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“QUALE FUTURO PER IL CENTRO STORICO DI PISTOIA”, INTERVENTO ARCH. IRENE PINI

Pistoia è una città chiusa nelle sue mura e nel suo pensare, ad esempio le ville Sbertoli con l’idea obsoleta di recuperarle periranno su sé stesse.

di Irene Pini | 9 Maggio 2026

Le domande ritengo sono più importanti delle risposte.

Come mi immagino e come desidero Pistoia, il suo centro storico come stato d’animo, desiderio paura, luogo dell’anima ed identità di una comunità?

Pistoia è una città chiusa nelle sue mura e nel suo pensare.

Diciamo la verità gli ultimi decenni non hanno partorito una evoluzione di città, qualche sprazzo qui e lì più come risultato di qualche dipendente pubblico con voglia di fare, segno che le idee quando sono buone non hanno un colore politico e quando sono brutte sono di tanti colori.

La città è un luogo identitario sia individuale che collettivo, fatto di sogni e di frustrazioni, aspettative e discussioni.

Ma alla nostra città manca o forse è sempre mancato un progetto del futuro , progettare significa scelta ed esporsi, mentre i politici non si espongono mai nettamente e si sa i progetti con le mezze misure sono già perdenti in partenza.

Pistoia sembra come una delle tante città descritte da Calvino delle “Città invisibili” oserei dire “Zobeide” che nasce da un sogno collettivo in cui ogni uomo insegue un’immagine desiderata, ma alla fine diventa una trappola e rimane solo una realtà statica e senza senso.

Pistoia deve “inventarsi” un’idea di città che vuole essere e a questa idea dobbiamo dare un nome, un titolo per poterla immaginare, senza immaginare non si va lontano.

Abbiamo punti strategici a livello urbanistico che hanno bisogno di risposte forti, coraggiosamente folli.

Abbiamo le ville Sbertoli che con l’idea obsoleta secondo me di recuperarle per tutti periranno su sé stesse.

Vendiamole e vediamole al miglior offerente ed otteniamo molto, moltissimo e da quei soldi facciamo business per investirli all’interno della città.

Dove?

Abbiamo due aree fondamentali ex Ceppo e l’ex Breda, poli scolastici e sportivi perfetti per collocazione ed accesso.

Abbiamo molti spazi verdi pavimentati individuati a Ztl che devono essere reinventati non solo con una panchina.

“Poiché questi spazi sono la prima infrastruttura sociale dove si costruisce il senso di comunità e dove avviene il primo, fondamentale, esercizio di mescolanza tra classi, culture e generazioni.

Si tratta di trasformare i marciapiedi in percorsi esplorabili, le piazze in spazi di sosta sicuri e la mobilità in un’esperienza di autonomia.”

Abbiamo immobili da reinventare come cohousing per anziani e giovani

Abbiamo immobili per dedicare spazi all’arte e alla cultura ma non parlo di sagre di paese

Come e con chi?

Progetti, concorsi e finanziamenti internazionali.

Basta in modo categorico accettare il progetto che con tanto rispetto molto spesso regala la fondazione all’ultimo momento perché non sono stati fatti progetti per essere finanziati, non parliamo poi di accedere a concorsi internazionali.

Vogliamo avere i migliori progetti o almeno ci vogliamo provare, vogliamo concorsi non l’amico di turno in base ai politicanti che governano.

Io sogno che ci si inventi un’idea di città del futuro, ma principi e ideali cultura inclusione sociale sostenibilità devono fare conto con aspetti prettamente commerciali e di business, le due cose devono e possono coesistere, marketing e atteggiamento commerciale/etico possono esistere magari non in tutto ma in parte, poiché l’uno ha bisogno dell’altro.

Per quanto riguarda ad esempio il commercio in città, i marchi, i brand devono stare dentro il nostro centro storico e non ai Gigli, possibile che stanno tutti lì? Dobbiamo essere attrattivi per gli investitori

A Genova è bastato un concerto di musica Tecno con una delle migliori dj sul mercato perché le persone e soprattutto giovani vivessero lo spazio urbano, dentro e non fuori.

Noi non abbiamo neppure più il Blues, non abbiamo più neppure una manifestazione culturale identitaria

Pensate il Lucca Comix o il Mercante in Fiera a Parma, esempi diversi fra di loro ma che rendono l’idea.

Io inizierei a dare un nome a questo progetto di città del futuro ed a mettere insieme questi puntini/concetti/ pensieri, unendoli magari viene fuori un disegno di città del 2040, dove “la città passa da un luogo di consumo ad un ecosistema circolare fatto di “persone”.

.

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Pubblicato in : Apertura, Cultura, Politica

Info Irene Pini

Architetto, consulente tecnico commerciale per Atlantis Habitat by Cllat S.p.A.

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