C’è un punto della vicenda che ha coinvolto il dottor Guido Oppido che, al di là delle responsabilità individuali che saranno accertate nelle sedi competenti, dovrebbe inquietare tutti: da oggi in poi, chi avrà ancora il coraggio di assumersi responsabilità cliniche estreme? E la domanda non riguarda un singolo medico bensì l’intero sistema sanitario.
La vicenda Oppido è diventata un orribile caso mediatico, emotivo, politico, sociale, un caso in cui la discussione pubblica ha anticipato, e talvolta “sostituito”, il lavoro della magistratura, un caso in cui il dibattito si è trasformato in un’arena, dove ogni parola è stata amplificata, ogni gesto interpretato, ogni scelta clinica “giudicata” prima ancora di essere compresa ( persino da qualche politico all’arrembaggio).
Ma sappiate che quando la medicina finisce in un’arena, la medicina stessa cambia.
Per decenni abbiamo celebrato i medici che “osano”, che tentano l’impossibile, che affrontano interventi estremi pur di dare una possibilità in più a un paziente.
Li abbiamo chiamati pionieri, innovatori, eroi !
Ricordate il Covid ad esempio? Io stesso mi ammalai nell’esercizio del mio lavoro ospedaliero e rischiai di morire dopo 24 giorni di ricovero in terapia subintensiva al Cotugno. Oggi, dopo settimane di esposizione mediatica, accuse preventive, processi paralleli e ricostruzioni tecniche affidate ai social, è legittimo chiedersi: chi vorrà ancora essere un pioniere? Chi accetterà di operare un bambino in condizioni disperate, sapendo che, se l’esito sarà tragico, il giudizio arriverà prima dai commenti online che dalle perizie? Chi si prenderà la responsabilità di una decisione clinica complessa, sapendo che ogni dettaglio potrà essere estrapolato, semplificato, travisato?
La medicina difensiva non è un rischio: è già una realtà !
La medicina difensiva nasce quando il medico non pensa più solo al paziente, ma anche, e talvolta soprattutto, alle conseguenze legali, mediatiche e reputazionali delle proprie scelte.
È tutto ciò significa per il medico :
1. fare solo ciò che è scritto
2. evitare ciò che è rischioso
3. rinunciare a ciò che è innovativo
4. attenersi a protocolli rigidi anche quando la clinica richiederebbe flessibilità
5. documentare ogni gesto più di quanto lo si esegua
È questa è una medicina che non cura ma che si si protegge e quando la medicina si protegge, a essere meno protetto è il paziente.
Ogni volta che un caso clinico complesso viene trasformato in un processo pubblico prima ancora che giudiziario, il messaggio che arriva ai professionisti è chiaro : “Non rischiare. Non esporti. Non decidere. Non fare più del minimo indispensabile.” e così, lentamente ma inesorabilmente, i trapianti pediatrici diventeranno più rari, gli interventi ad alto rischio verranno evitati, i casi complessi saranno rifiutati, i medici più esperti si allontaneranno dalle specialità più delicati, i giovani colleghi non sceglieranno più percorsi ad alta responsabilità ma avremo sempre più un mare di giovani medici impauriti e con ambizioni monche e magari sempre più orientati su discipline meno rischiose ( e persino più remunerative tipo filler e botox…tanto oggi va pure di moda ! ) e tutto ciò non certo per mancanza di competenza ma per una giustificata ragione : per “paura” !
La medicina difensiva ha un volto preciso, e si chiama “la carta”.
Più moduli, più firme, più protocolli, più check-list, più verbali, più documenti e tutto ciò non certo per migliorare la cura, ma semmai per dimostrare un domani di aver fatto tutto “secondo procedura”.
Ma il medico così perde il suo vero ruolo , quello sancito dal famoso giuramento di Ippocrate e diventa semplice burocrate, la cura diventa adempimento, la decisione clinica diventa un rischio da evitare.
Il vero danno ? Semplice , la perdita di fiducia perché se c’è una cosa che vicenda Oppido ha mostrato è stato quanto sia fragile il rapporto tra sanità e opinione pubblica e quanto sia facile trasformare un caso complesso in una narrazione binaria: colpevole/innocente, eroe/mostro, vittima/carnefice.
Ma la medicina non è binaria, la medicina è fatta di sfumature, di incertezze, di scelte difficili, di margini di rischio inevitabili e quando la società dimentica questo, la medicina si ritrae.
Ho sempre pensato che la colpa di tutto ciò fossero i social. Ma non è solo colpa dei social, non è solo colpa dei media, non è solo colpa della politica o degli avvocati.
È “un clima”, un clima che abbiamo contribuito tutti a creare e che ora rischia di produrre un effetto devastante, e cioè una sanità più timorosa, più rigida, più burocratica, meno capace di salvare vite perché la vera vittima, alla fine, sarà il paziente !
Se un giorno un bambino non verrà operato perché “troppo rischioso”, se un medico non tenterà un intervento innovativo per paura di finire in un video social virale,se un chirurgo esperto lascerà la sala operatoria per non essere travolto da un processo mediatico, se un giovane specializzando rinuncerà alla cardiochirurgia pediatrica per timore delle responsabilità,allora avremo perso tutti e non per colpa di un singolo caso, ma per il modo in cui lo abbiamo trattato.
La vicenda Oppido non è solo una storia giudiziaria ma è uno specchio, uno specchio che ci mostra cosa accade quando la medicina viene giudicata prima di essere compresa, quando la complessità viene ridotta a slogan, ad insulti, ad epiteti fino all’istigazione al suicidio, quando la responsabilità clinica viene trasformata in colpa presunta.
Se non impariamo da questa vicenda, la medicina del futuro sarà sempre più una medicina che non rischia più e una medicina che non rischia più è una medicina che salva sempre meno.
La domanda da farci allora non è “cosa accadrà ai medici?” ma “cosa accadrà ai pazienti?”
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AUGURI!
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