Quando Auschwitz viene usato per dire altro da sé, siamo nel campo della manipolazione. È quanto accadrà a Pistoia, Capitale Italiana del Libro 2026, il 26 gennaio. La rassegna Le parole di Hurbinek – dedicata alla memoria della Shoah e ispirata al bambino muto di Auschwitz che riusciva a pronunciare solo la parola “fuga”– ha infatti scelto di tenere una “lezione civile” dal titolo programmatico: Gaza è Auschwitz. Non è Auschwitz. Non è meno di Auschwitz. A tenerla, Paola Caridi.
Quel titolo è una mistificazione deliberata fatta per usare contro gli ebrei la memoria dello sterminio degli ebrei. Un ossimoro calibrato che finge equilibrio per produrre un’equiparazione. La formula procede per negazioni apparenti, ma mantiene Auschwitz come unità di misura assoluta dell’orrore, trasferendone la funzione simbolica su Gaza. Il paradosso diventa così uno scudo retorico. La sinossi ufficiale conferma l’impianto del “genocidio dei palestinesi” assunto come fatto acquisito.
Peccato che il genocidio resti una categoria giuridica precisa, la cui applicabilità a Gaza è quanto meno discutibile. Contrariamente alla narrazione prevalente, nel gennaio 2026, la Corte Internazionale di Giustizia non ha accertato alcun genocidio: si è limitata a chiedere a Israele misure preventive. La Corte Penale Internazionale non ha emesso mandati per genocidio, ma per crimini di guerra e contro l’umanità. Dichiarare il genocidio per via retorica è una falsificazione del termine giuridico. Peggio ancora se si effettua una selezione ideologica delle vittime, cancellando consapevolmente ciò che accade in Ruanda, Bosnia e Darfur, oppure a danno di Yazidi, Rohingya e Uiguri, per trasformare Gaza nel “primo genocidio contemporaneo”. Non è un caso, ma un attacco voluto all’“eccezionalismo della Shoah”.
L’unicità di Auschwitz è basata su un fatto storico: la volontà di annientamento totale di un popolo in quanto tale, attraverso l’industrializzazione burocratica dello sterminio. Ridurlo a numeri consente di rendere Auschwitz una categoria comparabile e trasferibile, un’operazione respinta con rigore da studiosi come Raul Hilberg e Yehuda Bauer. In questo quadro, il discorso di Caridi non è un pensiero radicale, ma si colloca come voce derivativa, epigona di epigoni, all’interno di una filiera concettuale già consumata: un lessico che si presenta come innovativo mentre ripete formule culturalmente premiate, scambiando un rutto per un sospiro e il pregiudizio per analisi storica. Il “mai più”, che indicava un impegno politico e morale contro il ritorno dell’antisemitismo di Stato, si trasforma quindi in una promessa mancata.
Peggio, in un atto d’accusa contro Israele che produce il rovesciamento simbolico: la Shoah diventa metro per imputare agli ebrei ciò di cui furono le vittime. Per nascondere la fragilità logica di questo impianto soccorre la chiave coloniale come spiegazione totale. Gaza sarebbe unica per il legame popolazione-terra, ma poiché lo rivendicano entrambe le parti ridurlo a schema coloniale risponde a un banale pregiudizio ideologico. E che dire della distruzione che coinvolgerebbe umano e non umano?
Ancora una volta, una lettura che scambia categorie morali per strumenti analitici e ignora la presenza di un attore come Hamas, del suo obbiettivo di eliminare Israele e gli ebrei, lo sterminio intenzionale del 7 ottobre, l’uso dei civili israeliani e palestinesi come scudi umani. Nel loro insieme, questi elementi compongono una metafisica della memoria, nella quale Auschwitz perde la funzione di evento-limite e diventa simbolo plasmabile a piacere.
Più che la comprensione di Gaza, l’evento di Pistoia è una operazione di riscrittura della Shoah: un pensiero che piega il passato altrui per tentare di legittimare il proprio pregiudizio.


LA MEMORIA SVANITA. LA SHOAH È FRA NOI E GIORNO PER GIORNO ELIMINA GLI EBREI
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