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IL CREPUSCOLO DELLE CERTEZZE NEL DISORDINE GLOBALE

Trump non governa il caos, lo abita e lo accresce e i costi del disordine si socializzano su scala planetaria.

di Amedeo Lepore | 15 Aprile 2026

Il mondo vive in un’epoca convulsa di transizione e conflitti, che non può essere interpretata con gli strumenti di comprensione abituali. Pensando alla creatività del cinema e della letteratura, che spesso anticipano le analisi di un contesto in profonda metamorfosi, vengono alla mente diversi esempi di distopia. Nirvana di Gabriele Salvatores (1997) esplora lo smarrimento di chi si accorge che il proprio mondo non è quello che sembrava, trovandosi nella confusione incessante di oggettività e finzione. Dark City di Alex Proyas ha come protagonista un uomo che si sveglia senza ricordi in una città buia, scoprendo che ogni notte degli esseri misteriosi alterano la realtà, cambiando edifici, identità e vite delle persone. Sliding Doors di Peter Howitt racconta di realtà parallele che si invertono continuamente: pochi istanti soltanto possono determinare versioni dell’esistenza del tutto divergenti. In Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker una madre fedele al regime comunista della Germania Est cade in coma poco prima della caduta del Muro di Berlino.

Al suo risveglio, il figlio cerca di nasconderle, attraverso una simulazione del passato, la riunificazione tedesca e l’avvento del capitalismo, per proteggerla da uno shock fatale. Coherence di James Ward Byrkit mostra il passaggio di una cometa durante una cena tra amici, che, dopo aver perso conoscenza o essersi addormentati per brevi momenti, si ritrovano di fronte a uno sdoppiamento continuo della realtà, che muta a distanza di poche ore. Si potrebbe proseguire a lungo con i film, ma anche con i numerosissimi libri, spesso di “fantascienza”, che affrontano l’essenza del disorientamento di fronte a uno scenario in incalzante mutamento, il confronto tra vecchio mondo stabile e nuovo vacillante, l’illusione percepita o la manipolazione della realtà.

Il tempo attuale non è solo il prodotto di un’accelerazione inusitata di tutti i suoi principali fenomeni, dalla caduta degli equilibri geopolitici e del modello economico del Novecento alla riconfigurazione dell’organizzazione sociale e dei suoi valori. È anche il frutto di una ricorrente alternanza di scenari radicalmente diversi tra loro, di un’oscillazione caotica e inestricabile intorno a un crocevia della storia dell’umanità. Alla luce di questo doppio significato del nostro tempo, è possibile provare a capire anche la punta estrema di questa volatilità, rappresentata dalle conseguenze politiche ed economiche del trumpismo.

Donald Trump non è la causa di questa duplice rottura, ma ne è l’amplificatore più potente e il suo sintomo più evidente. Le sue scelte altalenanti — la guerra e il deal, i dazi e le esenzioni, le minacce agli alleati e le aperture agli avversari — si iscrivono nell’oscillazione strutturale di quest’epoca, intensificandola fino a renderla globalmente destabilizzante. Il caso più emblematico è la guerra contro l’Iran, avviata il 28 febbraio scorso con attacchi aerei congiunti USA-Israele durante trattative diplomatiche in corso e senza consultare gli alleati. L’Iran ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz, colpendo altri Paesi e provocando una grave crisi energetica, che richiama quella degli anni Settanta del secolo scorso.

L’amministrazione statunitense ha addotto giustificazioni molteplici e contraddittorie, come il pericolo nucleare imminente, la necessità di assalire per primi il nemico, l’occasione per eliminare la leadership di Teheran, rivelando l’assenza di una strategia coerente. Dopo circa sei settimane, il bilancio è desolante: il regime iraniano si è consolidato, i vincitori parziali sono apparsi Cina e Russia e il costo militare americano ha già superato i 18 miliardi di dollari. L’ondeggiamento ha poi raggiunto l’apice nelle proposte sul dopoguerra: Trump ha suggerito una “joint venture americano-iraniana” per riscuotere pedaggi nello Stretto, mentre il giorno prima minacciava di distruggere la “intera civiltà” di Teheran.

Guerra totale, poi offerta di accordo, poi nuove minacce, poi cessate il fuoco, ora blocco navale: questo schema reiterato non è un’improvvisazione, è, al contrario, un metodo che usa il caos come leva negoziale. Sul fronte economico il quadro è altrettanto contraddittorio. La crescita USA del 2025 si è attestata al 2,1% medio annuo contro il 2,9% del 2023 e il 2,8% del 2024, con una creazione di soli 15.000 posti al mese. I dazi — il più grande aumento fiscale in percentuale del PIL dal 1993 — hanno sconvolto gli scambi globali e causato forti oscillazioni nei mercati, senza rilanciare la manifattura americana né ridurre il deficit commerciale.

Geopolitica ed economia sono accomunate da un’unica logica, che Stacie E. Goddard e Abraham Newman definiscono “neo-royalism”: la revoca dei due pilastri dell’ordine liberale, cioè la sovranità reciproca degli Stati e la primazia del diritto come limite al potere. L’incertezza organica massimizza il potere contrattuale di chi la genera, al prezzo di erodere le basi fiduciarie del sistema internazionale. Sulla NATO, Trump ha dichiarato l’alleanza “una tigre di carta”, con grande soddisfazione di Mosca.

La Cina, intanto, si serve del controllo sulle terre rare come leva strategica e insegue il primato nell’intelligenza artificiale. Il rischio maggiore non è che Trump sbagli una singola mossa. È che il sistema internazionale non regga il peso di questa volatilità abbastanza a lungo da permettere una transizione ordinata. Siamo in un interregno: il vecchio assetto sta morendo, ma il nuovo non riesce ancora a nascere.

In questo spazio intermedio, Trump non governa il caos, lo abita e lo accresce. E i costi del disordine si socializzano su scala planetaria, pagati da chi non ha avuto voce in capitolo nelle scelte che lo hanno generato. Del resto, non è detto che i fenomeni in atto abbiano uno sbocco univoco: il bivio può essere imboccato come in Ungheria, dove, nonostante l’intervento di Trump con Vance (e l’avallo di Putin), si è tornati a percorrere la strada dell’Europa.

Da: IL MATTINO

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Pubblicato in : Apertura, Esteri, Politica

Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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