“I cittadini hanno sempre ragione”.
“Il voto popolare si rispetta”.
“È stata una bella manifestazione di democrazia”.
“Una partecipazione che vi dice che lo stato di salute della Repubblica è buono”.
“Grazie a tutti coloro che hanno votato, sia per il Sì che per il No”.
Date per acquisite queste frasi “politicamente corrette”, c’è qualcosina da aggiungere.
Il governo delle destre ha condotto una pessima campagna referendaria.
Prima ha corazzato la riforma nelle commissioni, lasciando zero spazi al dibattito parlamentare. Errore grave: in Italia non è possibile modificare la Costituzione senza la sinistra. Quantomeno per un motivo: ti scatena contro la retorica della Costituzione “più bella del mondo”. Che non si può cambiare (anche se poi l’ha cambiata a maggioranza più di una volta quando era essa stessa al governo).
Poi, alcuni rappresentanti illustri del governo hanno pronunciato frasi scomposte e inappropriate nei confronti della magistratura, alimentando il sospetto di una riforma punitiva che avrebbe potuto alterare l’equilibrio dei poteri costituzionali. Altri esponenti “maldestri” hanno paventato, in caso di insuccesso nella gara elettorale, il rischio delle invasioni barbariche – l’assalto degli immigrati, i criminali in libertà, ecc. – dimostrando di non aver capito il contenuto liberale della riforma (che era centrale) e stimolando le classiche pulsioni populiste del loro elettorato. A poco sono serviti alcuni tentativi di raddrizzare la campagna nel senso della moderazione. Così come le dimissioni forzate di queste ore arrivano troppo tardi.
Alcuni partiti della coalizione, inoltre, sono sembrati assenti, chissà perché… La maggioranza, alla fine, ha mostrato troppo visibilmente una certa dissonanza cognitiva con la sua stessa riforma (che del resto era il frutto di una redazione nata nell’ambito dell’Unione delle camere penali).
Ma veniamo al fronte del No.
Fin dal dibattito parlamentare, la sinistra ha rifiutato ogni forma di collaborazione alla riforma, prendendo poi l’Aventino come pretesto per una campagna fondata su falsità e manipolazioni evidenti. Come spiega l’amico politologo Salvatore Vassallo in una intervista «per un leader di una forza di opposizione che punta a vincere le elezioni successive è troppo difficile contrastare il pregiudizio che egli stesso alimenta quotidianamente nei confronti degli avversari e persuadere i suoi che, per una volta, gli avversari hanno fatto qualcosa di accettabile. Mobilitare i propri elettori alimentando il pregiudizio è più semplice e redditizio». Un’operazione che alla sinistra è venuta molto facile perché ha potuto utilizzare l’arma dei giudici militanti: del resto, lo ha fatto spesso nel corso della sua storia quando, inibito l’accesso al governo o in carenza di consenso, è stato necessario per colpire gli avversari al governo. Mani Pulite – e non solo – docet.
Mi pare che qui sia la chiave di tutto.
La sinistra ha perso un’occasione storica: riformare la giustizia in senso liberale, attuando la Costituzione (nello specifico, l’articolo 111 sul giusto processo), sulla base di un testo buono (ho scritto le mie motivazioni altrove, ma basta rileggersi i vari Cassese, Barbera, Ceccanti, Parisi, ecc.) che, peraltro, raccoglieva molte delle sue stesse proposte.
Per dare una spallata al governo in vista delle politiche del 2027, il centrosinistra ha bloccato un processo riformatore virtuoso che potrebbe non ritornare più. Lo ha fatto alimentando il peggiore fanatismo (la Costituzione come feticcio immodificabile ben al di là della sua stessa previsione) e il peggiore populismo (raccogliendo le motivazioni per il No più diverse, quelle pulsioni che si coagulano esattamente in queste occasioni per “lanciare un segnale” al governo). In più, ha scelto la via sovranista e autoreferenziale rifiutando un principio – la separazione delle carriere – che è la base del sistema giustizia delle democrazie liberali dei paesi europei e anglosassoni. Insomma, alla fine, al populismo della destra ha risposto il populismo della sinistra. Risultato: un gran bel “rutto populista” generalizzato che ha travolto tutto. I critici del cd. “bipopulismo” hanno avuto il più eclatante riscontro.
Il vero sconfitto di questo referendum, dunque, non è tanto il centrodestra, che si era disimpegnato dagli esiti nefasti fin dall’inizio e che ha tempo per recuperare, ma il paese, che ancora una volta affonda sotto il peso delle corporazioni e delle rendite, bloccato dal passato che divora il presente, con un sistema della giustizia dove la tutela dei diritti dei cittadini è un’ipotesi aleatoria.
E il vincitore reale di questo referendum non è il centrosinistra, come credono i suoi leader che adesso sono attesi alla prova delle primarie e di un programma coerente di governo, obiettivo ben più difficile del remare contro e basta, bensì la magistratura organizzata.

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ABBIAMO PERSO!
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