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Pericolo Cina sulla ripresa

La scarsa disponibilità di vaccini, il pesante fardello del debito e la conseguente carenza di autonomia monetaria comprimono le possibilità di crescita dei paesi più deboli e alimentano un ulteriore allargamento del divario con le economie più progredite. E sulla ripresa incombono le difficoltà cinesi.

di Amedeo Lepore | 23 Settembre 2021

La Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) prevede per l’economia globale l’incremento più rapido da cinquant’anni a questa parte. Il rapporto, pubblicato in questi giorni, stima una crescita del 5,3% per quest’anno e del 3,6% nel 2022, con un calo dovuto alle incognite ancora presenti nell’evoluzione della pandemia e nelle scelte di politica economica. Il timore è di un eventuale ritorno alla deregolamentazione e all’austerità, che frenerebbe il rimbalzo di questa fase di ripresa. Inoltre, viene evidenziato, di fronte a una risposta di carattere espansivo dei Paesi avanzati, il blocco dei Paesi in via di sviluppo in uno stato di perdurante stress economico. La scarsa disponibilità di vaccini, il pesante fardello del debito e la conseguente carenza di autonomia monetaria comprimono le possibilità di crescita di queste aree e alimentano un ulteriore allargamento del divario con le economie più progredite. Luci e ombre, che si rincorrono lungo una prospettiva di indeterminatezza durante una transizione. In questo quadro, l’Europa mostra i suoi tratti migliori, recuperando più celermente delle attese (con uno sviluppo del 5%, nell’area euro, per il 2021) e promettendo di tornare, come indicato da Christine Lagarde, ai livelli pre-Covid prima della fine dell’anno. L’Italia è passata, da fanalino di coda dell’Unione Europea, a protagonista della ripresa continentale, tanto da sorprendere Fitch per la velocità della rimonta. L’agenzia di rating, nel Global Economic Outlook, ha rivisto al rialzo le stime di aumento del Pil nazionale, portandolo al 5,7% per il 2021. Tuttavia, queste buone notizie rischiano di essere offuscate da nubi all’orizzonte dell’economia mondiale. L’inflazione è in bilico tra un’ascesa congiunturale e segnali di risalita duratura, ben oltre percentuali considerate positive, come avevamo anticipato nei mesi scorsi, sostenendo che il fenomeno non andava trascurato, specie in connessione con il rigonfiamento del debito pubblico. Analoghe preoccupazioni sono espresse da Howard Davies, presidente di NatWest, e Augustín Carstens, direttore della Banca dei Regolamenti Internazionali, che temono, dopo un accomodamento macroeconomico senza precedenti, una replica monetarista all’intensificazione delle pressioni sui prezzi. La scarsità delle materie prime e dei microcomponenti sul mercato mondiale, insieme ai rincari energetici, non è soltanto un motore dell’inflazione, ma determina un rallentamento della produzione manifatturiera in molti settori, indebolendo la spinta del Recovery Plan. Ursula von der Leyen è corsa ai ripari, proponendo la costruzione di una via di accesso globale (Global gateway) per assicurare all’Europa gli approvvigionamenti di cui necessita. Comunque, non sono solo queste trame a oscurare il prossimo futuro. Negli Stati Uniti, il boom senza precedenti di Wall Street non è tutto oro. Infatti, nonostante un’inflazione al 5,4%, il pericolo di innescare il detonatore di un crollo di valori di mercato sproporzionati potrebbe indurre la Fed a uno slittamento dell’intervento sui tassi d’interesse, rivelando un’apprensione per la solidità della ripresa. Non a caso, il Fondo Monetario Internazionale ha ammonito sull’esigenza di riforme sostanziali per rafforzare i fondi di investimento e prevenire nuove turbolenze sui mercati finanziari. Il sintomo più preoccupante per l’economia, però, viene dalla Cina. Alla crisi demografica si aggiunge un debito privo di controllo. Huarong, la bad bank statale chiamata a gestire i crediti problematici dei conglomerati finanziari, ha subito perdite per 13,5 miliardi di euro nel 2020, richiedendo un’ardua azione di salvataggio pubblico. Altre criticità si affacciano sulla finanza cinese, come quella del gruppo Baoneng, con esposizioni per 26,2 miliardi di euro. Ma l’esempio a rapido rischio di default è quello del colosso immobiliare Evergrande, con passività per circa 260 miliardi di euro, una svalutazione delle azioni del 70% in un anno e una caduta dei profitti di quasi il 30%. L’unica analogia con la crisi dei mutui subprime, evocata da George Soros, potrebbe essere l’effetto domino sul sistema immobiliare e finanziario interno. Il governo cinese è abituato a ballare sull’indebitamento e a compiere interventi pubblici spericolati, ma il gioco si è fatto troppo grosso e può danneggiare seriamente l’avanzata del Dragone. Altra cosa è l’improbabile propagazione di questa turbolenza al resto del mondo, nonostante la persistenza di componenti generali di forte incertezza e instabilità. La confusione sotto il cielo è sicuramente grande, ma aspettiamo le prossime mosse sullo scenario globale prima di dire che la situazione è eccellente.

(con il consenso dell’autore, questo articolo è ripreso dal quotidiano Il Mattino del 20 settembre)

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Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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