Dopo il trasferimento ad Harvard, le venute di Salvemini in Europa si diradano. Ma i sensibilmente accresciuti, rispetto al periodo “europeo”, tempi e costi di viaggio non gli impediscono la partecipazione alla grande adunata degli intellettuali antifascisti che si produce a Parigi all’inizio dell’estate del 1935: il Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura.
A promuoverlo sono un gruppo di iscritti al Partito comunista francese, tra i quali Henri Barbusse e Paul Nizan, mentre nella posizione più defilata dei “compagni di strada” si collocano altre figure di spicco nel panorama letterario francese quali Romain Rolland, André Malraux e André Gide. Ma non mancano tra gli aderenti personaggi assolutamente non assimilabili all’area dei simpatizzanti del comunismo quali Julien Benda e André Breton, sicché se netta è la prevalenza, soprattutto sotto il profilo organizzativo, degli intellettuali di fede comunista e di certo non mancano ai promotori sostegni logistici e aiuti finanziari provenienti dal Partito comunista francese, sarebbe tuttavia riduttivo etichettare l’iniziativa come una vetrina propagandistica approntata dagli agenti del Comintern a uso e consumo della propaganda di Stalin.
Inoltre, per cogliere appieno le implicazioni politiche dell’iniziativa, occorre avere ben presente il contesto storico-politico in cui essa si colloca. La fase preparatoria del Congresso coincide infatti con una svolta diplomatica di rilevanza continentale quale la stipula nei primi giorni di maggio del 1935 di un patto di collaborazione e di mutua assistenza tra Francia e Urss in caso di aggressione da parte di un Paese terzo; poche settimane dopo la conclusione del Congresso, e precisamente il 25 luglio, si apriranno a Mosca i lavori di quel VII Congresso dell’Internazionale comunista destinato a sancire l’avvio della politica dei Fronti popolari d’unità antifascista.
Contro il pericolo incombente dell’avanzata del nazifascismo che con Hitler ha conquistato il cuore dell’Europa e contro la minaccia immane alla civiltà europea che esso rappresenta, anche gli intellettuali sono chiamati a fare fronte comune. Un fronte ampio e articolato come quello che dà vita alla kermesse parigina che si tiene al Palais de la Mutualité dal 21 al 25 giugno 1935 alla presenza di 230 delegati in
rappresentanza di 38 paesi.
Tra gli intellettuali italiani presenti il nome di maggiore spicco è indubbiamente quello di Salvemini. Al di là del suo rapporto con Rosselli, che lo ospita nella sua casa parigina e dell’incitamento e del sostegno che gli vengono dall’intero nucleo di Giustizia e Libertà operante nella capitale francese, non
abbiamo notizie precise su come sia maturata la partecipazione di Salvemini al Congresso. Sulla scorta di un attento studio sull’argomento realizzato da Enzo Collotti, si può ipotizzare che il ritardo con cui pervenne agli organizzatori la conferma della sua partecipazione fu probabilmente alla base del mancato
inserimento nel programma ufficiale, mentre alla sua comprovata fama di “eretico” va con ogni probabilità ricondotta la prudente decisione degli organizzatori di collocarne l’intervento in una sessione serale con dodici oratori, votandolo «ad un’audience di nottambuli».
La spiccata autonomia di giudizio dello storico pugliese e le sue ben note riserve sul comunismo bolscevico non potevano infatti non alimentare il sospetto di una sua presa di distanza dal motivo dominante del Congresso: la raffigurazione mitica dell’Unione sovietica, paese nel quale, vincendo difficoltà enormi, si sta edificando il socialismo, e il ruolo di grande potenza antifascista cui è assunto il Paese dei Soviet.
L’intonazione complessiva del Congresso – che pure non manca di fare registrare, oltre a Salvemini, altre voci “eretiche” come ad nel caso appunto di Julien Benda e André Breton, – è per l’appunto quella data dagli intellettuali comunisti francesi e dai “compagni di strada” alla Gide: suscitare un moto di simpatia verso l’Unione sovietica di Stalin, unico effettivo punto di riferimento per tutti coloro che
intendano battersi contro il dilagare del fascismo in Europa, da parte di un’intellighenzia francese e più in generale occidentale tra la quale crescente è non solo la sfiducia nella capacità delle democrazie occidentali di opporsi all’avanzata fascista, ma anche la «sfiducia nelle stesse istituzioni liberali e nei loro presupposti, cioè in quella idea di libertà e di rispetto dei diritti individuali, che erano pur conquiste tra le più alte e tra le più sofferte della civiltà europea».
Contro la tendenza ad operare una semplicistica quanto pericolosa equiparazione tra «democrazia borghese» e tirannide fascista si erge la parola ammonitrice di chi – come dice Salvemini con riferimento alla sua personale vicenda – è passato «attraverso l’esperienza di uno Stato totalitario, non fra i dominatori, ma fra coloro che sono stati schiacciati».
Se attribuite – afferma Salvemini – il nome di fascismo a tutte le società borghesi; se chiudete i vostri occhi di fronte alla constatazione che il fascismo è la società borghese, ma con qualche altra cosa in più, che è la società borghese che ha soppresso persino la possibilità di una cultura libera, se applicate lo stesso trattamento a due diverse forme di società, rischiate di lasciar demolire senza resistenza in queste società borghesi, non fasciste, quei frammenti di libertà intellettuale che non sono sufficienti, ma che hanno tuttavia un grande pregio. Non apprezziamo l’aria e la luce finché li abbiamo. Per comprenderne il valore bisogna averli perduti. Ma il giorno in cui le libertà vengono perdute, non si riacquistano facilmente.
Per quanto è dato rilevare dalle carte della polizia fascista, che, anche per il tramite dell’Ambasciata d’Italia a Parigi, attentamente segue i movimenti di Salvemini sin dall’imbarco per l‘Europa e non mancherà di raccogliere, per poi conservarli nell’apposito fascicolo nominativo del Casellario politico centrale il testo e i commenti al suo intervento che appaiono sul settimanale Giustizia e Libertà, il discorso dello storico pugliese avrebbe suscitato nella platea congressuale reazioni contrastanti: se da un lato esso «sollevò applausi da parte dei Trotschysti, che emisero grida antisovietiche, provocate dal tenore del discorso stesso», dall’altro, sempre a detta degli informatori della polizia fascista, la platea avrebbe riservato scarsi consensi alle parole di Salvemini, mentre i più esagitati interpreti dell’ortodossia moscovita non gli avrebbero risparmiato gli oltraggiosi epiteti di «venduto» e «agente del fascismo».
Ma a suscitare il maggiore “scandalo” in una platea tendenzialmente ostile, e a determinare le veementi proteste dei più ortodossi intellettuali comunisti alla Ambrogio Donini, è con ogni probabilità la parte conclusiva dell’intervento di Salvemini. In essa lo storico pugliese non solo applica la definizione di «stato totalitario» al regime sovietico, sia pure in una fase in cui, come è stato giustamente notato, la denuncia delle violazioni delle libertà politiche e il mancato rispetto dei diritti civili prevale rispetto alla
percezione delle implicazioni sociali ed economiche del fenomeno totalitario, ma si spinge alla «comparazione fra il sistema fascista e il sistema sovietico» e «rintracciando nella sorte di Victor Serge l’elemento di affinità tra i due sistemi», instaura un preciso parallelismo tra la repressione violenta degli oppositori praticata dal fascismo e dal nazismo e la sorte riservata nella Russia sovietica ai dissenzienti.
Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo e contro l’Ovra fascista – è la ferma presa di posizione di Salvemini – si mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania vi sono dei campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica vi è la Siberia. Vi sono dei proscritti tedeschi e italiani e vi sono dei proscritti russi. Siamo tutti d’accordo che la libertà è il diritto d’esser eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale, e che la cultura, in quanto creazione, sconvolge la tradizione ufficiale. Ma vorrei aggiungere che la cultura, creazione d’oggi, sarà la tradizione ufficiale di domani. Il marxismo, che è creazione anti-ufficiale nelle società borghesi, è diventato tradizione ufficiale nella società sovietica. La libertà di creazione è soffocata nelle società borghesi di tipo non fascista. È del tutto soppressa nelle società borghesi di tipo fascista. È ugualmente soppressa nella Russia sovietica. La Storia della Rivoluzione russa
di Trockij non può essere letta in Russia. È in Russia che Victor Serge è prigioniero. Il fascismo è il nemico non solo in quanto capitalista, ma in quanto totalitario. Dopo secoli di zarismo, si può capire la necessità dell’attuale stato totalitario russo a condizione che ci si auguri la sua evoluzione verso forme più libere, ma bisogna dirlo e non si può celebrarlo come l’ideale della libertà umana. L’intellettuale deve lottare contro ogni ingiustizia sociale accanto alle classi sfruttate che lottano per conquistare
l’eguaglianza economica, ma non deve riconoscere a nessuna dottrina il monopolio legale della verità.
Seppur trattasi di un tema che sarebbe stato ripreso in altri interventi, tra cui quello della scrittrice e giornalista trotckista Magdeleine Paz, è tuttavia merito incontestabile dello storico pugliese aver per primo, per come è stato opportunamente ricordato, sollevato, o per meglio dire fatto deflagrare, in un contesto improntato alla rimozione di tutto quanto potesse anche solo appannare l’immagine dell’Urss, il “caso Serge”: Victor Serge, esponente di spicco di quella parte del movimento anarchico russo
che allo scoppio della guerra civile, pur senza rinnegare le proprie convinzioni libertarie, aveva optato per una stretta collaborazione con il governo bolscevico. Dopo aver ricoperto incarichi di rilievo, Serge era stato accusato di trotckismo e financo di complicità nell’assassinio Kirov, finendo con l’essere deportato in Siberia, dove è detenuto nel momento in cui Salvemini, pur consapevole della condizione d’isolamento in cui si sarebbe trovato, lancia con grande coraggio il suo atto d’accusa contro la
repressione violenta del dissenso praticata nella Russia di Stalin.
Una testimonianza esemplare di onestà intellettuale e di coraggio civile quella offerta da Salvemini che, ove si prescinda dal movimento Giustizia Libertà e dai suoi organi di stampa, avrà nell’immediato limitata eco negli ambienti antifascisti e anche in seguito, in un clima di perdurante egemonia frontista e di fideistica esaltazione dell’Unione sovietica insormontabile baluardo contro la minaccia nazifascista, sarebbe stata poco o nulla menzionata nella pubblicistica antifascista. Un ingiusto oblio solo in tempi relativamente recenti superato dagli approfondimenti storiografici sul Convegno degli scrittori per la difesa della cultura che hanno posto le premesse per una più attenta rivisitazione critica di tutta la vicenda in generale e del ruolo svolto da Salvemini in particolare per ciò che esso rappresentò. in termini di incisività politica e testimonianza morale.
Con il permesso dell’autore abbiamo riprodotto qui le pagine le pagine da 54 a 58 del saggio del prof. Santi Fedele “L’esilio “europeo” di Gaetano Salvemini 1925-1933” HUMANITIES – Anno XII, Numero 23, Giugno 2023
Santi Fedele è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Messina. Autore di numerosi studi sulla storia dei movimenti e dei partiti politici italiani tra le due guerre: ultimo in ordine di tempo Fuorusciti. Memorie dell’esilio antifascista, Bonanno, 2025
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- L’intervento di Salvemini fu pubblicato in francese nel settimanale «Giustizia e Libertà» (Parigi) del 28 giugno 1935.
- Sul Congresso vedasi Il pericolo che ci raduna. Congresso internazionale degli scrittori per la difesadella cultura. Atti del Convegno promosso in occasione del cinquantenario dal Centre Culturel Française di Roma in collaborazione con il Goethe Institut di Roma e la Fondazione Istituto Gramsci, a cura di Anne-Marie Sauzeau Boetti, Milano, Franco Angeli, 1986.
- A differenza di questo volume, che bene illustra la stagione della cultura europea, e francese in particolare, in cui si colloca il Congresso internazionale ma non prende in considerazione l’intervento di Salvemini, puntuali riferimenti ad esso sono invece presenti in Per la difesa della cultura. Scrittori a Parigi nel 1935, a cura di Sandra Teroni, Roma, Carocci, 2002. Da segnalare in particolare i contributi di Giorgio Caredda, Il discorso antifascista in Francia; Enzo Collotti, Gaetano Salvemini: una “nota stonata”; Mariella Tinti Ladu, «Cet étrange congrès» sulla stampa coeva e nel ricordo di chi lo visse; Sandro Maxia, Che fare di Westminster?
- La questione dell’eredità culturale; Annamaria Laserra, Ideologie e retoriche al confronto. Di robusto impianto critico anche il successivo approfondimento d’analisi di Sandra Teroni, Difesa della cultura e problematico incontro tra culture: il Congrès internatioinal des écrivains pour la défensede le culture; in Seminario di Filologia francese. quaderno n. 19, aprile 2013.
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2] A 90 ANNI DAL CONGRESSO INTERNAZIONALE DEGLI SCRITTORI PARIGI GIUGNO 1935 – CRONACA DEL CONGRESSO
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