Bormio, giovedì 12 febbraio. Poco prima dell’inizio della prima manche dello skeleton, un ragazzo percorre l’ultimo tratto della pista per raggiungere l’uscita della zona gare. La sua Olimpiade è finita ancor prima di iniziare, la sua espressione comunica la tristezza serena di chi è consapevole di aver fatto la scelta giusta.
Vladyslav Heraskevych avrebbe potuto giocarsi un posto sul podio, puntava al bronzo con buone speranze, ma piuttosto che rinunciare a indossare il casco su cui aveva riprodotto i volti di diversi atleti suoi connazionali vittime dell’aggressione russa, in memoria dei seicentocinquanta atleti e allenatori ucraini morti dall’inizio della guerra su larga scala.
Non chiedeva di poter sventolare bandiere o leggere comunicati, non si trattava di manifestare in gara le proprie convinzioni politiche o religiose, voleva solo gareggiare indossando quel casco. Ma i sepolcri imbiancati del Comitato Olimpico Internazionale da Losanna hanno fatto sapere che il loro “no” – che, detto tra di noi, evoca un po’ troppo un “niet” – non ammette discussioni.
Ma è sempre andata così? Non proprio, ne dà conto un breve articolo di Eugenio Trevissoi, sul sito della Gazzetta dello Sport che prende in considerazione alcuni casi esemplari (Dai pugni di Smith e Carlos al casco di Heraskevych: quando Olimpiadi e politica si incontrano). Forse Losanna è sì vicina a Milano e a Cortina ma troppo lontana da Bucha e Irpin, Tra le Alpi svizzere non si sentono le urla dei civili torturati e uccisi, le sirene, il rumore delle bombe, il pianto dei bambini rapiti e avviati ai programmi di russificazione. Certo non è lontano dal vero Francesco Battistini quando constata come anche in questa occasione “com’è spesso, se si tratta di solidarizzare con L’Ucraina, cala il silenzio degli indecenti” (No al casco della memoria degli atleti ucraini. L’occasione persa dal Cio, Corriere della Sera, 11/02/2026).
Le immagini del giovane atleta e del di quel suo casco, non sono più solo cronaca o storia dello sport, sono storia senza ulteriori aggettivazioni perché nel momento in cui Vladi, depennato dalla start list, abbandonava il campo di gara entrava con pieno diritto nell’albo d’oro di coloro che hanno pagato di persona il rifiuto di separare lo sport dall’affermazione di valori e diritti non negoziabili.
La sua scelta, il suo atteggiamento, le sue parole, le sue lacrime e il suo “preferirei di no” finale sono una grande testimonianza di coerenza e dignità offerti in mondovisione e la dimostrazione che il cuore di ogni ucraino, ovunque si trovi, batte sempre in piazza dell’Indipendenza dove prese vita l’Euromaidan, il movimento che si chiama anche, e non per caso, Rivoluzione della Dignità.
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MARCIA DELLA LIBERTÀ
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