La legalità internazionale è la veste giuridica di un equilibrio di potenza. La tradizione realista, da Morgenthau a Waltz, è la più adatta a leggere la fase che stiamo vivendo: quella di una ridefinizione profonda di un equilibrio che – fra molte risistemazioni – ha retto per circa 80 anni.
Secondo la teoria realista, per dirla in soldoni, il sistema internazionale è strutturalmente anarchico: non esiste un’autorità superiore agli Stati. In questo contesto, le norme e le istituzioni non eliminano la logica della forza, ma la incanalano temporaneamente entro forme condivise.
Considero di aver già perso, dopo queste poche righe, il grosso di quelli che di norma usano questi cosi maledetti chiamati social per indignarsi pubblicamente e dire, fra un commento a Sanremo e uno alla partita di calcio di turno:
Ahhh il buon vecchio diritto internazionale, signora mia!
Ma per i 4 che hanno letto sin qui, il diritto internazionale non precede la distribuzione della potenza: la riflette. Quando gli equilibri sono relativamente stabili e le principali potenze trovano conveniente cooperare, le regole acquistano efficacia. Quando quegli equilibri mutano, la forza riemerge come principio ri-ordinatore primario.
Questa impostazione è coerente anche con la teoria della stabilità egemonica di Robert Gilpin: gli ordini internazionali durano finché una potenza dominante ha la capacità e l’interesse a sostenerli, fornendo beni pubblici globali come la sicurezza marittima, una certa stabilità finanziaria, l’apertura commerciale fondata su regole (che tuttavia avvantaggino principalmente le potenze egemoni e i loro alleati).
L’ordine nato nel secondo dopoguerra fu costruito in un momento storico molto specifico. Le istituzioni create in quegli anni, lo ripeto spesso, dalle Nazioni Unite al sistema di Bretton Woods, riflettevano una distribuzione della potenza oggi radicalmente mutata.
Quel mondo non esiste più, ma nessuno si è preso la briga di provare a riformare quel sistema di regole e le relative istituzioni. Che oggi collassano.
Nel 1945 l’India era ancora una colonia britannica, la Cina era una repubblica ma non comunista, gran parte dell’Africa viveva sotto dominio coloniale, il mondo arabo era senza voce.
Il Consiglio di Sicurezza cristallizzò un equilibrio di potenza legato all’esito della guerra. Era la formalizzazione giuridica di un momento storico basta guardare a chi, ancora oggi, è tra i membri permanenti per capire di cosa stiamo parlando.
Tuttavia quell’ordine ha funzionato a lungo, perché sostenuto dall’egemonia americana. Anche quando la Guerra Fredda ne limitava la portata universale, l’Occidente operava all’interno di un quadro relativamente prevedibile.
Il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” non era privo di ipocrisie. Come ha osservato il prof. Stephen Krasner – ripreso poi sostanzialmente dal premier canadese Mark Carney qualche settimana fa a Davos – il sistema internazionale è attraversato da una “ipocrisia organizzata”: le norme valgono, ma i più forti si auto-esentano quando necessario.
Un esempio emblematico della crisi dell’ordine è il progressivo indebolimento del sistema commerciale multilaterale.
E ormai chi mi segue conosce questi temi, ma lo voglio ribadire.
Il fallimento del Doha Round non è stato soltanto un incidente negoziale, ma il segnale che il consenso sull’apertura multilaterale si era incrinato. Il commercio, da spazio regolato da norme condivise, è progressivamente tornato a essere uno strumento di potenza. Accordi bilaterali, regionalismo competitivo, uso strategico dei dazi: il lessico della cooperazione è stato sostituito da quello della competizione.
Il tutto per un preciso calcolo elettorale dei democratici americani guidati da Obama.
Un bel pezzo di Yuval Noah Harari sul Financial Times di un paio di mesi fa descrive efficacemente la contrapposizione tra una visione liberale del mondo come rete cooperativa potenzialmente win-win, e una visione a somma zero, fatta di “fortezze rivali”.
Quest’ultima non è un’anomalia storica, ma la configurazione dominante per gran parte della storia moderna. Prima del 1945, la politica internazionale era strutturalmente imperiale o bilanciata da equilibri instabili tra potenze. L’idea che il conflitto non sia inevitabile è relativamente recente.
La differenza, oggi, è che la logica di potenza riemerge in un mondo altamente interdipendente. Se in passato l’autarchia era un’opzione parziale, oggi le catene del valore globali, la finanza integrata, la tecnologia digitale rendono la separazione molto più costosa.
Ma con buona pace di Harari, che rimane una delle teste più brillanti nel panorama anche social attuale, il punto decisivo riguarda la natura della fase attuale. Ed il motivo per cui l’approccio realista è oggi il più utile.
Perché quello in atto non è semplicemente una revisione dell’ordine del 1945, ma di una delegittimazione delle sue istituzioni centrali: giustizia internazionale, multilateralismo commerciale, governance collettiva.
La questione è se questa delegittimazione delle strutture esistenti porterà a una nuova architettura condivisa o a una frammentazione prolungata. La storia delle transizioni egemoniche suggerisce che le fasi di riassetto sono spesso conflittuali.
In questo contesto, la posizione europea appare strutturalmente fragile.
L’Europa ha prosperato in un sistema caratterizzato da:
A) sicurezza garantita dagli Stati Uniti
B) energia a basso costo proveniente dall’esterno
C) commercio regolato da norme multilaterali che avvantaggiavano l’egemone e noi suoi alleati
In un mondo che torna a organizzarsi per blocchi, l’autonomia strategica diventa un’esigenza. Ma l’autonomia totale è economicamente inefficiente e politicamente complessa. Nessun grande Stato europeo è pienamente indipendente dal punto di vista energetico, alimentare, militare e tecnologico.
Abbiamo ancora un peso commerciale ed economico, ma come trasformarlo per sopravvivere in un ambiente in cui le regole perdono forza vincolante e la potenza torna criterio primario di negoziazione?
Oltretutto in un contesto in cui una delle soluzioni proposte è negare che questa sia la condizione in cui ci troviamo.
A rendere ancora più complessa la fase attuale è l’intreccio tra competizione geopolitica, cambiamento climatico e rivoluzione tecnologica. La regolazione dell’intelligenza artificiale, la gestione delle catene energetiche e la riduzione del nostro impatto sull’ambiente, la sicurezza informatica non possono essere affrontate efficacemente in un sistema puramente frammentato.
Questo introduce un paradosso: la logica delle “fortezze” si rafforza proprio nel momento in cui i problemi globali richiederebbero maggiore cooperazione.
Dunque l’ordine internazionale non è il regno neutro del diritto, ma la formalizzazione giuridica di un equilibrio di potenza specifico. Finché le principali potenze hanno trovato conveniente rispettarne le regole, esso ha funzionato. Ma oggi sia le potenze revisioniste, che quella egemone, non hanno più interesse al mantenimento dello status quo.
La questione decisiva è se emergerà un nuovo equilibrio capace di rivestirsi nuovamente di diritto, oppure se il sistema entrerà in una lunga stagione di competizione strutturale, con conflitti a intensità variabile o peggio ancora crescente.
La sfida del nostro tempo non è semplicemente difendere il passato o peggio ancora rimpiangerlo raccontandolo come il regno del diritto che non è mai stato. Ma comprendere se e come una nuova configurazione di potenza potrà, ancora una volta, vestirsi di regole. Con tutte le loro ipocrisie.
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VENDERE CIÒ CHE È STATO DONATO MERITA UNA PIÙ ATTENTA RIFLESSIONE
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