Ci fu un tempo in cui la Toscana, e Firenze in particolare, seppe essere una delle locomotive economiche e culturali d’Europa: sotto i Medici, banche, manifattura e commercio alimentarono uno sviluppo fondato sull’ambizione, sull’ingegno e sulla capacità di guardare lontano. Oggi, in un’epoca segnata troppo spesso dalla mediocrità e dalla poca ambizione politica, dovremmo riscoprire proprio quell’audacia e quell’intelligenza dei nostri antenati.
Per questo parlare di reindustrializzazione è già un errore: in Toscana dovremmo parlare di nuova industrializzazione. Il terziario e il turismo rappresentano una parte fondamentale della nostra economia, ma non possono essere l’unico orizzonte se vogliamo tornare tra le regioni locomotive del Paese.
Servono due binari destinati a incontrarsi: infrastrutture e sistema produttivo. Senza collegamenti moderni e capillari non si attraggono investimenti: non è accettabile che per andare da Firenze a Grosseto servano ore e almeno un cambio di treno. E la tanto evocata area metropolitana fiorentina non può restare uno slogan da convegni e salotti politici. Gli investitori hanno bisogno di spazi produttivi, merci che possano circolare e lavoratori che possano raggiungere facilmente il proprio posto di lavoro.
L’altro binario è rappresentato dai nostri settori produttivi, che oggi non possono essere considerati semplicemente come tante eccellenze isolate. Abbiamo bisogno di trasformare piccoli poli spesso slegati tra loro in un vero sistema industriale regionale, individuando filiere strategiche, mettendole in rete e accompagnandole con infrastrutture, formazione e una pianificazione urbanistica adeguata.
A Prato, ad esempio, il tessile deve tornare a essere una filiera in cui il valore e la capacità decisionale tornino in mano ai pratesi, rafforzando imprese, competenze e innovazione. Sulla costa serve invece una strategia complessiva per il comparto nautico, che non ragioni per singoli territori ma metta in rete i principali porti e distretti, da Livorno a Viareggio, fino a Massa, creando una filiera capace di competere a livello nazionale e internazionale.
E la manifattura non può essere separata dalla formazione. Se vogliamo imprese più forti dobbiamo costruire competenze adeguate ai nuovi processi produttivi, collegando maggiormente scuola, università e imprese e investendo con decisione negli ITS e nell’alta formazione tecnica, così da offrire ai nostri giovani percorsi qualificati e alle aziende le professionalità di cui hanno bisogno.
Un esempio della miopia con cui affrontiamo lo sviluppo è proprio la gestione dei rifiuti. Mentre in Emilia-Romagna il ciclo dei rifiuti è stato trasformato anche in una filiera industriale ed economica, in Toscana continuiamo troppo spesso a considerare gli impianti come un problema da evitare, anziché come una possibile infrastruttura industriale. Così non trasformiamo un costo in una risorsa, perdiamo investimenti e lasciamo che valore economico e occupazione si sviluppino altrove.
Il problema è anche politico: si preferisce distribuire le risorse un po’ a tutti, invece di scegliere poche priorità strategiche e finanziarle davvero. Mille piccoli progetti, spesso incapaci di produrre effetti strutturali, sono più facili da spendere e politicamente meno rischiosi di una grande scelta di sviluppo. È la logica del consenso immediato che sacrifica la visione di lungo periodo.
La Toscana, invece, ha bisogno di tornare a scegliere, progettare e investire. Dobbiamo smettere di considerare le nostre eccellenze come isole e costruire un sistema produttivo regionale capace di collegare territori, imprese, infrastrutture e formazione.
Viaggiamo a una velocità troppo bassa rispetto alle nostre possibilità. E il prezzo più alto di questa miopia rischiano di pagarlo i nostri giovani, costretti a cercare altrove le opportunità che qui non siamo più capaci di creare.
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