Prima è stata la volta di Paolo Mieli, uno che ne sa sempre più del diavolo. Sul “Corriere della Sera”, dopo averne fatto gli elogi sperticati, ha bruscamente invitato Elly Schlein a farsi da parte nella battaglia in corso dentro l’opposizione per decidere il candidato a Palazzo Chigi. “Si concentri sul programma politico e lasci a Giuseppe Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni”, ha detto. Aggiungendo, in puro stile mielesco: “sarebbe prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha vent’anni più di lei”. Un fendente crudele. Non dev’essere bello sentirsi dire che sei troppo giovane per le tue ambizioni.
Due giorni dopo, sulle stesse pagine, è comparso un editoriale di Antonio Polito che discuteva con toni preoccupati la crisi dell’asse atlantico. Malgrado l’ostilità trumpiana, scriveva Polito, gli europei devono rendersi conto che fare a meno dello Zio Tom sarà lungo e costoso. Rinfocolare il fiume carsico dell’antiamericanismo, perciò, sarebbe ingenuo.
“Classi dirigenti all’altezza del compito dovrebbero piuttosto concentrare i loro sforzi per tenere in vita e, in futuro, ricostruire il legame con gli Stati Uniti, senza cedere alle lusinghe di Mosca o Pechino”. E qui, al termine del pezzo, quasi en passant, Polito tornava ai casi italiani, apprezzando le recenti mosse del leader pentastellato: “per questo, ha fatto molto bene l’ex premier Conte, che si dice voglia tornare a Palazzo Chigi, a incontrare il plenipotenziario di Trump, qualche giorno fa, a Roma”.
Dunque via Solferino fa un endorsement all’”avvocato del popolo”? Certo è che, all’indomani del referendum, il mainstream sembra andare in quella direzione. Diversi sondaggi rilevano come le eventuali “primarie di coalizione” lo vedrebbero prevalere sulla segretaria democrat. E Mieli e Polito non sono gli unici a sottolinearne l’abilità politica e l’esperienza come capo di governo. Perfino all’interno del Pd non mancano i consensi nei suoi confronti. O le perplessità nei confronti di Schlein.
Malgrado la sua forza elettorale, del resto, è stato il Nazareno a inseguire l’agenda pentastellata (e non viceversa), ritenendo così di potersi riprendere i consensi che nel corso degli anni gli aveva strappato Grillo. Nel pacifismo senza se e senza ma, nelle mobilitazioni proPal, nelle mancate mobilitazioni contro Maduro o gli ayatollah, nella stessa scelta di combattere la riforma Nordio con piglio antifascista, Schlein ha mostrato la propria “testarda” strategia di unificare tutto ciò che era all’opposizione del governo, ivi compresa la piazza. Raccogliendo qualche risultato (i giovani alle urne, la vittoria del NO), ma finendo in un recinto non privo di toni demagogici, se non estremisti.
Un recinto minoritario, che, per competere alle prossime politiche, avrà bisogno di altro. Dei voti centristi. Del consenso di una parte almeno della maggioranza moderata del paese. Obiettivo assai ostico, però. Il Pd, detto grossolanamente, si è spostato troppo a sinistra per essere commestibile altrove. E allora chi se non il camaleontico leader che ha governato prima con la Lega e poi con il Pd, chi se non lo spregiudicato Conte può cercare consensi tra i moderati? Dopotutto, Conte è stato di destra, di sinistra e di centro. Schlein, soltanto di sinistra.
Da: nagorà


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