Priorità assoluta è la crisi ecologica. Adeguare i programmi amministrativi agli obiettivi dell’Agenda 2030 e al Green Deal europeo (andando anche oltre) è la premessa da cui discendono tutti gli altri temi di governo…in un intervento ricco di spunti, da visione di sinistra. E tante altre considerazioni da meditare.
1. In una Toscana che arretra in un Paese che è fermo, che lettura dai della situazione economica e sociale del Comune? Quale futuro per le attività economiche nel panorama di una galoppante deindustrializzazione? E quale futuro lavoro, in particolare per i giovani e le donne? In uno scenario che sarà dominato dalla diffusione delle applicazioni della Intelligenza artificiale
Premetto che dal 2022, quando Tomasi ha riconfermato il governo cittadino vincendo al primo turno, ho deciso di uscire dall’agone politico diretto, per dedicarmi solo allo studio e alla ricerca. Quindi, le considerazioni che seguono sono quelle di una libera cittadina, di sinistra ma senza appartenenza, che non ha alcun ruolo né pretende di esercitare alcuna influenza nel dibattito in corso in vista delle elezioni comunali, ma che spera nell’apertura di una stagione nuova del centrosinistra, nei contenuti e nelle persone, per rimettere in moto la città.
Arrivando al merito della domanda, Pistoia non può che risentire in peggio delle tendenze negative sia nazionali che regionali, a causa della struttura fondamentale del suo tessuto economico e produttivo, trainato da due realtà più forti (Hitachi e vivaismo), ma sostanzialmente caratterizzato da piccole e piccolissime imprese e da un terziario che si è via via spostato verso il lavoro precario. Lo dimostrano alcuni dati allarmanti sottolineati poco tempo fa dalla CGIL, che parlavano di un forte incremento delle ore di cassa integrazione, di retribuzioni più basse rispetto alla media toscana, e di una crescente disoccupazione femminile (oltre il 10%), con un 50% di lavoro part-time involontario, sempre a prevalenza femminile.
Il primo elemento – quasi banale, ma è purtroppo necessario ribadirlo – è che il Comune di Pistoia deve tornare a pensare al suo futuro, non costringendosi dentro i propri confini, ma in forma integrata con tutto il territorio provinciale, e ancora meglio se anche in rapporto con la provincia di Prato e l’area che sta tra Firenze e Pisa, cioè con tutta l’area manifatturiera della Toscana Nord. Insomma, occorre provare a immaginare strumenti di pianificazione territoriale, economica e ambientale di area vasta, con territori che presentano vocazioni affini e risorse comuni.
Dentro a questa riconfigurazione di relazioni e politiche territoriali, certamente la digitalizzazione e l’impiego crescente di intelligenza artificiale avranno il loro peso nel ridefinire il mercato del lavoro. E qui conoscenza, formazione, azioni di superamento di digital divide e gender gap dovranno essere attivati per evitare ulteriori desertificazioni lavorative. Ma faremmo un gravissimo errore se pensassimo che tutto questo eliminerà del tutto la componente materiale del lavoro. Non è così, perché intanto l’intelligenza artificiale si nutre di manodopera a basso costo, ma anche perché non tutto è sostituibile con l’IA. Pensiamo a tutto il mondo legato alla cura, nei servizi educativi, sociali, sanitari, dove appunto sono impiegate soprattutto donne sottopagate, e spesso con background migratorio. Visto che l’altro trend del nostro territorio è l’invecchiamento della popolazione, non sarebbe il caso di immaginare finalmente ad una valorizzazione sociale, economica e culturale di questi lavori, con salari adeguati e formazione continua?
Infine, tornando ai “campioni” – se lo sono davvero – citati all’inizio, Hitachi e vivaismo, quello che manca è un effettivo radicamento territoriale. Può sembrare un’affermazione assurda, almeno per quel che riguarda il vivaismo, ma penso a un radicamento che non sia solo sfruttamento di territorio, ma di integrazione in processi di rigenerazione naturale, liberazione di suolo, energie rinnovabili e lotta al cambiamento climatico: insomma, la riconversione ecologica dell’economia, che non è più rinviabile e che Pistoia, per le sue caratteristiche, potrebbe promuovere.
2. Nessuno, o quasi, parla più o, peggio, pensa più in termini di area metropolitana Firenze Prato Pistoia. E’ stato un tema, che qualche decennio anni fa agitava Pistoia, quando si parlava della sua marginalità in questa area. Su quali interventi, non solo di infrastrutture fisiche, Pistoia dovrebbe puntare per rientrare in questa partita e sviluppare le sue potenzialità? E come dovrebbe atteggiarsi Pistoia di fronte lo sviluppo dell’aeroporto di Firenze-Peretola, per dirne una?
Ho già in parte anticipato la risposta a questa domanda. Per i processi degli ultimi anni, l’area metropolitana Firenze-Prato-Pistoia non basta più. Quel ruolo di cerniera tra Firenze e la costa, Pistoia può adesso rafforzarlo, grazie anche agli investimenti finalmente in corso di realizzazione sulla ferrovia tra Firenze e Viareggio. Ma in questa prospettiva allargata, Pistoia deve ripensarsi sapendo inglobare fino in fondo anche la parte montana, quelle aree interne che il Governo nazionale sta punendo e marginalizzando ancora di più, avendo mancato colpevolmente uno degli assi strategici del PNRR.
L’Appennino è una risorsa, di vita, di natura, di storia, di attività socioeconomiche, necessaria al dialogo non solo tra le aree della nostra provincia, ma anche con il versante emiliano. Che fine ha fatto quella visione strategica della cosiddetta “Grande Pistoia” – espressione che non mi piace, per il significato metaforico di potenza e non di alleanza, ma la uso riprendendo il dibattito di allora – che, ipotizzata sul finire del mandato amministrativo del Sindaco Bertinelli, avrebbe dovuto guidare la fusione dei Comuni di Pistoia, della montagna e della piana? Un Comune che reinveste sulla montagna e la collina, dando chance a un desiderio diffuso di uscire dalla città, capace di dialogare direttamente anche con Bologna e di mettere a disposizione della Toscana risorse culturali, naturali, produttive, riconnesse in un piano strategico, quello che avrebbe dovuto seguire l’anno della Capitale italiana della Cultura (e mai adottato) per nutrire le scelte di futuro.
In questa ottica, la nuova pista di Peretola non mi pare utile, anzi. Vista da Pistoia, che in 40 minuti può raggiungere sia lo scalo di Pisa che quello di Bologna, certamente non lo è. Dal punto di vista ecologico, territoriale, infrastrutturale, la ritengo anche dannosa, come dimostrano gli studi fatti dai Comuni contermini all’area di Peretola. Invece, la nuova stazione dell’Alta Velocità, che sembra essere arrivata quasi a conclusione, risolverà finalmente quell’imbuto che ha reso in tutti questi anni Firenze la strozzatura della direttrice Nord-Sud (da pendolare dell’AV lo so bene), e mi auguro che questa sia la premessa per migliorare tutta la rete ferroviaria orizzontale, senza bisogno di fare un’altra stazione AV tra Arezzo e Siena. Accanto a questo, il prolungamento della tramvia fino a Sesto Fiorentino – finalmente! – può essere un’altra importante occasione per un sistema metropolitano, che possa giungere ad accantonare il progetto di terza corsia dell’A11. Ma qui il problema è come si vede Firenze, rispetto alla Toscana e all’Italia centrale. Ci vorrebbe un bel cambio di paradigma, culturale, politico, economico, del centrosinistra toscano.
3. Un tema ineludibile è quello del rapporto con il privato per la gestione dei servizi (acqua, rifiuti): c’è nella sinistra un evidente ritorno al passato sia la gestione pubblica dell’acqua che per la quotazione in borsa della multiutiliy, su base esclusivamente ideologiche, per dire qualcosa di sinistra, ma non per migliorare il servizio ai cittadini. Cosa ne pensi?
Faccio parte della sinistra che tu definisci ideologica e rivolta al passato, e provo a dimostrare brevemente che non è così. L’esperienza della gestione pubblico-privata del servizio idrico è stata quantomeno critica, per non dire peggio: investimenti che hanno privilegiato il peso dei territori piuttosto che la disponibilità della risorsa idrica, servizi di fognatura e depurazione che non sono stati realizzati pienamente, tariffe tra le più alte d’Italia e una dispersione che continua ad aggirarsi intorno al 30%, dato inaccettabile se rapportato alla galoppante crisi climatica. A fronte di questo, le aziende hanno prodotto utili redistribuiti per buona parte in dividendi, invece che in nuovi investimenti. Certo, queste risorse fanno comodo ai bilanci comunali, ma è normale tassare – di fatto – così i cittadini? Mentre una buona parte di questi soldi vanno verso Roma e la Francia, dove hanno sede i soci privati?
Io penso che questo sia ingiusto, e che una sinistra di governo dovrebbe applicare le leggi fino in fondo; per esempio la legge Galli (quella che ha definito il servizio idrico come servizio a rilevanza economica) prevede l’utilizzo della fiscalità generale per gli investimenti in fognatura e depurazione, perché il legislatore aveva già immaginato che quei costi fossero insostenibili per la bolletta. E poi occorre un ripensamento strategico delle opere e delle modalità di gestione, che tenga conto del riscaldamento globale: interventi di dimensione più piccola, capaci di utilizzare la risorsa più in prossimità. Pistoia è un territorio che di acqua ne ha, ma non è adeguatamente utilizzata per il proprio fabbisogno; eppure potrebbe avere piena autonomia, senza ricorrere al Bilancino, che certo è importante nelle crisi idriche, ma perché gli investimenti sono andati nelle grandi opere invece che nell’utilizzo locale della risorsa.
È una questione di scelte politiche, democratiche, non dettate dal mercato e dagli interessi economici di investitori privati. Per quanto riguarda la multiutility, in realtà non c’è (ancora). Quello che è stato fatto in tempi record, senza una discussione partecipata e democratica, è la costituzione di una holding che mette insieme le partecipazioni pubbliche delle aziende: è una cosa ben diversa. Dopodiché, della quotazione in borsa non si parla più da tempo, ma io dico: ci sono investimenti finanziari, come gli hydrobond, che potrebbero essere attivati una volta che il servizio sia stato interamente ripubblicizzato. L’Autorità Idrica Toscana ha votato in questa direzione, e attendo fiduciosa gli sviluppi di una deliberazione che finalmente attua una battaglia iniziata con il referendum del 2011.
4. Cosa metteresti al centro del programma come impegno prioritario e prevalente, come asse strategico principale per la nuova amministrazione: la casa piuttosto che la cultura? Servizi per la natalità ed i bambini o servizi per l’assistenza agli anziani (i bambini non votano, gli anziani si…? Il sostegno alle attività economiche o l’ambiente? Oppure la scuola, per adeguarla alle nuove sfide? Per non dire delle sfide per la nuova medicina territoriale.
Per me la priorità assoluta è la crisi ecologica. Adeguare i programmi amministrativi agli obiettivi dell’Agenda 2030 e al Green Deal europeo (andando anche oltre) è la premessa da cui discendono tutti gli altri temi di governo. Questo significa riprendere gli assi di fondo del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, integrato con un Piano d’Azione dell’Energia Sostenibile, che vuole dire: puntare alla mobilità pubblica, disincentivando la mobilità privata; pedonalizzare il più possibile la città, estendendo anche le ZTL (l’attuale amministrazione ha costruito nuove piste ciclabili, senza modificare in niente il piano del traffico, una contraddizione enorme!); aumentare gli alberi e le piante, in area urbana e in periferia (in questi anni gli alberi si sono invece abbattuti, anche per far posto alle piste ciclabili, altra contraddizione!); liberare il suolo dal cemento – si può fare, a partire dalle piazze – e non costruire ulteriormente (varianti, case … ), ma utilizzare il patrimonio già esistente; incentivare l’uso di energie rinnovabili per l’illuminazione e il riscaldamento.
Questi sono obiettivi che poi vanno a incidere anche sugli indicatori di salute, benessere, cultura, anzi direi che aiutano a ripensarli, nella direzione della sostenibilità, della convivenza ecologica tra esseri viventi, non solo umani, ma anche animali e vegetali. In molte città i rifugi climatici sono un laboratorio di convivenza e rigenerazione: potremmo realizzarne alcuni, sia nei parchi già esistenti, sia in aree ancora da ripensare, per esempio lungo le mura, o nell’area ex CESPEVI, dove invece le ipotesi del piano strutturale prevedono ulteriore cementificazione. Non dovremmo consentirlo.
5. Uno dei temi più avvertiti dai cittadini è la questione dell’abitare, affrontata spesso senza tener conto del cambiamento profondo della domanda. Quali proposte potrebbero venire dagli enti pubblici in collaborazione con i privati, profit e non profit, con il supporto delle aziende del credito e le Fondazioni bancarie per elaborare un programma a medio-lungo termine e curarne la realizzazione? Anche per evitare la (s)vendita del patrimonio immobiliare del Comune, storico e di recente donazione (es. Villini Desii)
Mi pare che l’ultima questione sia centrale: c’è un patrimonio immobiliare esteso, pubblico ma non solo, inutilizzato, che potrebbe essere destinato all’abitare, in forme diversificate e volte a calmierare gli affitti. Perché non c’è solo il problema della carenza di case popolari, ma anche il problema di costi diventati inaccessibili proprio per le persone e le famiglie che ne avrebbero bisogno. In un contesto in cui sono venute meno le risorse di sostegno alle morosità incolpevoli (a proposito di quale sia il blocco sociale di riferimento della destra che ci governa: non certo le fasce più deboli della popolazione, ma potremmo tornare a utilizzare il termine rentier per caratterizzare i loro stakeholder).
La collaborazione con soggetti come le Fondazioni bancarie è fondamentale; nel nostro territorio alcuni esempi già si sono concretizzati e vanno sicuramente riproposti, in un piano di medio-lungo termine che parta dalla ricognizione di quello che c’è, pubblico e privato. Andrebbe costruito un progetto che riesca a integrarsi anche con scelte di governo del territorio e di sviluppo economico, volte a prevenire quei processi di gentrificazione, desertificazione urbana e affitti brevi, che abbiamo visto laddove si è puntato quasi tutto sul turismo. Pistoia è ancora in tempo a evitare quella deriva, ma deve darsi una prospettiva.
6. Il rapporto con i privati per gli investimenti: si afferma, si invoca ma poi nella pratica non riesce a decollare perché si pretende di imporre obblighi e adempimenti del pubblico e perché scattano sempre, regolarmente, le pregiudiziali ideologiche, dimenticando la lezione di un dirigente che ha fatto il suo paese grande, forse anche troppo: «Non importa che il gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi». Come metterlo in pratica, ad esempio, per il recupero e la riqualificazione urbana? Le ex Breda non sono un esempio incoraggiante…
Le aree ex Breda sono un esempio del contrario: un sostanziale laissez faire concesso al privato, che poi si è dimostrato incapace di gestire e superare la recessione economica ricorrente dal 2008 in poi. E la domanda resta ancora aperta, dopo tre proroghe concesse al piano attuativo – l’ultima approvata con un atto di amministrazione assai creativa, senza alcuna base giuridica di riferimento nazionale (che sarebbe il livello competente per decidere al riguardo) -: quelle previsioni urbanistiche sono ancora sostenibili ai tempi? Intanto nei diversi passaggi, fino alla vendita all’asta, c’è stata una perdita netta di valore, a discapito delle risorse pubbliche. Qualcuno ne dovrebbe rispondere. In generale, a parte la massima cinese dal cui pragmatismo amorale tendo sempre a prendere le distanze, il pubblico dovrebbe sapere quale topo vuole. Non è sempre così. Faccio un altro esempio, l’area del Ceppo.
L’amministrazione uscente ha messo da parte un piano preciso, con suoi obiettivi, progetti e investimenti, adottato nel mandato precedente. Qual è stata l’alternativa? Fino ad ora, solo l’abbattimento del padiglione di più recente realizzazione, che avrebbe invece potuto ospitare egregiamente funzioni sociosanitarie di comunità. Cosa si pensa di fare in quell’area? ancora vendita a privati con destinazioni residenziali o cose simili? Sarebbe un ulteriore ingiustificato consumo di suolo, magari affiancato anche dalla vendita delle Ville Sbertoli, come da programmi ASL che da sempre ha pensato di fare cassa in questo modo. Invece ricordo che nel piano del Ceppo dell’amministrazione Bertinelli, e nell’altro accordo di programma che riguardava le Ville Sbertoli, il rapporto pubblico-privato era ben enucleato, senza mai perdere di vista il primato dell’interesse pubblico, che è la salvaguardia del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico. Questi sono rimasti nodi irrisolti, ed è incredibile che non ci sia un adeguato dibattito pubblico al riguardo.
7. I sindaci, di fronte a problemi quali la sicurezza ed il contrasto della criminalità, in campagna elettorale tendono ad atteggiarsi a Superman, promettendo l’impossibile su temi dove hanno competenze residuali, ma, una volta eletti, ridiventano il timido Clark Kent schiacciato da ostacoli burocratici ed impossibilitato a mantenere. Cosa si dovrebbe fare per il contrasto alla criminalità e per la sicurezza ed il decoro della città?
Ho dei problemi a confrontarmi con termini come “sicurezza” e “decoro”, usati per lo più per legittimare interventi securitari, come quelli previsti nei tanti Decreti Sicurezza del Governo Meloni. La sinistra dovrebbe distinguersi anche per un altro linguaggio, e per una maggiore concretezza, senza rincorrere il Governo su questo piano, che risponde solo con la militarizzazione del territorio – più per i Comuni governati da loro, peraltro.
Certamente l’attività della polizia locale ha il suo ruolo, ma in termini di prevenzione e conciliazione, non di repressione, e in coordinamento con le altre forze dell’ordine. L’Amministrazione Tomasi ha chiuso il turno di notte della polizia locale: questa decisione è stata in linea con un’idea di sicurezza urbana? Penso di no, visto che ciò ha voluto dire chiudere un presidio h24 dell’istituzione più vicina ai cittadini. Per una città come Pistoia, per l’esperienza che ho avuto, un rapporto positivo tra tutte le forze preposte alla sicurezza, con una prefettura che conosce i problemi e li gestisce insieme ai Sindaci, fa la differenza.
Ma non è solo una questione di ordine pubblico, appunto. La questione è come far vivere la città come comunità, come luogo di relazione dove non ci si senta soli o isolati, dove i servizi siano accessibili a tutte e tutti. Far convergere tutti gli attori sociali in questa direzione dovrebbe essere l’obiettivo. Penso che dovremmo recuperare lo strumento del Piano dei tempi e degli orari della città, a cui potremmo aggiungere – aggiornando quella riflessione. degli spazi, un’idea di Piano che era stato frutto del lavoro di amministratrici, dirigenti e lavoratrici donne, che miravano appunto a rendere le città spazi sicuri e vivibili sempre e per tutti. Varrebbe la pena riprendere quei progetti.
8. Sulla questione migranti infuria lo scontro politico in tutto il mondo occidentale (nessun si domanda perché non vogliono andare in Russia o in Cina o perché scappano da Cuba): l’estrema destra raccoglie consensi sempre più ampi, in Europa governi a guida liberale e progressista tendono a restringere l’accoglienza. A Pistoia in questi anni si è consumata la vicenda di Vicofaro che ha diviso la comunità pistoiese e lacerato la Chiesa locale. Quale potrebbe essere una politica di sinistra per l’accoglienza a Pistoia che possa fare dei migranti una risorsa?
Per la maggior parte non vorrebbero nemmeno rimanere in Italia, che è vista per lo più come paese di transito: chiediamoci anche questo, magari. Proprio ieri il Parlamento europeo, cedendo alle pulsioni populiste e sovraniste, ha approvato le modifiche al regolamento procedure, affossando di fatto il diritto d’asilo, che è una norma cogente e vale per tutti i paesi, indipendentemente che abbiano firmato o meno la Convenzione sui rifugiati e richiedenti asilo del 1951. Ripartiamo da qui, da una battaglia culturale e politica, che viene prima di ogni discussione su leggi o norme diverse, e che ridà centralità ai diritti umani.
È possibile governare il fenomeno migratorio in linea con i valori occidentali, che rivendichiamo ma che non pratichiamo con chi viene da fuori. Non parlo di carità, quella carità umana che caratterizzava l’esperienza di Vicofaro e che semplicemente andava integrata in un progetto politico-amministrativo governato dalla legge e dai diritti. A monte, si dovrebbero promuovere flussi regolari, fatti bene, però, non come gli ultimi del Governo Meloni che rendono impossibile ogni forma di regolarizzazione per chi arriva. A valle, si dovrebbe ricostruire un sistema di accoglienza degno di questo nome – quello degli Sprar, per intenderci.
Aver smantellato quel sistema ha prodotto tutti i problemi di ingovernabilità e incontrollabilità che abbiamo conosciuto in questi anni. Aumentando il tasso di violenza che i migranti sono costretti a subire dai luoghi di partenza (luoghi con i quali si fanno gli accordi, come la Libia) a quelli di transito, fino alla destinazione. I numeri delle agenzie ONU sono agghiaccianti, ed è vergognoso che non si parli della strage continua nel Mediterraneo: si stimano 1500 morti per naufragi causati dal ciclone Harry abbattutosi sulla Sicilia. Non si dovrebbe ripartire da qui?
Poi facciamo tutti i progetti di cooperazione internazionale, sapendo però che l’Africa sarà inabitabile da qui a breve, se gli Accordi di Parigi sul clima continueranno ad essere disattesi. E si torna alla crisi climatica. Per ribadire che se non si vedono le cose tutte insieme, nessuno dei problemi sarà non dico risolto, ma nemmeno tamponato.
9. Che giudizio dai della sanità pistoiese nel contesto di una super ASL dove Pistoia è il vaso di coccio? Ed i tanti, troppi progetti di medicina territoriale, perfetti sulla carta ma spesso destinati a naufragare per mancanza di risorse, finanziarie ed umane? Su cosa il Comune dovrebbe focalizzare il suo impegno? e come superare la ritrosia che si avverte, nonostante apprezzamenti formali, nei confronti del Terzo Settore che può dare un contributo importante nell’ambito della programmazione dei servii da parte del soggetto pubblico?
Non so se sia vero che Pistoia sia il vaso di coccio; rifuggo sempre da istanze rivendicazioniste su base territoriale, che in genere celano il tifo per quello o quell’altro dirigente, quello/a o quell’altro/a primario/a. Ciò che dovrebbe essere al centro è il funzionamento della Società della Salute, strumento di coordinamento degli interventi sociosanitari sul territorio, e la qualità delle prestazioni, dall’ospedale agli altri servizi. Per quel che posso vedere, sull’ospedale abbiamo livelli di eccellenza, mentre il pronto soccorso continua ad avere criticità: forse proprio perché non si è adeguatamente sviluppata quella sanità territoriale (case della salute, case di comunità) proprio qui a Pistoia.
Il rapporto con il Terzo Settore ha sempre funzionato positivamente, e può ancora crescere. Ma il problema mi sembra un altro, e cioè la crescita di un privato-privato, profit, che può dare risposte solo a chi può permetterselo e non toglie le liste d’attesa a chi invece può permettersi a malapena il pubblico. Quanto possiamo reggere un sistema che aumenta i servizi privati, e tende a diminuire quelli pubblici, per effetto di un inadeguato finanziamento nazionale? Pistoia, con l’invecchiamento della popolazione più alto del resto della Toscana, con quadri epidemiologici che meriterebbero maggiore attenzione, avrebbe bisogno di una visione più avanzata, che sia anche integrata, ma che abbia come primo obiettivo la garanzia universalistica del servizio. Ora non è più così.
10 Indicami tre interventi prioritari, chiari e definiti oltre che monitorabili nel loro avanzamento, che inseriresti nel programma per la città, le periferie, la montagna.
Ma questo spetta al candidato o alla candidata a Sindaco! Non a me, che da anni vivo poco a Pistoia e seguo da lontano i problemi. Da semplice cittadina, proporrei come prioritari interventi di mobilità sostenibile, di prevenzione di rischio idrogeologico a salvaguardia delle colline e del reticolo minore, di valorizzazione del patrimonio pubblico, a partire dalle “periferie”, rilanciando i patti di territorio che furono promossi con il regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni.
Perché per governare bene, è importante la partecipazione delle cittadine e dei cittadini, non solo nel momento del voto, ma anche nella cura della città e del territorio. L’esperienza bella delle circoscrizioni, abolite secondo la logica di riduzione di costi della politica sempre a discapito della rappresentanza, dovrebbe essere recuperata, in questa forma che mette insieme cura del territorio, cultura, radicamento e comunità.
11. Se ti dico Università a Pistoia che reazione hai?
Mi viene in mente un’occasione sprecata. Ma va anche analizzata criticamente la vicenda nella sua storia. Prima di tutto, c’è stato il limite iniziale di un’impostazione che era semplice decentramento dell’ateneo fiorentino; poi c’è stato il tentativo – che si è rivelato solo unilaterale – di legarsi ai principali comparti produttivi della città, con i corsi di ingegneria dei trasporti e tecnica vivaistica. Ma abbiamo visto, e sappiamo in generale, che i settori produttivi tendono a farsi ricerca da soli. Serviva fin da subito una visione più ampia, che guardasse all’università in tutte le sue dimensioni istituzionali: non solo didattica, ma formazione e alta formazione, ricerca e internazionalizzazione, progetti europei e internazionali, terza missione.
Poi non ha aiutato la riforma delle società partecipate, che ha praticamente imposto l’uscita da Uniser di Comune, Provincia e Camera di Commercio (con gli ultimi due soggetti radicalmente ridimensionati, sempre per questa ossessione dei tagli). Ma ciò non significa che Uniser, per quanto ormai interamente proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio, non debba avere una più forte interlocuzione con le istituzioni, a partire dal Comune. Fossi a rappresentare il Comune di Pistoia, questo problema lo porrei, avendo un’attenzione tutta rivolta alle generazioni più giovani, in rapporto con le agenzie e centri di ricerca nazionali ed internazionali (ma più internazionali) per programmi di alta formazione, PhD Academy ecc.
12. Come ha lavorato l’amministrazione Tomasi? Ha usato al meglio gli strumenti e le risorse che ha avuto a disposizione? Dove ha fatto meglio e quali le carenze che risultano più evidenti?
L’Amministrazione Tomasi si è caratterizzata fondamentalmente per l’assenza di scelte strategiche. Questo da una parte ha lasciato irrisolti i nodi principali del territorio, che pesano e peseranno sul futuro della città, in tempi di trasformazioni che invece le scelte le esigono; ma dall’altra parte ha avuto come effetto la percezione benevola di un governo ordinario, che si è limitato alle piccole cose e non ha scomodato nessuno.
In questo quadro, le risorse meglio impiegate sono state quelle investite sugli edifici scolastici, mentre sull’impiantistica sportiva, tema su cui Tomasi aveva costruito un ampio consenso nel 2017, a parte il campo scuola, siamo ancora alle promesse largamente non mantenute. Salvo poi prevedere nuove aree da cementificare a questo scopo, come nell’area Pallavicini. L’assenza di visione si è vista nelle due occasioni cruciali che si sono presentate all’Amministrazione Tomasi: la prima, durante il Covid, quando gravi incertezze sulla gestione dell’emergenza, come la distribuzione delle mascherine e le mancate limitazioni di alcune attività, hanno poi portato all’inclusione di Pistoia in zona rossa da parte della Regione durante la seconda ondata Covid.
La seconda occasione è stato il PNRR, i cui progetti sono sembrati più funzionali a prendere i soldi che a produrre interventi davvero utili e necessari alla trasformazione della città. Che infatti è ferma.
Poi non dobbiamo dimenticare la gravissima caduta incorsa con la chiusura del Museo Marini, una ferita non ancora sanata. Vedremo se finalmente il Palazzo del TAU sarà riaperto, ma la condotta dell’Amministrazione comunale all’interno della Fondazione Marini è stata – per essere gentili – improvvida; dobbiamo ringraziare la Sovrintendenza e l’iniziativa del rappresentante della Fondazione Cassa di Risparmio se l’intento di portare via le opere da Pistoia è stato sventato. Sulle reali intenzioni dell’Amministrazione Tomasi al riguardo, non si è mai fatto piena luce, e la vicenda resterà come un’ombra sinistra su tutti questi anni di governo.
13. Quale il percorso che preferisci per arrivare all’appuntamento elettorale: prima la coalizione con il candidato sindaco e poi un programma tagliato sulla coalizione con infinite mediazioni? Oppure prima un programma di misure essenziali per il futuro di Pistoia, su quale si costruisce la coalizione che lo condivide e che esprime il sindaco?
Nel momento in cui scrivo, le domande sono state superate dei fatti. Mi limito ad esprimere alcune considerazioni generali, nel pieno rispetto del lavoro di chi è chiamato a districare questa complicata matassa. Per me il programma è sempre la bussola per ogni scelta, di coalizione e di candidate/i: questo dovrebbe valere sempre. Nello specifico, ho salutato con grande piacere l’idea di provare a costruire a Pistoia, non un campo largo, ma larghissimo, che va da Italia Viva a Rifondazione comunista.
Si sta parlando sempre di forze che, pur molto lontane nelle rispettive visioni politiche, hanno avuto esperienza di governo comune in questa città, e non credo sia impossibile, per quanto difficile – ma questa è la politica -, trovare una piattaforma condivisa. Di conseguenza mi era sembrata ragionevole anche l’idea di scartare le primarie, per trovare insieme, ma tenendo conto della responsabilità principale del Partito Democratico, di gran lunga primo partito della coalizione, anche il/la candidato/a Sindaco.
Sempre dalle cronache ho appreso che il profilo condiviso avrebbe dovuto essere quello di personalità provenienti dalla cosiddetta “società civile”, e ho compreso anche questo. Poi però ho cominciato a non capire più: è partita una raccolta di firme, che in sé rappresenta la modalità usata per presentare candidature a elezioni primarie; si dice che quella raccolta nasce dal basso, dalla società civile appunto. Ma – mi chiedo – la coalizione intendeva una società civile intesa come somma di individui, più o meno intelligenti, autorevoli o rappresentativi, oppure una società civile intesa come cittadine e cittadini che si uniscono, si organizzano, fanno comunità in associazioni, sindacati, gruppi e comitati?
Vista la straordinaria mobilitazione che Pistoia, come anche altre città, ha espresso per la liberazione del popolo palestinese, con la nascita di coordinamenti di studenti e di docenti, la rete delle associazioni, la presenza fondamentale di ARCI, CGIL, Non una di meno e tanti altri soggetti, mi sarei aspettata un coinvolgimento di tutti questi, non di singoli cittadini. E ho citato solo l’ultima manifestazione di opposizione; ce ne sono state anche altre e significative, sui diritti civili, sul lavoro, sull’ambiente …
Detto questo, auspico che la soluzione si trovi, che sia la più rappresentativa possibile, e che salvaguardi la tenuta del campo larghissimo. Perché ora la priorità assoluta è riconquistare terreno alla destra, Comune per Comune. Vincere a Pistoia sarebbe l’importante segno di un’inversione di rotta.
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PISTOIA: PRESENTE & FUTURO: -4- ANDREA GUALTIEROTTI
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