LA MIA RIFLESSIONE DA PEDIATRA
Se un tredicenne pianifica nei dettagli l’omicidio della propria insegnante di francese come in una scena di un film è lecito continuare a ignorare il ruolo dei social media nella formazione morale e psicologica dei nostri ragazzi?
La prima considerazione da fare è che Il linguaggio della violenza è diventato oramai virale e il linguaggio è sempre il primo specchio di una civiltà, e quello che i social media hanno normalizzato negli ultimi dieci anni, è solo una grammatica dell’odio, dell’insulto e della minaccia, tutte cose che un tempo sarebbero rimaste confinate ai margini più bui della società mentre oggi sono al centro del feed di un tredicenne.
I commenti che leggiamo sui social sotto qualunque contenuto, sportivo, politico, musicale, persino educativo, traboccano di inviti alla morte, di epiteti degradanti, di fantasie di violenza descritte con la stessa nonchalance con cui si ordina una pizza.
L’insulto, quindi, non è più l’eccezione ma è lo stile comunicativo dominante e se il linguaggio forma l’essere umano allora l’adolescente di oggi si forma nell’abitudine alla brutalità. Un ragazzo di tredici anni che scrive su un foglio i passi per eliminare un’insegnante non ha inventato nulla ma ha semplicemente tradotto in azione concreta ciò che ogni giorno legge, vede, subisce e replica sui social e il passo successivo tra la minaccia e il piano della realtà non è un salto ma una scivolata graduale su un piano già inclinato.
Da pediatra metto in guardia ogni giorno i genitori sul limitare e controllare l’uso di telefonini ai loro figli: il rischio reale che ho intravisto è quello che i ragazzi finiscono col confondere la realtà col virtuale e finire col riconoscere come “unica realtà” quella dei social perché la violenza verbale online oggi non è più uno sfogo ma è “pedagogia involontaria” che insegna che distruggere l’altro è normale, che la ferocia è potere, che chi non colpisce è “un perdente”.
È stato di recente stabilito un profilo psicologico ricorrente nel fenomeno degli haters online, ed è quello di individui, spesso giovani, spesso soli, che vivono una profonda frustrazione sociale, alimentata da aspettative irrealistiche costruite proprio dai social media. Attraverso i social essi vedono vite perfette, corpi perfetti, successi immediati. Poi si guardano allo specchio e trovano inadeguatezza e così l’odio diventa la loro compensazione mentre l’insulto, la minaccia, la “gogna virtuale” sono la rivalsa di chi si sente impotente e la tastiera è lo schermo fisico e psicologico che consente ciò che la presenza reale non permetterebbe.
L’anonimato infatti abbassa la soglia dell’inibizione morale mentre l’assenza dell’interlocutore in carne e ossa elimina l’empatia immediata che il volto dell’altro genera.
La ricerca psicologica contemporanea ha infatti dimostrato come l’anonimato e la distanza fisica producano in rete comportamenti che gli stessi soggetti non attuerebbero mai in presenza. Non si tratta di mostri: si tratta di “persone normali” ma che agiscono in un contesto che rimuove i freni morali e quando questo contesto viene vissuto quotidianamente da un adolescente nella fase più critica della formazione identitaria, il risultato non può che essere una personalità che confonde aggressività con assertività, sopraffazione con leadership, visibilità con valore.
Il ragazzo di tredici anni sapeva perfettamente di non potere essere giudicato e che in Italia, la non imputabilità penale sotto i quattordici anni, è assoluta, nessuna pena, nessun processo. Questa consapevolezza, ricavata attraverso i social, ha fatto parte del suo piano: l’impunità non era quindi un effetto collaterale ma una variabile calcolata.
Forum, gruppi privati, canali Telegram pullulano infatti di contenuti che spiegano, con precisione quasi giuridica, cosa si può fare senza conseguenze penali a certe età e così l’informazione distorta o strumentale diventa strumento di pianificazione.
Ma il problema non è solo giuridico ma soprattutto culturale. Una società che non riesce a far percepire conseguenze, sociali, morali, relazionali, ai propri giovani, delega tutto al Codice penale e quando il Codice penale non raggiunge, rimane il vuoto, un vuoto che i social media riempiono con il contrario dell’etica, col culto dell’impunità, col rispetto per chi «l’ha fatta franca».
Uno dei meccanismi più pericolosi innescati dall’ecosistema dei social media è l’emulazione. La piattaforma premia, con like, condivisioni, visualizzazioni, i contenuti estremi e l’algoritmo non ha mica una coscienza ma amplifica ciò che i giovani guardano e che genera in loro reazione emotiva.
E la violenza, il trasgressivo, lo scandaloso generano sempre più reazione del bello, del costruttivo, del riflessivo e il cui risultato è un “effetto contagio” ben noto anche nella letteratura il cosiddetto “Werther effect”(dal celebre romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther la cui pubblicazione fu seguita da un’ondata di suicidi per imitazione tra i giovani europei).
I fatti di cronaca degli ultimi anni restituiscono questo schema con precisione: challenge violente virali su TikTok, sequenze di accoltellamenti giovanili in diverse città europee con caratteristiche quasi identiche, episodi di bullismo estremo ripresi e condivisi. Non si tratta più di coincidenze geografiche ma di contenuti che migrano da uno schermo all’altro e trovano, in adolescenti con strutture psicologiche fragili, terreno fertile per la traduzione in atto.
I social media hanno trasformato l’identità in un prodotto da vendere e così ogni profilo diventa un brand e ogni post una campagna pubblicitaria è per i ragazzi che attraversano la fase più vulnerabile della costruzione della loro personalità matura questa logica diventa devastante perché il loro valore personale viene misurato in follower, reaction e visualizzazioni e quelli che non riescono a costruirsi una «narrazione vincente» cercano altri spazi di visibilità e spesso li trovano nella provocazione, nella violenza performativa, nella radicalità e così l’esistenza autentica è sostituita dalla sua rappresentazione.
Per un adolescente del 2025, non essere visto equivale a “non esistere” e per essere visto, molti giovani sono disposti a fare qualunque cosa per cui persino la documentazione e la pubblicizzazione dell’azione violenta diventano parte integrante dell’atto stesso. Non basta compiere quel delitto (o ogni altra azione) ma “bisogna farlo vedere” e così i video dei pestaggi condivisi su WhatsApp, le foto delle armi postate su Instagram, i racconti devi soprusi esibiti come trofeo su TikTok. La violenza che alla fine non è più solo violenza ma contenuto e questo sdoppiamento, cioè agire e poi esibirsi nell’azione, attraverso i social introduce una dimensione narcisistica e spettacolare nel crimine che le generazioni precedenti ai social non conoscevano.
La cronaca recente è piena di episodi in cui il reato era inseparabile dalla sua documentazione: gli episodi di violenza sessuale ripresi dai perpetratori stessi, le risse scolastiche filmate dai compagni, le umiliazioni orchestrate per il montaggio video. In questi casi, l’obiettivo non è solo colpire la vittima: è costruire una reputazione, ottenere un riconoscimento nel gruppo, guadagnarsi uno status nell’economia dell’attenzione digitale e così la vittima non è più solo una persona ma un personaggio nel contenuto altrui e questa disumanizzazione, questa riduzione dell’altro a elemento narrativo, è credo il segno più inquietante della colonizzazione algoritmica della psicologia giovanile.
Il problema più grosso è che al centro di tutto c’è una distorsione dei valori.
I giovani crescono in un ambiente dove la misura del proprio peso nel mondo è quantitativa e pubblica: <<quanti mi seguono? Quanti mi mettono like? Quante volte sono stato condiviso? >>.
Questa metrica, completamente estranea a qualunque tradizione pedagogica, etica o filosofica, è diventata oggi il principale criterio di autostima per milioni di adolescenti.
La psicologia dello sviluppo ci dice che l’adolescenza è il periodo in cui si forma il senso del sé in relazione agli altri. Essa è una fase fisiologicamente vulnerabile all’influenza del gruppo e mentre in passato, anche nel mio, questo gruppo era fisico, conoscibile, limitato oggi invece è globale, anonimo e operativamente crudele e se pensate che i meccanismi di popolarità digitale oggi sono progettati dalle piattaforme per massimizzare il tempo di permanenza e non per tutelare la salute mentale degli utenti dovremmo riconoscere addirittura una corresponsabilità e addirittura punibilità di chi sta dietro la progettazione di queste piattaforme digitali.
Il risultato è quello di una generazione che non sa distinguere tra approvazione e amore, tra popolarità e rispetto, tra visibilità e valore. Un ragazzo capace di pianificare un omicidio, e di farlo con lucidità, potrebbe essere paradossalmente anche un ragazzo che cerca disperatamente di essere qualcuno e a cui nessuno, nessuna piattaforma, nessun algoritmo, nessun feed, ha mai detto cosa significhi davvero “valere”.
La risposta possibile? Non ne ho di certe ma l’esempio australiano rappresenta un tentativo cosciente di arginare questa deriva.
Nel novembre 2024 l’Australia ha infatti approvato una legge storica che vieta ai minori di sedici anni l’accesso ai social media, con responsabilità sanzionatorie in capo alle piattaforme, non ai genitori, non agli utenti, con multe fino a 50 milioni di dollari australiani per le violazioni sistemiche. Il Primo Ministro australiano ha dichiarato che i social media stanno «causando un danno sociale reale ai nostri figli».
E si badi bene, questa non è una legge moralista ma una legge di salute pubblica con lo stesso spirito con cui si vieta la vendita di alcolici e tabacco ai minorenni e questo non perché siano intrinsecamente malvagi ma perché il cervello in sviluppo non è ancora equipaggiato per gestirne l’impatto! Quella legge riconosce che i social media, così come sono progettati oggi, costituiscono un rischio per lo sviluppo psicologico dei minori.
L’Italia dovrebbe avere il coraggio di percorrere la stessa strada. Non si tratta di censura, né di paternalismo ottuso. Si tratta di riconoscere che esiste una responsabilità collettiva nei confronti delle generazioni future. Le piattaforme digitali sono industrie progettate da ingegneri e psicologi per massimizzare la dipendenza: affidarsi alla loro «responsabilità volontaria» è come affidare la vigilanza sul fumo ai produttori di sigarette.
Servono leggi chiare, sanzioni reali per le piattaforme, educazione digitale obbligatoria nelle scuole e soprattutto una cultura sociale che smetta di trattare lo smartphone e i social come “diritti inalienabili del bambino” e ricominci a trattarli per quello che sono, e cioè strumenti potentissimi che richiedono maturità per essere gestiti.
Quando vedo un genitore che, per zittire un bambino piccolissimo gli infila in mano il telefonino sento un brivido di sdegno professionale. È come assistere a una resa educativa.
E quando gli stessi genitori mostrano con orgoglio i figli sui social, come fossero trofei, capisco quanto abbiano essi smarrito il senso del limite.
Allora, anche a costo di apparire scomodo, glielo dico con fermezza guardandoli negli occhi: «un bambino non ha bisogno di uno schermo né di essere esibito ma ha bisogno di voi, della vostra costante presenza, di protezione non di esposizione. Il telefono non è un diritto del bambino ma una vostra responsabilità altrimenti sarete complici del suo fallimento !!!»
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