Con la vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni del 4 novembre 2025, New York City apre un capitolo politico inedito. A trentadue anni, figlio di immigrati ugandesi di origine indiana e primo sindaco musulmano nella storia della città, Mamdani incarna una svolta generazionale e culturale in una metropoli che da sempre rappresenta il laboratorio politico e sociale degli Stati Uniti. Economista di formazione e già deputato dello Stato di New York per il Queens, ha sconfitto il veterano Andrew Cuomo e il repubblicano Curtis Sliwa grazie a una campagna radicata nei quartieri popolari, sostenuta da una rete di movimenti progressisti, associazioni civiche e organizzazioni giovanili.
Il suo programma è di impronta socialdemocratica e redistributiva, costruito attorno a un obiettivo chiaro: ridurre le diseguaglianze urbane acuite dall’aumento del costo della vita e dalla crisi abitativa. Mamdani propone un congelamento degli affitti nelle unità a canone regolato e un piano decennale per la costruzione di 200.000 alloggi accessibili, finanziato da un aumento della tassazione sui redditi più alti e sulle grandi imprese metropolitane.
Sul versante della mobilità urbana, il nuovo sindaco punta a un trasporto pubblico gratuito e interamente elettrico, con l’ampliamento delle corsie dedicate e il rafforzamento della rete di autobus a basse emissioni. L’obiettivo è duplice: transizione ecologica e inclusione sociale, riducendo insieme traffico, inquinamento e barriere economiche alla mobilità.
In tema di welfare, Mamdani propone assistenza gratuita per i bambini fino ai cinque anni, una misura che intende sostenere le famiglie a basso reddito e favorire la partecipazione femminile al lavoro. E coerentemente con la tradizione di New York come sanctuary city, ha annunciato il rafforzamento delle tutele per gli immigrati non documentati, estendendo l’accesso a servizi legali, sanitari e abitativi indipendentemente dallo status migratorio.
Un programma direbbe qualcuno, da “comunista riformato”. E in effetti, se fosse stato proposto in Italia, difficilmente avrebbe riscosso un simile consenso. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi perché a New York sì.
È lo “sballo” del tutto gratis propinato a piene mani per la ricerca di una facile consenso. Un obbligo che non va sull’asse assistenziale, e quindi temporaneo, ma su quello del diritto, e quindi legato strutturalmente, anche a vita, ad una determinata condizione di “povertà”.
Un programma radicale, ma non populista
Alcuni amici “liberal” hanno commentato: “un Giuseppe Conte all’americana”. Non condivido. Io non sono d’accordo. La filosofia grillina è un misto, deleterio, di rivalsa sociale e di abbandono della cultura laburista. E’ lo “sballo” del tutto gratis propinato a piene mani per la ricerca di una facile consenso. C’è dietro una lettura dell’evoluzione sociale in cui il lavoro non sarà per tutti e quindi, chi ce la fa ha l’obbligo di contribuire al sostentamento di chi non ce la fa.
Mamdani non è questo. Non è il “Grillo americano”, né un utopista improvvisato. È un politico che guarda alla città più ricca del mondo e vede in essa livelli di disuguaglianza strutturale ormai incompatibili con l’idea stessa di capitalismo aperto. E qui tocca un punto che anche i liberali più convinti dovrebbero ammettere: quando il capitalismo non è più ascensore sociale ma sistema chiuso di privilegi, smette di essere liberale.
La difesa del capitalismo, oggi, non passa per la tutela dell’esistente, ma per la sua rigenerazione etica e funzionale. E in questo senso il programma di Mamdani – pur nei suoi eccessi redistributivi – rappresenta un tentativo coerente di correggere le distorsioni del sistema dall’interno, restituendo alla città la possibilità di crescita diffusa.
Case, servizi e mobilità: i pilastri del programma
Il primo nodo è la casa. È accettabile che vivere in un alloggio dignitoso sia diventato, nelle grandi città del mondo, un privilegio? Oggi un cameriere o un insegnante spesso non può permettersi neppure una stanza con uso cucina nei quartieri centrali. La rendita immobiliare, spinta da un’economia dei servizi globalizzata e da un turismo permanente, ha fatto esplodere i prezzi. Mamdani, con il suo piano di edilizia accessibile, tenta di riportare la questione abitativa al centro della cittadinanza, non come favore ma come diritto.
Lo stesso vale per la cura dell’infanzia. Se vogliamo che le donne partecipino pienamente al mercato del lavoro, è incoerente lasciarle sole nella gestione dei figli piccoli. Gli asili gratuiti, oltre a essere misura di equità sociale, sono leva di crescita economica e di libertà personale.
Infine, il trasporto. Ridurre traffico e inquinamento non si ottiene demonizzando l’auto, ma rendendo conveniente e accessibile l’alternativa pubblica. L’idea del trasporto urbano gratuito non è un sogno, ma una politica di riequilibrio economico: il costo del viaggio in auto deve tornare a essere superiore a quello collettivo, come accadeva a Bologna cinquant’anni fa.
Immigrazione: dall’emergenza all’inclusione
Sul fronte dell’immigrazione, Mamdani propone un cambio di paradigma. Invece di inseguire l’emergenza e la criminalizzazione, immagina un modello inclusivo e selettivo insieme. Gli immigrati devono essere considerati una risorsa umana e sociale da valorizzare, indipendentemente dai canali di arrivo. Programmi di formazione linguistica, inserimento culturale e avviamento al lavoro riducono strutturalmente la propensione a delinquere e aumentano il capitale sociale delle comunità.
Accanto a questa “via inclusiva”, va ovviamente affiancata una “via escludente” per chi delinque e mina la sicurezza collettiva: una separazione netta, gestita con chiarezza e senza ipocrisie. È una visione pragmatica, non ideologica, che sposta la discussione dall’assistenzialismo al governo effettivo dell’integrazione.
Una socialdemocrazia pragmatica e riformista
In questo senso, il programma di Mamdani affonda le sue radici nella migliore tradizione socialdemocratica europea, quella che punta a coniugare equità e sviluppo, inclusione e innovazione. È un progetto che non vuole smantellare il capitalismo, ma renderlo nuovamente permeabile al merito e all’impegno.
Le critiche non mancano, a partire dalla copertura finanziaria. Le sue proposte richiedono risorse consistenti. La risposta del sindaco è una tassazione mirata sui redditi superiori al milione di dollari annui: un prelievo del 2%, circa 20.000 dollari per chi appartiene all’élite economica. Una misura simbolicamente forte, ma probabilmente insufficiente da sola.
La sfida, allora, è anche di revisione della spesa pubblica. Come in Italia, anche negli Stati Uniti esistono bilanci appesantiti da bonus e sussidi clientelari. Una riallocazione razionale delle risorse verso funzioni di primaria utilità sociale potrebbe rendere sostenibili molte delle misure previste.
Oltre le ideologie, la concretezza del governo
Come ogni programma ambizioso, quello di Mamdani non cambierà il mondo da un giorno all’altro. Ma introduce un principio fondamentale: la politica deve tornare a partire dai bisogni reali dei cittadini, non dalle compatibilità astratte. La sua forza non è nella radicalità ideologica, ma nella concretezza delle priorità – casa, mobilità, infanzia, integrazione – che toccano la vita quotidiana.
Ai miei amici liberali dico che anch’io sogno un capitalismo aperto e dinamico, capace di mescolare continuamente le carte e di premiare merito, creatività e intraprendenza. Ma quando il sistema diventa impermeabile, quando le rendite sostituiscono il rischio e le disuguaglianze diventano ereditarie, allora è giusto interrogarsi.
L’ideologia comunista, egualitaria e livellatrice, è incompatibile con la libertà. Ma anche un capitalismo che crea imperi finanziari e tecnologici inaccessibili, dove il guadagno di un individuo equivale al reddito di migliaia di lavoratori, è altrettanto nemico dell’ottica liberale.
Il compito, per chi si riconosce in una cultura liberale moderna, è quindi difendere la libertà non conservando lo status quo, ma riformandolo. In questo, paradossalmente, il giovane sindaco di New York offre una lezione preziosa: il progresso non nasce dalla rendita di posizioni ideologiche statiche, ma dal coraggio di rimettere in discussione l’ingiustizia dell’abitudine e quindi aprire “nuovi mondi”. Ed è su questi “nuovi mondi” che noi liberali possiamo pretendere di dire qualcosa di serio.
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