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Il prezzo della libertà

Ha fatto discutere molto la vignetta di Mannelli sulla Leopolda pubblicata dal Fatto Quotidiano. Per la maggioranza andava bloccata perché offensiva e di cattivo gusto.  Ma se vogliamo essere liberi dobbiamo avere la consapevolezza che talvolta il prezzo da pagare può essere alto.

di Luciano Pallini | 2 Dicembre 2021

“Strano posto è quello dove si legalizza l’uso della droga e si iniziano a ritenere illegali le opinioni. Libertà di drogarsi ma non libertà di espressione? Sarebbe così compiuto quel che vedeva un gran poeta come Baudelaire, contrario alla legalizzazione delle droghe: ci riducono a sudditi”: così ha scritto   Davide Rondoni, scrittore e commentatore,  sul Quotidiano Nazionale di martedì 30 novembre. Mettendo da parte la questione della droga, sulla quale bisognerà pure pronunciarsi, immagino che il riferimento alla libertà di espressione comprendesse anche la recente vignetta di Riccardo Mannelli sulla Leopolda discinta pubblicata su Il Fatto Quotidiano ed alla canea che si è scatenata sui social, nei quali in tanti si sono pronunciati  apertamente per la  censura,  sostenendo fosse giusto impedirne la pubblicazione,  mentre altri, non altrettanto numerosi,   l’hanno ritenuta scadente,  di cattivo gusto, collocata nel contesto sbagliato di un quotidiano generalista, senza tuttavia avere il coraggio di  sostenere il diritto a pubblicarla, per il legittimo esercizio del diritto alla libertà d’espressione, che trova i suoi limiti esclusivamente nel codice penale e nei reati in esso previsti. Di fronte ai nemici della libertà d’espressione è significativa la citazione di Baudelaire che fu   processato e condannato nel 1857  per la pubblicazione de I Fiori del Male, accusati di  “offendere la morale pubblica e il buon costume”[1]

Personalmente sono contro ogni forma di censura: contro i roghi di “arte degenerata”, contro i gulag o i manicomi per intellettuali che contestano il potere, nella convinzione che le opinioni si contrastano con opinioni, che niente c’è di peggio della  censura (e l’autocensura)  in nome del politicamente corretto che  diventa“  un’ingessatura o un’ossessione censoria”

Per tornare alla vignetta incriminata, ripropongo quanto scriveva nel 2016[2] Michele Serra, giornalista e scrittore satirico di grande notorietà, in riferimento ad una vicenda-fotocopia (stesso autore, stesso quotidiano, stesso bersaglio politico, non ho idea se nel frattempo Serra ha mutato opinione, mi piacerebbe che su questi giudizi si sviluppasse una discussione.

È bravo Mannelli, è volgare la sua vignetta?

Serra lo giudica “un eccellente disegnatore, nella deformazione “alla Bacon” della fisionomia umana è da sempre equanime, maschi e femmine, corpi di potere e non di potere. Più che volgare è, a volte, atrocemente ostile al genere umano”,  casomai ritiene un  quotidiano “medium troppo “generalista” per reggere l’urto di uno così”, ma questo attiene alla linea editoriale del quotidiano, Il Fatto Quotidiano vive di queste provocazioni, d’altronde non ci si ponevano tanti problemi quando  “La Repubblica”, pubblicava  in anni  lontani,  le vignette  – non proprio affettuose – di Forattini con Spadolini nudo ed il pisello piccolo piccolo.

Allora va tutto accettato?

Risponde Michele Serra che “ detto che è normale e lecito dire “che brutta vignetta”, così come capita di dire “che brutto articolo” o “che brutto progetto di legge”, poi dopo che cosa si dovrebbe fare, istituire
un Vaglio Ufficiale del buon gusto?”:
conoscendo l’Italia, le Regole Ufficiali del buon gusto per gli amici si interpreterebbero, ai nemici si applicherebbero ( mi intristiscono le regole sulla comunicazione istituzionale equa, sostenibile e condivisa siano esse dell’Unione Europea come della Toscana).

E allora come regolano i conti tra  di loro, satira e politica?

“Esiste una inesauribile ragione del contendere, tra satira e politica. È lecito offendersi, e sono insopportabili le pretese castali dei satirici di poter dire tutto su tutti senza pagare mai pegno: per i contenziosi rimediabili basta il tempo a cicatrizzare, per quelli irrimediabili ci sono i tribunali, il gioco, nelle comunità civilizzate, è questo. Non fa parte del gioco, invece, pretendere che la satira smetta di essere, quando le capita di esserlo, anche sgradevole, e farlo nel nome di una “correttezza politica” che andrebbe nominata solo quando occorre, per non renderla consunta e inutilizzabile”

Vogliamo ritornare alla censura, alle norme del buoncostume, a quelle che stabilivano quali film potevano andare nelle sale e quali no (Andreotti giovane vigilava..),  quelle che volevano dettare i comportamenti personali,  quelle cui si richiamava   nel 1950 un giovane deputato, poi assurto alla Presidenza della Repubblica, che in un affollato ristorante di Roma, dove una  signora si era  tolta un bolerino a causa del caldo rimanendo a spalle nude,   avrebbe attraversato la sala per gridarle: “E’ uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!”

Davvero vogliamo che Leopolda si rimetta il bolerino? E quel “passerotto”? Davvero lo lasciamo andar via?  Tradendo così l’invocazione di un cantautore popolarissimo?

[1] Solo il 31 maggio 1949 la Corte di Cassazione francese decise di riabilitare opere e memoria del poeta scomparso, revocando la condanna per oscenità ricevuta in vita da Baudelaire, tramite il procedimento di revisione e annullamento senza rinvio.[

[2] Da Spadolini a Boschi: la satira e il potere nudo, La Repubblica 11 agosto 2016. La vignetta riguardava le cosce di Maria Elena Boschi

 

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Pubblicato in : Redazionale

Info Luciano Pallini

Laureato in Economia e commercio all’università di Firenze con il massimo dei voti e la lode, Luciano Pallini è stato dal 1970 al 1975 responsabile dell’Ufficio studi del Comune di Pistoia. Qui, dal 1975 al 1988, ha ricoperto diverse cariche elettive. Già componente del consiglio di amministrazione dell’Irpet e della S.a.t. “Galileo Galilei” di Pisa, svolge da trent’anni attività di consulenza alle imprese e di ricerca economica. Attualmente svolge attività di coordinamento del Centro studi Ance Toscana e del Centro studi della Fondazione Filippo Turati. Presiede inoltre l’associazione E.s.t. (Economia società territorio) con la quale realizza progetti di sviluppo basati sulle risorse locali, in particolare i beni culturali.

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