Preferisco infinitamente l’equilibrio di Francesco De Gregori alle flatulenti emissioni pseudo‑intellettuali di chi, come Enzo Iacchetti o anche Elisa, negli ultimi anni ha scambiato la visibilità per autorevolezza e la lacrima facile per coscienza civile.
C’è infatti una differenza abissale tra chi ha costruito un immaginario culturale, sedimentato nel tempo attraverso opere che hanno inciso nella memoria collettiva, e chi invece si limita a inseguire l’onda del momento per sentirsi, secondo sé stesso, dalla parte giusta della storia.
Viviamo in un’epoca in cui basta un microfono, un talk show e un’emozione esibita per essere proclamati “intellettuali impegnati”.
E così figure che non hanno mai, dico mai, rappresentato nulla sul piano culturale si ritrovano improvvisamente a pontificare su tragedie globali, come se la geopolitica fosse un’estensione del loro profilo Instagram o un accessorio da indossare per sentirsi moralmente superiori.
Caro Iacchetti, e scusi l’eufemismo, è troppo comodo oggi piangere per Gaza e ignorare i bambini ucraini, i piccoli del Ruanda, i giovani iraniani impiccati nelle piazze.
E in tutta onestà, la sua frase “anche io oggi mi sento un terrorista di Hamas” è qualcosa che supera ogni limite di decenza civile.
Una frase del genere dovrebbe suscitare vergogna, non applausi, dovrebbe suscitare indignazione, non complicità; riflessione, non normalizzazione perché che le piaccia o no o che lo riconosca o no, la informo che il 7 ottobre non è stato un incidente geopolitico ma un massacro deliberato di civili, con famiglie sterminate, persone mutilate, seviziate, violentate, bambini uccisi e tutto documentato da organismi internazionali come ONU, Amnesty International e Corte Penale Internazionale.
E pronunciare quella frase in televisione significa calpestare la memoria di quelle vittime e l’agonia degli ostaggi.
Dovrebbe avere le palle di ripeterla davanti a chi ha visto sorelle o figlie violentate o impalate, figlie cui hanno infilato lattine di coca cola in vagina fino a sventrarle, neonati cui hanno staccato la testa o bruciati vivi. Ma lei queste palle non ce l’ha, fa il leone in trasmissioni di parte come quelle della Berlinguer dove non ha contraddittorio.
Troppo comodo scegliere una sola sofferenza da esibire e cancellare tutte le altre, vero Iacchetti?
Troppo comodo legarsi a una corrente di pensiero cultural radical‑chic di sinistra quando la propria carriera è in declino e si cerca disperatamente un nuovo palcoscenico.
Ma mi dica!!! Dov’era tutta questa sua indignazione quando gli ayatollah impiccavano i giovani iraniani? Dov’era quando Putin massacrava i bambini ucraini?
Dov’era quando in Ruanda si consumava uno dei genocidi più atroci del Novecento (e dico “genocidio” a ragione non per moda come fanno i suoi amichetti di sinistra)?
Ah già: allora lei era impegnato a fare televisione di intrattenimento, sostenuto da autori senza i quali non sarebbe rimasto nulla, nemmeno un’ombra di rilevanza culturale.
Troppo comodo trasformare il dolore in un accessorio identitario, in una posa, in un gesto estetico.
De Gregori, almeno, ha prodotto arte, pensiero, complessità, ha scritto canzoni che hanno disturbato le coscienze quando disturbare non era di moda, quando non portava like, quando non garantiva applausi automatici.
E lei Iacchetti, cosa hai prodotto?
Una collezione di indignazioni prêt‑à‑porter, una sequenza di slogan intercambiabili, una serie di prese di posizione che cambiano con la corrente, con il trend del giorno, con l’hashtag più conveniente.
E allora sì, preferisco mille volte il silenzio prudente di chi non si schiera per moda alla rumorosa superficialità di chi si improvvisa esperto di geopolitica tra un selfie e un applauso televisivo.
Perché la verità è semplice:
non è difficile essere “di parte” quando la parte scelta garantisce applausi. È difficile, invece, mantenere la complessità, rifiutare il tifo, non cedere alla tentazione del coro.
Ed è per questo che l’equilibrio di De Gregori vale più di mille proclami, più delle lacrime a comando, più delle indignazioni selettive.
Il vero valore non è nel seguire l’onda, ma nell’attraversarla perché solo così non ci si presta al gioco di chi confonde l’impegno civile con la ricerca di visibilità e non si trasforma il dolore in spettacolo.
E in un’epoca in cui molti parlano per sentirsi importanti, il silenzio di De Gregori pesa e soprattutto “vale” più di tutte le vostre parole messe insieme.
…


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