Ginevra Cerrina Feroni, costituzionalista, ha appena pubblicato, per i tipi di Rubbettino editore, “Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del politicamente corretto”, con la prefazione di Natalino Irti, un denso volume nel quale si misura con il politicamente corretto, prendendolo sul serio, riconoscendone la forza storica e sociale. Lo approfondisce nell’incontro con il diritto: che cosa accade quando una sensibilità collettiva diventa pressione normativa, quando la paura dello stigma induce autocensura, pretendendo di governare pensiero, memoria, insegnamento, arte. Cerrina Feroni porta il confronto sul piano costituzionale, non giudica il politicamente corretto dalle intenzioni, ma dagli effetti sulla libertà di parola e sul diritto al dissenso.

Con il permesso dell’Autrice, che ringraziamo, si pubblicano ampi stralci dell’Introduzione.
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Il politicamente corretto, in origine nato per rispettare le diversità e le sensibilità altrui, è progressivamente diventato strumento per imbrigliare, nell’accusa di intolleranza e odio, qualsiasi espressione contraria a ciò che è imposto come modello culturale di riferimento, tanto che ci si è chiesti come sia stato possibile che una buona intenzione […] abbia sortito effetti tanto radicali,
Tutto ciò non influenza solo il modo in cui i cittadini pensano e parlano, ma comporta anche conseguenze giuridiche che incidono significativamente sui diritti: sospensioni o licenziamenti di professori da università, ostacoli alle progressioni di carriera, recesso da contratti, boicottaggi che danneggiano l’immagine di una persona o di un’azienda sono solo alcuni esempi.
Il fenomeno, sotto l’attenzione di chi osserva i comportamenti sociali, ha carattere dinamico. Un’altissima capacità di propagazione conduce ad esiti «follemente» corretti, per utilizzare le parole del volume di Luca Ricolfi a ciò dedicato: non solo per la sua attitudine a minare la libertà di espressione, ma anche per la sua capacità di incidere profondamente sulla coesione sociale, tanto da perversamente capovolgere, nel suo esatto contrario, l’obiettivo dell’inclusione.
Siamo in presenza di un fenomeno totalizzante, assimilabile ad un «sociocultural black hole» che assorbe ogni forma di espressione e di conflitto simbolico e che invece di correggere linguaggi e pratiche discriminatorie genera un nuovo tipo di conformismo morale, di autocensura e di omologazione del discorso e del pensiero.
[…Ci poniamo, da giuristi, alcuni interrogativi che pensiamo doverosi perché impattano su quella che dovrebbe essere la prima delle libertà. Ci chiediamo, infatti, quale possa mai essere il fondamento costituzionale che consenta al politicamente corretto di operare simili restrizioni che muovono dalla libertà di espressione. Ancor di più – svolgendo un’analisi degli interessi in conflitto – ci interroghiamo
sull’odierna latitudine effettiva dei diritti fondamentali.
L’attitudine seriamente condizionante, e spesso limitatrice, del politically correct stressa, infatti, fino al paradosso più evidente e rinnegante, la cosiddetta «retorica dei diritti», Manifesta cioè l’inevitabile urto tra diritti fondamentali, che si pretenderebbero di loro assoluti, ma che, in realtà, sono fatalmente relativi perché relazionali: dove il primo dei diritti di libertà, cioè la libertà di espressione, viene costretto ad arrestarsi e a recedere a fronte del proliferare di nuovi e incombenti idòla, tribus che si intende imporre […].
Per quanto siano di imputazione, contenuto e confini nebulosi – come l’inclusione, la solidarietà, la dignità di gruppo, la non-discriminazione, ecc. – li si pretende elevati essi stessi a diritti fondamentali” di gruppo”. Ciò nell’ingannevole bilanciamento – che tutto lascia all’interprete del caso concreto sottraendo ogni garanzia di prevedibilità – che siano in principio più sensibili, più forti e più meritevoli di quello individuale, ritenuto bassamente egoistico […].
Nella prospettiva del politicamente corretto, le parole “scorrette” vengono negate già per il loro valore iconico, che precede la funzione di significazione e articolazione del pensiero: e così al pensiero avversato viene, alla radice, negata cittadinanza e diritto al rispetto e al confronto. Una sorta di guerra del pregiudizio al pensiero, come e quale che sia.
Capire come impatta il politicamente corretto sulla libertà di espressione richiede, innanzitutto, di comprenderne il significato. E non è cosa semplice, perché il fenomeno del politicamente corretto si caratterizza anche per dinamiche contrastanti. Da una parte, è data registrare l’ascesa demagogica al potere di un relativismo delle opinioni che, sotto la maschera della libertà di espressione, mette a repentaglio la nozione stessa di fatto e di verità. Dall’altra, questa sorta di “liquidità” epistemologica sembra prendere le forme di un rigido fanatismo che si propone di trasformare tali opinioni in verità indiscutibili.
L’analisi tenta di ricostruire linguaggi, temi e ortodossie alla cui radice è dato, tuttavia, rinvenire un elemento qualificante, cioè il fatto che il politicamente corretto si presenta come un «modello di civiltà», e di additarne il riflesso per il diritto. Un modello che si fonda su una concezione delle relazioni sociali nelle quali non possono avere luogo discorsi che, per il loro contenuto ancor prima che per la forma con cui sono espressi, sono presunti suscettibili di offendere la sensibilità delle persone appartenenti a certi gruppi sociali o a specifiche minoranze.
Il politicamente corretto come modello di civiltà si presenta, dunque, come uno «strumento per pacificare le relazioni sociali attraverso la regolamentazione della libertà di espressione» in ogni sua forma…
Una delle estensioni più singolari, e inquietanti, di queste pratiche è, insieme alla correzione del linguaggio come strumento di correzione del pensiero, quello rivolto alla storia, cioè l’anacronismo: negare dignità all’accaduto in quanto tale, se avverso ai precetti di oggi, e corredarlo di uno stigma finalmente indelebile o, più direttamente, rimuoverne anche le tracce perché indici vergognosi della sua insopportabile esistenza. Si potrebbe anche parlare di ucronismo sostitutivo, visto che all’accaduto si va a sostituire un non accaduto o un diversamente accaduto, privo di offese o svantaggi verso determinate categorie di persone.
Pensiamo al furore manipolativo e iconoclasta che trascende l’elemento temporale e investe la storia, o financo, la didattica e l’arte (con effetti diretti sulla libertà di insegnamento e di creazione artistica). Hanno avuto, in proposito, ampia tribuna le notizie di censure dei classici della letteratura: da Shakespeare per il sessismo e la violenza contro le donne, o per il suo antisemitismo a Ovidio per gli episodi sessualmente spinti o gli stupri presenti nelle sue commedie. […] Sul tema delle discriminazioni gender, si possono ricordare le polemiche che hanno riguardato lo Science Museum di Londra relative ai mattoncini di plastica Lego, con perni sporgenti e fori, che […] contribuirebbero alla visione binaria dei generi [.. Sia chiaro, che le persone vivano la propria vita nel modo ritenuto più desiderabile e che siano per questo rispettate, rappresenta uno dei traguardi maggiormente significativi a cui sono giunte le nostre società occidentali […].
La nostra tesi è che il politicamente corretto abbia ormai assunto una sua propria valenza giuridica, oltreché ovviamente storica e sociologica. L’opera di moralizzazione del linguaggio attraverso la pratica di schemi di interdizione semantica e di inveramento di ortodossie tematiche tipiche, nella concretezza tocca e trasforma infatti alcuni pilastri del costituzionalismo a muovere, appunto, dalla libertà di espressione del pensiero.
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