Professore, esiste la razza? O questa domanda è mal posta?
Le razze non esistono in natura, mentre esistono specie riconoscibili dalla capacità di riprodursi. Mentre in passato ci sono state altre specie umane, oggi ne abbiamo una sola, i sapiens: cioè non toglie che in futuro l’evoluzione potrebbe portare alla comparsa di nuove specie.
Per ora ci sono solo diverse varianti della specie sapiens generate da millenni di isolamento dei gruppi umani nei vari continenti. Ma tale isolamento è durato troppo poco perché si arrivasse alla nascita di vere e proprie nuove specie: a partire dal Cinquecento, con le scoperte geografiche e la prima globalizzazione, la crescita dei contatti tra le persone ha probabilmente fermato, se non invertito, il processo di differenziazione.
La razza come categoria di classificazione e di interpretazione del mondo invece esiste eccome, e il fatto stesso che molti credano alla sua esistenza la rende un oggetto storicamente reale. Come tutte le idee anch’essa ha però una storia, che nel corso dei secoli è cambiata di senso con capovolgimenti sorprendenti.
La parola «razza» non esisteva nell’antichità classica, è un’invenzione del Rinascimento italiano. All’inizio è servita a parlare di Europa, mettendo in scala prima le aristocrazie e i subalterni e poi i diversi popoli bianchi europei, dagli indogermani ai latini e agli slavi sino a invenzioni fantasiose come dolicocefali e brachicefali.
Con le grandi scoperte geografiche il concetto si è poi ampliato per includere il colore della pelle, passando dal significato di razza come stirpe a quello di razza come popolo e come colore. Questi tre concetti convivono ancora oggi, alimentando quella confusione che è tipica della vita intellettuale umana e costituisce una delle molle del suo sviluppo.
Intitolare un libro Il ritorno della razza potrebbe sembrare un’ammissione della fondatezza del concetto di razza, che invece nel dopoguerra in Europa avevamo espulso. Perché è importante non trasformare questa parola in un tabù?
Esiste una sola specie umana, ma la razza come categoria e «credenza» esiste eccome, ha operato e opera nella storia dal XV secolo, e decidere che non esiste serve solo a rafforzarla.
I tabù sono sempre dannosi: come il grande studioso del «mito ariano» Léon Poliakov scriveva cinquant’anni fa: «l’antirazzismo è stato innalzato al rango di un’ortodossia dogmatica, che in questa qualità non ammette la critica e intralcia dunque la riflessione. Di qui un’autocensura che si esercita anche in modo ampiamente retroattivo».
Si potrebbe dire che la «negazione» della razza sia un antenato della cancel culture: questa negazione – che è stata solo europea, negli Stati Uniti o in Brasile si è continuato a chiedere nei censimenti «di che razza» o «di che colore» sei – ha portato due seri danni.
Negli anni Trenta, l’intelligencija progressista europea sostituì il termine «razza» con «etnia» in opposizione al nazismo, eliminando così il concetto di «popolo-razza». Questo cambiamento, soprattutto nei paesi socialisti, ha contribuito a santificare l’idea di «popolo etnico di discendenza» e ha avuto un ruolo nel riaccendersi dei conflitti etnici e nell’accettazione di una visione della storia come lotta tra popoli.
Allo stesso tempo bandire il termine «razza» ci ha reso ciechi rispetto a ciò che il grande intellettuale americano W.E.B. Du Bois aveva intuito già nell’Ottocento: la «linea del colore» avrebbe dominato il XX secolo. Ignorare il ruolo del colore, rivendicato tanto dai potenti quanto dai subordinati, ci impedisce di affrontarlo e combatterlo efficacemente.

La parola «razza» figura anche nell’articolo 3 della nostra Costituzione. Cosa pensa del dibattito sull’opportunità di rimuoverla?
Visto che il colore c’è, e che la razza come categoria che opera nel mondo c’è stata e continua a esserci, la scelta dei nostri costituenti è stata saggia e giustissima. Anche gli esorcismi, come i tabù, sono dannosi: chi li sostiene sbaglia sempre.
Nella cronologia del concetto di razza che propone nel libro, una svolta è rappresentata dall’età dei Lumi quando, nel nome della scienza, si abbandona l’idea biblica di un unico genere umano e si aprono le porte all’idea di una plurigenesi. Quindi anche al razzismo?
Più che i Lumi, direi che è stata determinante la nascita della scienza moderna che è forse il più grande, e il più umano, contributo dato dall’Europa occidentale al mondo.
La scienza moderna non poteva accettare il dogma, anche se poi il dogma oltre che giusto (si può arrivare al giusto anche per deduzione logica, ma non vi è la certezza che solo la scienza sperimentale può dare) si sarebbe rivelato vero, ma per motivi che quel dogma contraddicevano.
Il fallimento della teoria del clima, usata da Ippocrate in avanti per spiegare il cambiamento, ha spinto la scienza a cercare un’altra ipotesi per spiegare la differenza. Questa ricerca si è intrecciata con il predominio quasi assoluto che quella stessa scienza ha garantito per tre secoli al nostro continente, portando a teorie e convinzioni gerarchizzanti che apparivano ovvie ma erano sbagliate oltre che moralmente riprovevoli.
Un altro passaggio cruciale è l’affermazione del darwinismo: perchè, se il concetto di selezione naturale è la negazione dell’eredità intesa come fatto stabile, molti scienziati darwiniani furono convintamente razzisti?
Nell’Europa di fine Ottocento, al culmine di una potenza già in declino, qualunque teoria veniva letta in chiave gerarchizzante: non solo le razze, ma anche i popoli e gli individui erano classificati secondo una scala di superiorità.
Anche la sinistra e il materialismo dell’epoca, spesso intrecciati con il darwinismo, tendevano a essere fortemente gerarchizzanti. Basti pensare a figure come H.G. Wells, a Jack London, a G.B. Shaw e ai Fabiani, a Cesare Lombroso, alle posizioni della Seconda Internazionale o all’idea che i «socialismi in un paese solo», inventati ben prima di Stalin, dovessero avere una dimensione imperiale con un cuore etnocentrico.
Che cosa furono le razze per Marx, Engels e poi Lenin? Qual è il rapporto tra razza e comunismo?
Anche Marx e Engels hanno usato in modo intercambiabile i concetti di popolo e razza. Marx ha esplicitamente ammesso che l’idea di una storia prodotto delle lotte di classe gli era venuta da Thierry, che l’aveva interpretata come lotta tra popoli (nobiltà franca, e quindi tedesca, e Terzo Stato gallo-romano).
Nel 1849 Marx e Engels interpretarono la rivoluzione in corso come lotta tra popoli rivoluzionari e dominanti (tedeschi, italiani, ungheresi e polacchi) e popoli inferiori («senza storia») quali slavi e contadini, destinati a scomparire.
Ancora quindici anni dopo, Marx vedeva nei russi un popolo-razza degenerato dall’incrocio con i mongoli, dalla cui barbarie l’Europa doveva difendersi. Lenin accettava e difendeva invece l’uguaglianza di tutti i popoli e riconosceva il colore. Ma, di fatto, nell’Imperialismo riportò l’interpretazione marxista della storia a lotta tra popoli. Quarant’anni dopo Mao invitava tutti i popoli di colore a combattere contro un mondo bianco rappresentato da imperialisti occidentali e social-imperialisti sovietici.
Marxismo, leninismo e maoismo hanno dunque incrociato i concetti di popolo-razza e popolo-colore molto più profondamente di quanto si creda.
Come può l’Europa affrontare il ritorno della razza in modo diverso dagli Stati Uniti? Concorda con lo storico Francesco Benigno sul fatto che il racconto dell’Olocausto abbia sostituito quello della Rivoluzione francese, spostando il «motore della storia» da oppressori ed emancipati a carnefici e vittime?
Nessuno è mai condannato a niente tranne che alla morte, perché tutto cambia. Benigno ha ragione per quanto riguarda correnti storiografiche, spesso moralisteggianti, che a me non convincono, anche perché la storia non va d’accordo con le filosofie della storia.
Non solo tutto cambia, ma lo fa in modo assolutamente imprevedibile. Personalizzando la «storia», cosa che naturalmente non è corretto fare, si potrebbe dire che essa fa quello che le pare e quando le pare, e va dove le pare: le recenti elezioni americane, ad esempio, sono state decise anche dalle reazioni suscitate dall’introduzione dei tamponi femminili nei bagni pubblici maschili.
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Questa intervista è stata pubblicata in data 15/01/2025 sul n. #45 di “in Macina”, la newsletter editoriale della casa editrice Il Mulino.
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