Qualche sera fa, intervistato durante uno dei programmi di cosiddetto “approfondimento” de LaZ, l’esimio Massimo Cacciari, alla domanda, timidamente avanzata, “ma se Putin la pace non la vuole, che si fa?”, ha risposto con un gesto di stizza e disappunto, che a me personalmente ha fatto venire in mente quello di un satrapo o, meglio, un viceré rispetto ad un insetto fastidioso.
Dico viceré non a caso, perché costoro, pur essendo circondati da folle plaudenti e conduttori annuenti, sono ormai ben lungi dall’essere realmente sovrani nel loro pensare, giacché a loro volta servi di un sovrano più “elevato”, quello che regna davvero, ossia il loro ego. Elevato nel senso di aver perso ormai ogni contatto con quella realtà che pure pretenderebbero di intelligere e spiegare al volgo.
Gli esempi di quanto siderale sia divenuta questa distanza sarebbero legione. Ne basterà uno. Ci hanno ammonito allo sfinimento per decenni sul “fascismo eterno” e sul “fascismo mai morto”, misurandolo dall’angolazione di un braccio alzato, da una frase storta, da una scazzottata tra studenti per strada. E però la lanterna sempre accesa dell’indignazione non riesce proprio a scorgere che i fascisti del terzo millennio stanno a Mosca, e molto di più di quanto non stiano a Roma e perfino, oggi, a Washington.
Per la verità, non siamo proprio di fronte ad un inedito assoluto nella storia del pensiero. Senza andare troppo indietro, e facendo le dovute proporzioni, basterà ricordare le “sbandate” di Heidegger per il nazismo, quelle di Sartre per l’Urss o di Foucault per la “rivoluzione” iraniana. Per non parlare delle frotte di accademici e pensatori sventaglianti il Libretto Rosso del Grande Timoniere.
Ora, io non lo so se, come arguisce luciferino l’ottimo Guido Vitiello, questa roba sia materia da lettino di psicanalisi, oppure se, come afferma l’amico Simone Regazzoni, siamo di fronte ad una battaglia culturale per una nuova egemonia. Una battaglia per fortuna meno drammatica e sanguinosa di quella che si combatte oggi sulle terre ucraine e domani chissà dove. Ma non per questo meno decisiva.
Perché le idee contano e alla fine pesano, a maggior ragione in un’epoca come la nostra, dove l’immaginario ha di gran lunga surclassato il reale. Non solo nei luoghi di avanguardia artistica o letteraria, ma nei palazzi del potere mondiale.
Non sarà facile, perché i viceré sono numerosi, hanno potenti mezzi (di massa) a loro supina disposizione, esibiscono l’autorevolezza dei titoli accademici (il grande storico medievista, il grande filologo classico, il grande fisico teorico…). Non sarà facile, ma vale senz’altro la pena di provarci, anche per ridare dignità ad una parola, “cultura critica”, ormai svilita al rango di araldico strillone dell’ego più autoreferenziale che ci possa essere. Quello di chi sventola la superiorità del proprio intelletto.


L’EPIFENOMENO TRUMP E LA CRISI DELL’UNIVERSALISMO CRISTIANO-LIBERALE
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