Una cosa è certa. Il risultato referendario è stato netto. Dal punto di vista politico certifica una triplice sconfitta.
La prima è di Landini e della CGIL che hanno cercato di assumere la guida di un centrosinistra che già per suo conto, con le leadership di Schlein, Bonelli e Conte, stava spostandosi decisamente verso sinistra.
I temi scelti da Landini, per l’OPA sull’opposizione, erano del resto fortemente identitari per una sinistra che puntava a far dimenticare la sua stagione riformista e a rinverdire i fasti del passato: il lavoro, con la cancellazione di fatto del Job Act che era stata la riforma principe del PD a guida Renzi, la modifica della legge sulla cittadinanza, con il dimezzamento dei tempi per ottenerla, e un forte contrasto al progetto dell’autonomia differenziata che fin dall’inizio della legislatura è stato il cavallo di battaglia, a dire il vero più sbandierato che praticato, del partito di Giorgia Meloni.
La Corte costituzionale, non ammettendo il quesito a carattere istituzionale, toglieva forse l’argomento che avrebbe potuto far maggior breccia nell’opinione pubblica e quello meno ideologico, meno legato ad un regolamento di conti all’interno della sinistra.
Restavano però gli altri due temi che sembravano fatti apposta, soprattutto quello sul lavoro, per restituire al PD quella connotazione di sinistra-sinistra che la parentesi renziana aveva offuscato.
L’accoppiata Landini/Schlein si è buttata a capofitto nella battaglia. L’attacco al riformismo, favorito anche dal colpevole e incomprensibile silenzio della componente riformista interna, è stato fortissimo. Le argomentazioni in campo sono state tutte ideologiche anche perché quelle pratiche dimostravano esattamente il contrario. Ma per i nostri eroi questo era solo un particolare trascurabile.
Bisognava assolutamente riaffermare la propria purezza ideologica. Raggiungere il quorum e cambiare la legge.
Peccato che il risultato non sia stato raggiunto e non per pochi voti ma per la bellezza di 20 punti percentuali. E questa è stata la seconda sconfitta. La terza poi è diretta conseguenza della seconda.
Con questo risultato è mancata la spallata alla Meloni. La richiesta di sfratto da Palazzo Chigi è rimasta nel cassetto. La “rivolta” del Paese, ipotizzata da Landini e cavalcata dalla Schlein, non c’è stata.
Anzi, il risultato è stato esattamente opposto. Il paese, non bocciandola, sia pure per astensione, ha dimostrato di apprezzare i risultati di quella politica riformista sul lavoro che si voleva cancellare e il Governo, scampato il pericolo, è uscito dalla vicenda addirittura rafforzato.
E qui inizia la seconda parte di questo psicodramma. Invece di trarre le logiche conseguenze dal risultato elettorale, che sarebbero state quelle di aggiustare la proposta politica per recuperare al centro, i nostri eroi hanno addirittura rilanciato dicendo che il risultato è da considerarsi come un punto di partenza perché, e questo è un vero capolavoro, i voti positivi alle proposte referendarie sono stati superiori a quelli ottenuti dalla Meloni alle politiche.
Un assurdo logico perché equipara cose del tutto diverse e anche perché, a contrario, attribuisce di fatto alla Meloni quel 70 per cento che non è andato a votare. Chiaramente un’assurdità la prima valutazione come del resto la seconda.
C’è poi da fare un’altra considerazione e che, per chi non condivide l’attuale legislazione sul lavoro e sull’immigrazione, dovrebbe essere la più importante.
La sconfitta referendaria cristallizza le norme attuali e ne rende più difficile la modifica per via parlamentare. Addirittura al referendum per cambiare le norme sulla cittadinanza oltre il 30 per cento, di quel 30 per cento che ha votato, ha votato no facendo chiaramente capire, se si considerano gli astenuti, che la maggioranza del Paese è lontana dalle proposte della sinistra sulla politica per l’immigrazione.
Insomma, per il quintetto Landini, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte, una sconfitta pesante sia per quanto riguarda la tattica scelta, la strategia messa in campo e i contenuti della proposta.
La rivolta c’è stata, solo che è stata contro di loro e contro una certa idea di sinistra.
Per mandare a casa la Meloni ci vuole una politica che faccia proposte per il futuro e non per il passato.
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