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FINE-VITA, TRA SUICIDIO ASSISTITO ED EUTANASIA

Ha diritto una persona in certe condizioni di porre fine ad un dolore esistenziale insopportabile? La mia risposta è sì.

di Giovanni Cominelli | 30 Giugno 2026

L’udienza pubblica tenuta martedì 23 giugno dalla Corte costituzionale, cui hanno partecipato fisicamente o on line pazienti sia favorevoli all’assistenza al suicidio sia contrari, e la petizione sottoscritta da 270 medici su Change.Org intitolata “Suicidio assistito: non una cura, ma la fine del rapporto medico-paziente”, che si oppone alla legiferazione in questo campo, hanno rinfocolato il dibattito sul fine-vita. Il fine-vita può accadere in quattro modi: per via naturale, per suicidio, per suicidio assistito, per eutanasia.

Quanto al suicidio – in Italia ne avvengono circa 4.000 all’anno, con un incremento di quelli degli adolescenti – occorre distinguere tra quello autoinflitto e quello “assistito”.

La Chiesa cattolica condanna da sempre il suicidio, il suicidio assistito e l’eutanasia, perché la vita è un dono di Dio e possiede una dignità intrinseca dal concepimento fino alla morte naturale. Questa posizione è ribadita nel Catechismo della Chiesa Cattolica (N. 2276/2279 e 2280/2283) e nella Lettera “Samaritanus Bonus” del 2020.

I casi di suicidio assistito non sono stati molti, ma alcuni piuttosto clamorosi: Englaro, fine anni ’90, Piergiorgio Welby nel 2006 e altri a seguire fino ai nostri giorni: Libera marzo 2026, Silvano marzo 2026, Stefano aprile 2026, dopo ricorsi, interventi e contro-interventi della magistratura ordinaria e delle Regioni interessate. L’effetto finale è stato l’allungamento delle sofferenze delle persone coinvolte.

Essi hanno evidenziato le contraddizioni tra le prescrizioni etiche, quelle giuridiche e la condizione reale di uomini e donne. Si dice “assistito”, perché la persona vuole porre fine ad una vita fatta di sofferenze fisiche e psichiche, ma non dispone più dei mezzi né per vivere né per morire. È eticamente giustificata e giuridicamente fondata la sua eventuale richiesta di essere aiutata a morire? Ne conosco una, da anni. Faceva l’idraulico. Dal 2019 un incidente stradale l’ha reso immobile. Il cervello funziona, ma solo dal collo in su. Sente le parole, ma non è in grado di rispondere. Muove le palpebre (aperte vogliono dire SI, chiuse vogliono dire No; se lo sguardo si concentra su una delle lettere dell’alfabeto che compaiono sullo schermo di un computer, riesce a comporre brevi messaggi. Luca Coscioni riusciva anche a sintetizzare una voce.). Nessuna funzione fisiologica attiva: non è in grado di deglutire. Essendo un uomo di cinquant’anni, in piena forza e salute fisica, ha davanti la prospettiva di passare i prossimi quarant’anni della sua vita come gli ultimi sette. Ha l’intelligenza di un uomo, ma la mobilità di una pianta. Che cosa ha impedito finora a quest’uomo di non rinnovare dal profondo della sua disperazione immobile e impotente la richiesta di morire?

Solo la rete degli affetti familiari e amicali. Ma non tutti hanno questa fortuna. Domanda: ha diritto una persona in tali condizioni di porre fine ad un dolore esistenziale insopportabile? La mia risposta è sì tanto sul piano etico quanto su quello del diritto fondamentale all’autodeterminazione.

Donde la necessità di modificare l’art. 580 del Codice penale, che recita: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. Un conto è istigare al suicidio e un conto è dare un aiuto a chi consapevolmente lo chiede. Il Parlamento non l’ha tuttora modificato, anche se la Corte costituzionale nella sentenza n. 242 del 2019 e nella sentenza 135 del 2024 lo ha dichiarato parzialmente anti-costituzionale e ha definito quattro condizioni sostanziali, perché l’assistenza al suicidio non sia punibile.

È invece un’altra storia quella dell’eutanasia. Ed è perciò un errore e una mistificazione ideologica far coincidere il suicidio assistito con l’eutanasia.

Poiché gli anziani aumentano di numero, aumentano le patologie, tra cui il decadimento cognitivo. Così sono sempre più frequenti i casi di malati terminali, spesso gravemente sofferenti, incapaci di decidere consapevolmente di sé. In questo caso, sono i familiari, il personale medico o assistenziale a decidere al posto loro. È qui, in quest’area-limite, che potrebbe farsi strada “una cultura dello scarto”, secondo l’espressione di papa Francesco, che tenda a liberarsi facilmente dei deboli e dei vulnerabili e che potrebbe portare lo Stato ad assecondare troppo facilmente chi vuole liberarsi del fastidio e dei costi dell’assistenza ai malati terminali o, al limite, troppo anziani. Serve allora una nuova legge? C’è una contro-indicazione: se lo Stato fa una legge e inventa nuove procedure burocratiche, se poi la Magistratura interviene e contro-interviene, alla fine nasce un’industria giuridica di leggi e di circolari applicative nazionali e regionali, per la quale la protezione della vita umana diventa solo un pretesto, non il fine. Dietro alle tendenze omni-giuridicizzanti, che pretendono di normare tutte le dimensioni dell’esistenza, comprese quelle più intime e più radicali, sta l’illusione che il Diritto possa sostituire la Morale. Se manca un’etica familiare, sociale e professionale, è illusorio pensare che la Legge possa riempire il vuoto.

da ITALIA OGGI, 30 giugno 2026

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Pubblicato in : costume, Cultura, Opinioni

Info Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio.

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