanti dai governi negli ultimi 20 anni e avvallata da sentenze miopi sotto il profilo economico della Consulta, ha ingabbiato la politica economica delle Regioni a statuto ordinario. Si attende fin dalla L.D. 42/2009 una revisione del fisco regionale e ora che è un “milestone” del PNRR entro l’anno prossimo dovremmo poter disporre di nuovi strumenti. Ma la gestione del fisco, con la ricomposizione delle basi imponibile per categorie economiche (proprietari, lavoratori, imprenditori), per finalità di efficienza economica e non solo equitative, è un’arte che i nostri politici attuali, soprattutto locali, non hanno mai esercitato e richiede coraggio e sprezzo del pericolo,…. elettorale.

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Pubblicato in : Economia, Politica, Redazionale

Info Alessandro Petretto

Professore emerito dell’Università degli studi di Firenze. Insegna Politica economica alla Scuola di economia e management di Firenze. E’ stato presidente della Commissione tecnica per la spesa pubblica del Tesoro e presidente della Società italiana di economia pubblica. E’ membro del Comitato scientifico dell’Ufficio Parlamentare del Bilancio.

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