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USA: PIANO DI PACE PER GAZA AL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU

La bozza americana per il Consiglio di Sicurezza prevede la smilitarizzazione della Striscia e il “decomissioning” delle armi in possesso di Hamas e degli altri gruppi terroristici presenti a Gaza.

di Marco Mayer | 7 Novembre 2025

L’attuazione della seconda fase del piano di pace di Trump è imminente.

Oggi gli Stati Uniti hanno presentato una bozza di risoluzione   al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che prevede il dispiegamento di una forza multinazionale (International Stabilization Force-ISF) nella Striscia di Gaza nonché le altre misure previste dai venti punti del piano per Gaza presentato dal Presidente Donald Trump.

Questo testo è stato discusso ieri a New York in un incontro a cui hanno partecipato i dieci membri non permanenti del UNSC nonché l’Egitto, il Qatar, l’Arabia Saudita la Turchia e gli Emirati.

Non si conoscono, invece, ancora le posizioni della Cina e della Russia che hanno ciascuna il diritto di veto e che – è bene ricordarlo – anche dopo il 7 ottobre hanno continuato ad ospitare come se niente fosse successo delegazioni ufficiali di Hamas nei loro rispettivi Ministeri degli Esteri.

La bozza americana per il Consiglio di Sicurezza prevede la smilitarizzazione della Striscia e il “decomissioning” delle armi in possesso di Hamas e degli altri gruppi terroristici presenti a Gaza.

Il termine decomissioning” fu usato per il celebre accordo in Irlanda del Nord ed indica lo smantellamento e la disattivazione degli armamenti e talora il disarmo.

L’uso di questo termine ha prodotto qualche preoccupazione sulla stampa israeliana come testimonia il pezzo di Yenetnews intitolato ” Disarm or decommission?”   

https://www.ynetnews.com/opinions-analysis/article/hy4nhkyy11e

Non c’é dubbio che (al di là delle armi nascoste nei tunnel dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre scorso come peraltro accade sempre in casi analoghi) il disarmo di Hamas sia il nodo politico più importante e più complicato da sciogliere.

A differenza della missione UNIFIL II in Libano nel testo della risoluzione la ISF ha la possibilità di autorizzare l’uso della forza ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni.

Tuttavia è difficile trovare Stati disposti da usare la forza per disarmare Hamas.

Il dilemma pare essere emerso con chiarezza anche il 3 novembre a Istanbul nell’incontro tra i Ministri degli Esteri Emirati, Qatar, Giordania, Arabia Saudita, Pakistan e Indonesia. 

In questo ambito la nazione più “interventista”  è apparsa la Turchia – che sul suo impegno cerca sostegni a Washington – ma che è proprio il paese meno gradito ad Israele, ma anche all’Egitto (perché costituisce insieme al Qatar, ed in parte del Sudan una sponda importante per i Fratelli Musulmani).

Secondo alcune indiscrezioni l’Arabia Saudita – a differenza della Turchia – sarebbe viceversa favorevole ad una presenza militare limitata e poco più che simbolica dei paesi islamici nelle operazioni di stabilizzazione di Gaza.

Qualcosa di analogo accade per la governance transitoria di Gaza. 

Turchia e Qatar spingono per un coinvolgimento indiretto di Hamas, prospettiva a cui invece gli altri paesi arabi sarebbero decisamente contrari.

Comunque la si pensi sulle politiche di Donald Trump la sua iniziativa di pace ed il cessate il fuoco del 10 ottobre hanno rappresentato un passo molto positivo per Gaza.

Finalmente dopo due anni di assoluto stallo la macchina diplomatica si è rimessa in moto.

A questo punto il problema sono i tempi perché la delicatissima situazione sul terreno impone di accelerare gli sforzi negoziali.

In questo   momento esistono due emergenze.

La prima è la riorganizzazione ed il riarmo di Hezbollah nel sud del Libano. 

Il presidente del Libano Joseph Aoun ha dichiarato che l’esercito non è in grado di disarmare le milizie di Hezbollah e ciò aumenta i rischi di escalation.

La seconda emergenza è a Gaza. Nella parte di Rafah ancora controllata dalle forze israeliane sono intrappolati in un tunnel circa 200 terroristi di Hamas. 

Secondo Al Arabya i mediatori egiziani hanno proposto che essi consegnino tutte le armi di cui sono in possesso all’Egitto e che siano successivamente trasferiti nella parte di Gaza non controllata da Israele in applicazione dell’amnistia prevista dal pano di pace di Trump.

https://english.alarabiya.net/News/middle-east/2025/11/06/mediators-propose-deal-to-get-hamas-fighters-out-of-gaza-s-israeli-zone-sources-say

La vicenda è molto complessa perché da un alto potrebbe rappresentare il primo atto di disarmo di Hamas, una sorta di azione pilota; dall’altro non ci sono garanzie che il piano di disarmo decolli veramente anche perché sin dall’inizio Hamas si è detto contrario.

Si tratta di una materia di cui i Ministri dell’ultradestra Smotrich e BenGvir non vogliono neppur sentir parlare,

https://www.jpost.com/israel-news/politics-and-diplomacy/article-872802,

viceversa è uno dei terreni su cui le diplomazie a partire dagli USA sono alacremente al lavoro. Al momento Hamas ha restituito 22 corpi sui 28 che avrebbe dovuto consegnare in 72 ore e ci ha messo quasi un mese utilizzandoli in modo vergognoso come carta negoziale. Ma al di là di questo il Primo Ministro Benjamin Netanyau – Smotrich o non Smotrich – dovrà decidere il che fare perché’ la vicenda dei miliziani di Hamas intrappolati nel tunnel rappresenta una sorta di anteprima delle decisioni che Israele dovrà assumere non appena inizierà la fase 2 del piano. 

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Pubblicato in : Esteri

Info Marco Mayer

docente al Master In Cybersicurezza di LUISS Guido Carli e al Cyber Defence della Scuola:di Telecomunicazione del Ministero della Difesa in partnership con
Università di Modena e Reggio Emilia

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