C’è qualcosa di poeticamente assurdo nel movimento Pride contemporaneo, un movimento nato per difendere la libertà sessuale ma oramai trasformatosi definitivamente in un banale e grottesco corteo propagandistico della sinistra dove sfilano, dietro la Shlein, Bonelli &Co, bandiere di culture che quella libertà addirittura la vietano, la reprimono e la puniscono. Niente di più retorico e idiota.
Questo della sinistra è infatti un capolavoro di incoerenza che solo certa sinistra poteva rivendicare con orgoglio.
Una volta il Pride era una semplice e giustificata rivendicazione di libertà, diritti, dignità mentre oggi è diventato un “congresso politico itinerante” dove si parla di Palestina, colonialismo, resistenza, anticapitalismo, salari, pensioni e, se poi avanza tempo, anche un pò di diritti LGBTQ+.
La CGIL, Shlein e Bonelli aprono la parata, i propal chiudono il corteo.
E gli omosessuali?
Ah già, quelli, ridotti a comparse, semplici accessori a corredo, decorazioni utili per la scenografia che serve solo a strumentalizzare politicamente ai fini elettorali una parte della società.
Il paradosso supremo alla fine è quello di una sinistra che difende e porta in piazza culture che, nei loro Paesi vietano il Pride, criminalizzano l’omosessualità, puniscono la diversità con la prigione o la morte, segregano le donne, censurano la libertà di espressione, reprimono ogni forma di autodeterminazione e tutto questo mentre sfilano con slogan tipo “Love is Love”, “Diritti per tutti”, “Inclusione”.
Ma inclusione di chi?
Di culture che, se avessero potere, il Pride lo vieterebbero per legge?
Quale capolavoro di ipocrisia e di stupidità poteva essere più surreale di questo? La sinistra che difende i suoi carnefici con un risultato che alla fine resta solo tragicomico, difendendo chi, nella propria cultura, considera gli omosessuali un bersaglio da eliminare, giustificando chi, nei propri Paesi, li perseguita, coccolando chi, se potesse, cancellerebbe proprio la libertà che il Pride celebra (un po’ come vedere un vegano che sfila con la pubblicità del salumificio o un ambientalista che marcia con l’oleodotto o un pacifista che sfoggia il catalogo delle armi 😂)
Ma il dramma maggiore è il silenzio dell’Occidente, quello dei diritti, delle libertà, della laicità, che resta zitto, che si scusa, che si autocensura, che si inginocchia davanti a culture che non ricambiano né rispetto né tolleranza.
Dov’è finito l’Occidente che difendeva i suoi valori?
Dov’è finita la libertà come confine invalicabile?
Dov’è finita la capacità di dire:
“Questa cultura non è compatibile con i nostri diritti”?
Perché la verità è che il Pride non è un teatro ideologico ma un movimento che dovrebbe difendere chi è vulnerabile e non diventare invece il palcoscenico di chi, altrove, li perseguita.
Non può essere la sfilata di chi considera la diversità un crimine.
Non può essere la passerella di chi, nei propri Paesi, mette in prigione chi ama una persona dello stesso sesso. Non può essere il manifesto di una sinistra che dice di difendere i diritti per poi difendere culture che quei diritti li cancellano, che dice di proteggere gli omosessuali e poi porta in piazza chi, nei propri Paesi, li condanna, che dice di combattere l’odio per poi abbracciare chi considera la libertà occidentale un peccato.
Il Pride è diventato un ridicolo e grottesco arcobaleno con il manuale di istruzioni della Sharia e la sinistra applaude, convinta di aver fatto un gesto progressista.
L’Occidente merita di meglio.
E soprattutto: merita di ricordarsi chi difende davvero la libertà… e chi la usa solo come slogan perché, come dice Tommaso Cerno, la libertà non è una ideologia bensì un limite invalicabile.
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