La diminuzione del numero di votanti continua inarrestabile, quale che sia il livello della rappresentanza per la quale si voti. Le Regioni non sono più vicine ai cittadini dello Stato politico centrale? Non perciò l’afflusso alle urne si ingrossa. I partiti celebrano l’ennesima vittoria di Pirro: il centro-sinistra in Campania e in Puglia, il centro-destra in Veneto. Mentre si accentua la competizione all’interno delle coalizioni e tra le coalizioni per qualche brandello di percentuale, sotto al sistema politico-partitico si sta aprendo un vuoto di democrazia reale.
Quali sono le cause dell’astensionismo crescente?
La prima, per quanto concerne le Regioni, è la loro inutilità acclarata. Le Regioni sono diventate enti inutili e sempre più costosi. In effetti, sono grandi centri di distribuzione di fondi statali. La sola differenza tra le Regioni, in particolare tra quelle del Nord e quelle del Sud, sembra consistere nella maggiore o minore efficienza/efficacia della distribuzione del denaro dello Stato: più rigorosa al Nord, assai meno al Sud, con gradazioni diverse.
Va tuttavia riconosciuto che la riduzione delle Regioni a enti di distribuzione di risorse non è una scelta “malvagia” dei partiti: è conseguenza della loro natura istituzionale, quale è stata definita nella Costituzione repubblicana, poi precisata nella legge istitutiva del 1968, poi nel Nuovo Titolo V del 2001 e poi con gli interventi della Corte costituzionale. Lo Stato italiano non è federale, ahinoi. Si può spendere molto, allegramente, senza la responsabilità e la fatica della tassazione diretta. Lo Stato porta la colpa delle tasse, le Regioni le gioie della distribuzione.
Possono solo contare sul gettito dell’IRAP, sull’addizionale IRPEF, sulla tassa automobilistica e altri tributi minori, ma le tasse vanno tutte a Roma nel calderone universale. Far tornare indietro quei soldi sul territorio è l’impresa di una contrattazione politico-elettorale quotidiana. Vero é che, in base all’art. 119 della Costituzione, esistono criteri di “federalismo fiscale”, ma, quand’anche fossero rigorosamente rispettati, non avendo capacità di prelievo fiscale, le Regioni spendono tutto quanto riescono a strappare allo Stato centrale. Al Sud si prendono il lusso di spendere per lo più male e in ritardo.
Dopo l’approvazione del Nuovo Titolo V della Costituzione, sono venute avanti istanze di “autonomia differenziata” con i relativi conflitti di competenza con lo Stato, che negli ultimi anni hanno occupato con oltre mille ricorsi la Corte costituzionale. Solo tre Regioni – Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna – hanno utilizzato “il regionalismo differenziato” previsto dalla riforma del Titolo V nel 2001 e hanno stipulato intese con lo Stato. Ci sono poi le Regioni a Statuto speciale. Istituite all’indomani della Seconda guerra mondiale (Valle d’Aosta / Vallée d’Aoste – Trentino-Alto Adige / Südtirol – Friuli Venezia Giulia – Sicilia – Sardegna) per ragioni internazionali, le hanno ormai perdute, salvo il Trentino-Alto Adige. Ma ci marciano alla grande, con costi esorbitanti per lo Stato centrale.
Se le Regioni non hanno potere reale, a cosa sono servite?
A creare un ceto politico-partitico intermedio tra le Amministrazioni locali e il Parlamento, a finanziare indirettamente i partiti, e, soprattutto a confinare nel limbo le Province, che erano state istituite da Urbano Rattazzi nel 1859 e che costituivano una struttura reticolare, in grado di esprimere una buona e antica governance più aderente ai bisogni del territorio. Quelle nuove sono state inventate recentemente per placare i famelici ceti politici locali. A tutt’oggi mantengono competenze, a norma dell’articolo 114 della Costituzione, tra cui le strade, le Scuole superiori, la pianificazione territoriale ed ambientale, per le quali però non hanno più né organici né fondi. La pianificazione territoriale sottratta alle Province non è perciò diventata regionale.
Il fatto è che l’intero reticolo istituzionale previsto dall’Art. 114 della Costituzione italiana (che stabilisce che la Repubblica è formata da Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato) è ormai lacerato in più punti, a causa dei mutamenti economici-sociali, demografici e territoriali. Il sistema dei trasporti sta generando nuove aree economico-sociali e culturali. La Padania è una realtà che Frecciarossa sta disegnando e che Bossi aveva intuito per tempo, se da Milano in tre quarti d’ora arrivi a Bologna, mentre servono due ore per raggiungere Sondrio o Mantova. L’area metropolitana di Milano oltrepassa non solo i confini del Comune ambrosiano storico, ma anche quelli della sua storica cintura, fino a inglobare le città e i paesi del Nord-Milano. La Milano-Novara è il confine-sud di un continuum di conurbazione, che copre tutto il Nord-Lombardia.
L’asse adriatico è più lungo del vestito regionale che gli è stato cucito addosso tra Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia. Le istituzioni sono diventate il letto di Procuste, in cui i partiti costringono i territori, amputandoli, dividendoli o allargandoli a piacimento. Donde la sfiducia crescente: i partiti usano le istituzioni per sé o per i cittadini? Pare che partiti e società civile stiano giocando due partite politico-istituzionali diverse. Saranno sconfitti ambedue.
da Italia Oggi 2 dicembre 2025
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